La denuncia di Nancy Roman, direttore della comunicazione e politiche dell'informazione del Programma alimentare delle Nazioni Unite

Trilioni di dollari per risanare l'economia mondiale
E basterebbe un euro al giorno per sfamare un bambino


di Mario Ponzi

Se ogni sei secondi nel mondo un bambino muore di fame, la colpa è di ciascuno di noi, come individuo, come soggetto di una collettività, come soggetto politico. Basterebbero solo 35 centesimi per riempire di cibo la sua ciotola giornaliera. E il discorso non cambia se si pensa al miliardo di persone che non hanno nutrimento a sufficienza e per i quali la comunità internazionale - capace di reperire, in pochissimi giorni, trilioni di dollari per ripianare la situazione finanziaria mondiale - non riesce a stanziare neppure un briciolo di questa somma per un piano che consentirebbe a tutta l'umanità l'accesso al cibo. Non al superfluo. All'essenziale per vivere. "E la crisi internazionale che stiamo vivendo aggraverà ancora di più questa situazione drammatica che rischia di divenire sempre più incontrollabile". Ne è convinta Nancy Roman, direttore della comunicazione e politiche dell'informazione del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp), che ne parla in questa intervista rilasciata al nostro giornale.

I dati diffusi recentemente dal Wfp sono drammatici. Come interpretarli nell'ottica della politica della globalizzazione?

Un miliardo di persone che soffrono la fame è un numero sconcertante, raggiunto anche per effetto della crisi mondiale che ha creato 115 milioni di nuovi poveri solo nell'ultimo anno. Tuttavia è importante contestualizzare questa cifra a nove zeri. Nel corso degli ultimi quattro decenni la proporzione del numero degli affamati si è notevolmente ridotta, passando dal 37 per cento, degli anni Sessanta, quando ero ancora una ragazza, all'attuale 15 per cento. La popolazione mondiale è cresciuta tanto - passando dai 3 miliardi negli anni Sessanta ai 6,7 miliardi di oggi - ma il numero degli affamati rimane molto alto e su questo lavoriamo. È importante sottolineare che, almeno in termini percentuali, il numero degli affamati è calato. Un risultato che comunque va salvaguardato se si vuole evitare di tornare indietro anche a livello percentuale, a fronte di una popolazione mondiale che, a metà del secolo, sarà di 9 miliardi di persone.

La crisi economica ha coinvolto pesantemente anche il settore alimentare, con la prospettiva di un peggioramento delle già tragiche condizioni di una parte consistente della popolazione mondiale. Come affrontare questa ulteriore crisi?

La crisi economica sta avendo un impatto molto sensibile sulla crisi alimentare. Già vediamo le conseguenze del calo delle rimesse degli immigrati in Paesi che, da Haiti al Tadjkistan, dipendono fortemente da esse. Il calo degli investimenti stranieri, l'aumento della disoccupazione e le nuove barriere commerciali che si stanno erigendo fanno prevedere una nuova ondata di difficoltà. Tutto ciò porterà a una maggiore povertà e a una minore disponibilità alimentare. Non bisogna dimenticare che il miliardo di diseredati spende in cibo quasi tutto ciò che possiede. Non c'è dubbio, dunque, che la crisi finanziaria creerà un maggior numero di affamati. Al Wfp stiamo analizzando attentamente la situazione per cercare di prevedere quali Paesi saranno più colpiti dalla crisi e, conseguentemente, mettere a punto programmi di intervento, in quelle nazioni dove la fame si farà sentire con più forza. Certo, noi siamo finanziati interamente su base volontaria, riusciamo a lavorare e a portare cibo nella misura in cui i nostri donatori - i cittadini, le imprese e i governi - ce lo consentono.

Il Wfp ha più volte ribadito che nel mondo c'è abbastanza cibo per sfamare tutti, eppure non si riesce ad evitare che tanta gente muoia di fame. Di chi sono le responsabilità?

Sull'argomento le statistiche sono discordanti. Alcune indicano che stiamo entrando in una fase di minore disponibilità alimentare, altre suggeriscono che di cibo che ce ne è a sufficienza. Come spesso accade, sono vere entrambe le cose. Tecnicamente, nel mondo c'è abbastanza cibo affinché ogni persona possa disporre di sufficienti calorie giornaliere. Ma ciò implicherebbe la redistribuzione di ogni singolo scarto alimentare prodotto nel mondo sviluppato. Ovviamente, ciò non è possibile. Servono, invece, granaglie e cereali, possibilmente là dove la gente vive e lavora. La distribuzione è un fattore chiave. Una delle cose che stiamo cercando di fare è di interessarci alla gestione degli stock cerealicoli globali per valutare come meglio posizionare il cibo. Molti si stanno occupando anche di come aumentare la produzione nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2008, il Wfp ha speso un miliardo di dollari nell'acquisto di cibo nei Paesi in via di sviluppo. Ma si tratta di risposte parziali, c'è ancora molta strada da fare.

Il Papa ha chiesto alla comunità internazionale di non dimenticare i poveri e di restituire loro una speranza di vita. Come può ciascuno di noi fare qualcosa per rispondere a quest'invito?

Siamo molto grati al Papa per questo appello. È importante che quanti lo hanno sentito capiscano che è davvero facile cambiare le cose. Basta un euro per assicurare il pasto a un bambino in una mensa scolastica per una settimana, appena venti centesimi al giorno per riempire la sua tazza di cibo. Persino chi non vive nell'abbondanza può cambiare la vita a un bambino garantendogli, con soli 35 euro, un anno di pasti scolastici. Tutte le informazioni si trovano nel nostro sito www.wfp.org. Ovviamente chi dispone di più mezzi, può fare di più.

Secondo lei perché i governi del mondo, che stanziano trilioni di dollari per il risanamento finanziario, non pensano ad un piano di salvataggio dell'umanità affamata?

È esattamente quello che chiediamo noi del Wfp. Lo stesso mondo che ha potuto trovare in poche settimane trilioni di dollari per il salvataggio di banche e istituti di investimento finanziario, non è ancora riuscito a trovare l'un per cento di quella somma da destinare ai bisogni degli affamati, a partire dai 3 miliardi di dollari necessari a fornire un pasto a scuola ai bambini che hanno fame o dai 5 miliardi di dollari che servono a finanziare gli interventi di emergenza del Wfp nel Corno d'Africa e negli altri 70 Paesi del mondo in cui interviene. Credo sia importante mettere i politici di fronte ai valori impliciti nelle loro scelte.

Si può uscire da questo stato di cose?

Sì, credo sia possibile alleviare la fame nel mondo. Nonostante i tanti problemi, la fame non richiede nuove tecnologie. Sappiamo come risolverla. Sappiamo come coltivare, come distribuire il cibo, come aiutare i governi a stabilire le condizioni per la sicurezza alimentare. Se ciò non avviene, non è per mancanza di capacità ma di volontà politica, individuale e collettiva.



(©L'Osservatore Romano 6 marzo 2009)
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