A colloquio con padre Theodoro Mascarenhas, officiale del Pontificio Consiglio della Cultura

Il digiuno e le religioni


di Nicola Gori

Strumento di autocontrollo, precetto dottrinale, metodo di ascesi, richiamo alla sobrietà, veicolo di elevazione al trascendente:  nel corso dei secoli tutte le grandi religioni del mondo hanno dedicato particolare attenzione al rapporto dell'uomo con il suo corpo, in particolare alla pratica del digiuno. L'astensione dal cibo assume di volta in volta significati diversi. Con padre Theodoro Mascarenhas, officiale del Pontificio Consiglio della Cultura e docente di teologia biblica all'Angelicum, abbiamo parlato della tradizione del digiuno nell'islam e in alcune religioni orientali.

La pratica del digiuno nell'islam sembra sostenere tutta l'impalcatura religiosa. Ma qual è il fine ultimo del digiuno per gli islamici?

Per i musulmani il motivo del digiuno è l'autocontrollo. Secondo questa religione monoteista, quando una persona è vinta dai desideri e dalle brame materiali, diventa negligente riguardo al proprio essere spirituale e indifferente agli obblighi imposti dal Creatore. Perciò, per aiutare l'uomo a combattere queste bramosie materiali, l'Onnipotente ha imposto il digiuno come obbligo. Il digiuno durante il mese del ramadan non è per un'espiazione o un pentimento. Non è neppure una specie di castigo; è, invece, un rito religioso caratterizzato da un proposito positivo. Questo è spiegato bene nel Corano:  "O voi che credete, vi è prescritto il digiuno come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto. Forse diverrete timorati" (Surat ul-Baqarah, 2: 183). Il digiuno, dunque, ha un significato spirituale e sociale. I musulmani credono che, attraverso il digiuno, l'anima dell'uomo viene liberata dalle catene delle sue voglie e vola verso l'Altissimo. Il digiuno chiude le porte alle tentazioni. Come il diavolo attacca l'uomo, più spesso sulla debolezza della lingua e del corpo, così l'astensione dal cibo e dal sesso blocca queste aggressioni. Il digiuno fa diventare la persona timorata di Dio. Per questo motivo, ogni adulto deve praticarlo, insieme all'obbligo di leggere una parte del Corano ogni giorno del periodo di digiuno e di partecipare al culto comunitario. Inoltre, c'è la dimensione sociale. Con il digiuno la persona può avere una conoscenza migliore dei doni di Dio ricevuti e, così, aprirsi con più compassione e carità verso i disagiati e gli emarginati. Il digiuno include l'astensione, dall'alba al tramonto, da tutti i piaceri carnali come, ad esempio, il cibo e il sesso.

Tra le religioni orientali forse quella buddista è la più conosciuta nel mondo occidentale. Ci può spiegare qual è la filosofia che sottende all'idea del digiuno in questa religione?

È vero che le religioni orientali dedicano una attenzione particolare al rapporto con il corpo. Il digiuno è un modo per esercitare il controllo sul proprio corpo. Nel buddismo, il digiuno è un mezzo per ottenere un livello più alto di spiritualità, cioè "svegliarsi", una fase iniziale di autodisciplina. Per Buddha, il Nirvana è uno stato di pace perfetta della mente, libera dal desiderio, dalla rabbia e da altre condizioni che la imprigionano. Il desiderio, secondo Buddha, era la causa e la radice del male. Il cibo è il desiderio più basilare dell'uomo. Quindi è necessario rinunciare al desiderio per ottenere la libertà dai grovigli mondani. Il digiuno è uno dei dhutanga che i monaci praticano per "scuotersi" o per "rinvigorirsi". Buddha stesso aveva digiunato prima di essere "illuminato". L'illuminazione spirituale di Buddha è strettamente legata al digiuno, ma egli vi è arrivato non durante il digiuno ma subito dopo, cioè dopo averlo interrotto. Così si arriva alla conclusione che non è il cibo, né l'astensione da esso che porta  alla  "liberazione",  ma  la moderazione. Allora, il digiuno è un esercizio  pratico per andare verso il Nirvana.

È tanto diversa la prassi del digiuno nell'induismo?

Qualcosa in comune ce l'hanno, anche se le differenze sono a volte sostanziali. Gli indù sono profondamente religiosi. L'obiettivo della vita è l'autorealizzazione o il raggiungimento della consapevolezza dell'assoluto. Il digiuno controlla la passione e argina le emozioni e i sensi. Come l'oro è purificato dal fuoco, così la mente viene lentamente purificata dal digiuno ripetuto. Secondo le scritture indù, il digiuno è un grande strumento di autodisciplina che stabilisce un rapporto armonioso tra il corpo e l'anima, portando l'uomo ad accordarsi con l'assoluto. La parola sanskrita upvas, digiuno, che significa letteralmente sedere vicino (a Dio), già indica questo movimento di unione con l'assoluto. Il digiuno, quindi, è una negazione delle necessità del corpo per un guadagno spirituale. Secondo la filosofia indù, il cibo significa gratificazione del corpo e, invece, affamare i sensi vuol dire elevarli alla contemplazione. Attraverso il controllo del corpo fisico, delle emozioni e della mente, si può arrivare all'obiettivo finale della conoscenza incondizionata, o liberazione dal ciclo della rinascita, in unione con il trascendente sia personale, sia impersonale. Inoltre, nell'induismo, una persona può digiunare per adempiere un voto religioso, vrata. In questo senso, il digiuno e l'astinenza portano al raggiungimento del merito religioso, il quale può poi essere usato per ottenere l'obiettivo per cui si era fatto il voto.

Si coglie qualcosa di comune, dunque, in questo percorso spirituale che attraversa il digiuno in queste tre religioni. Di cosa si tratta?

Certamente il percorso spirituale di queste tre religioni ha alcune cose in comune. Tutte le religioni parlano e incoraggiano a usare il digiuno come forma di disciplina e di purificazione della persona. In tutte tre esiste la motivazione dell'autocontrollo e dell'autodisciplina. Inoltre, si vede che un pensiero fondamentale di tutte le culture e di tutte le religioni del mondo è che "l'uomo non vive solo di pane" ma c'è qualcosa che trascende il mondo materiale. Il digiuno, cioè l'astensione dall'alimentare le forze del corpo, porta l'uomo alla conoscenza di un potere superiore, prima di tutto dentro se stesso, che, nel caso dell'islam e dell'induismo porta ad una conoscenza dell'Essere assoluto.

In cosa si differenzia la pratica del digiuno  di queste religioni da quella cristiana?

È difficile indicare una differenza generale. Si può fare una distinzione tra la pratica cristiana del digiuno rispetto alle altre religioni. Ad esempio:  se nel buddismo il digiuno è quasi fine a se stesso - ricordiamo che il buddismo è una religione di matrice ateistica - per i cristiani rappresenta un mezzo per vivere con Dio. Per citare le parole di Benedetto XVI nel suo messaggio per la quaresima, il digiuno serve per "aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova legge e compendio di tutto il Vangelo".
La differenza tra la pratica cristiana e quella induista del digiuno si distingue per il fatto che l'induismo è una religione politeista, dove ognuno fa il voto secondo i suoi bisogni e secondo il proprio modo di concepire la divinità. Infatti, nell'induismo il digiuno è individuale e volontario, mentre nel cristianesimo, come nell'islam, il digiuno è obbligatorio almeno nei giorni prescritti. Inoltre, nell'induismo lo sforzo mira a liberare la mente e a rompere il ciclo della rinascita; invece nella pratica cristiana - come afferma il Papa nel suo messaggio quaresimale - "la fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima,  aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore".
La pratica nell'islam sembra avvicinarsi di più alla pratica del digiuno cristiano. Infatti, in entrambe il digiuno aiuta a liberare la persona per amare Dio e il prossimo. Tuttavia, mentre i musulmani digiunano durante il mese di ramadan dall'alba al tramonto e poi possono mangiare quanto vogliono, nella pratica cristiana non c'è questa distinzione netta tra il periodo di digiuno dal periodo in cui non è prescritta tale pratica. Ancora, nell'islam c'è, talvolta, una attenzione ai tempi, alle forme e alle norme, mentre nel cristianesimo si pone l'accento più sulla disposizione interiore. Il digiuno, nella religione cristiana, fa parte normalmente del tempo di quaresima, che viene indicato come un tempo di penitenza. Lo spirito di penitenza pervade tutto il periodo quaresimale e il digiuno è solo una delle forme di penitenza. Per citare ancora Benedetto XVI nel suo messaggio:  "Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti".

Che cosa possono imparare i cristiani dal modo di concepire il digiuno dei fedeli di queste religioni?

La pratica del digiuno nelle tre religioni sulle quali ci siamo soffermati possono arricchire il nostro modo di concepire e di osservare il digiuno. Dal buddismo, in particolare dalla sua concezione della liberazione della mente attraverso il digiuno, possiamo imparare a rafforzare la nostra antica nozione del digiuno, come spiegato da Benedetto XVI nel suo messaggio, cioè che il digiuno sia "di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce".
Dalla pratica nell'induismo impariamo che il digiuno può diventare una forma di preghiera, come afferma il Papa:  il digiuno può "aprire nel cuore del credente la strada a Dio". Nella Chiesa cattolica il digiuno è una pratica regolata da norme minime e lasciata quasi interamente alla coscienza del credente. L'islam, invece, ha regole e leggi molto prescrittive e richiede la pratica rigorosa del digiuno da parte dei credenti. Forse un po' di questo rigore, senza esagerazioni, farebbe bene alla pratica cristiana. Questo potrebbe aiutare a recuperare l'indifferenza che, talvolta, si mostra verso la pratica del digiuno. Per i musulmani leggere il Corano e partecipare al culto, durante il periodo di digiuno, è obbligatorio. In questo senso, noi cristiani accogliamo l'appello del Pontefice "ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al sacramento della riconciliazione e nell'attiva partecipazione all'Eucaristia, soprattutto alla messa domenicale".



(©L'Osservatore Romano 6 marzo 2009)
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