Intervista a suor Marie Keyrouz

Musica
a somiglianza dell'Autore


di Silvia Guidi

"Per ascoltare un concerto di suor Marie Keyrouz non basta un cd, bisogna vedere le mani" scrive sul forum di "Le Figaro" un anonimo fan della suora libanese che affascina le platee di tutto il mondo con il suo canto - la "luce della musica sacra" come la stampa ha ribattezzato la fondatrice dell'Ensemble de la paix - infondendo nuova linfa e nuovo spessore interpretativo ai tesori della tradizione orientale. Senza trascurare le musiche antiche d'Occidente; studiosa di musicologia e antropologia, Marie Keyrouz spazia dal gregoriano al repertorio lirico sacro classico (Bach, Haendel, Mozart). La sicurezza della tecnica vocale le permette una grande intensità espressiva; per questo viene spesso accostata a Maria Callas e Oum Kalsoum, la più celebre artista araba della storia. Quando la Callas canta la Traviata non interpreta, "è" Violetta Valery che sta morendo; il colpo di tosse che interrompe l'aria "Parigi, o cara", è un vero colpo di tosse. Anche suor Marie non interpreta ma rivive sul palco il testo dei canti; intonando Mina-l-'Amaq (il salmo 130) esprime tutto il dolore e la speranza del suo popolo, accompagnando il suono senza affettazioni o sentimentalismi:  le mani si raccolgono davanti al viso come a sostenere la voce, oppure disegnano uno sgomento troppo grande per essere sostenuto dalla fragilità umana, o si aprono ad accogliere un'inaspettata bellezza, mentre la voce modula con precisione calligrafica la dolcezza struggente della lingua araba, con i suoi solenni giri sintattici e la sua complessa architettura di allitterazioni e gemmazioni sonore, consonanti lunari e consonanti solari in una raffinata tessitura di rimandi. Non è un monologo il canto di Marie, è un dialogo con una Presenza, appassionato, addolorato, ferito ma aperto alla possibilità del "misterioso e altero" amore divino; per questo è capace di riempire i teatri di tutto il mondo, da Sydney a Beirut. La voce umana che sale su note altissime per poi scendere verso il basso attraverso spirali infinite di suono vuole sfiorare l'infinita trascendenza di Dio; la stessa metafora sonora del Miserere di Allegri, ottenuta con mezzi espressivi ovviamente molto diversi e fiorita in un contesto culturale lontanissimo dal Seicento romano. "Come si fa a parlare di Dio senza la musica?" spiega suor Marie a "L'Osservatore Romano" presentando il concerto che terra giovedì prossimo all'Accademia di Francia a Roma. Gli esempi celebri non mancano:  anche sant'Agostino nella sua lotta "mediatica" contro le eresie si è servito di canti e ritmi di sua composizione.

Suor Marie, lei è maronita di origine e melchita di congregazione religiosa, e ha fondato l'Institut international de Chant Sacré a Parigi. Tra le diverse tradizioni musicali del suo Paese quali sono i canti che ama di più?

Ci sono molti riti diversi nel mio Paese, e molti modi diversi di pregare. I canti maroniti sono generalmente più semplici, popolari, di tradizione orale, direi che hanno caratteristiche più pastorali, mentre i canti bizantini praticati dalla mia congregazione hanno una tradizione scritta e sono molto più sviluppati. Le differenze sono molte, ma l'importante è conoscere l'essenziale di questi canti:  l'obiettivo è lo stesso del gregoriano, avvicinarsi a Dio.

Perché ha così tanta fiducia nel potere della musica, nella sua capacità di umanizzare l'uomo?

Con il mio lavoro cerco di mettere la musica al servizio dei valori, al servizio del grande valore che è la fede. La fede è l'apogeo dei valori, è l'apogeo della vita umana, un uomo non può vivere senza una ragione più grande, senza la fede. Io cerco di mettere la mia voce al servizio della fede, del "credere", e al servizio della Parola che semina la pace in mezzo alle persone, che semina il rispetto per l'altro. Soprattutto la musica sacra è in grado di comunicare questo, è al servizio dell'uomo che è immagine di Dio; si deve rispettare quest'immagine.

"Cantare amantis est" dice sant'Agostino, descrivendo la musica come una delle molteplici forme della carità in azione...

Cantare è servire, e l'aiuto educativo e culturale è indispensabile. Questa è la ragione per cui ho fondato la mia associazione, per educare i ragazzi, aiutarli ad essere se stessi e aiutarli se sono malati; aiuto medico e aiuto educativo sono entrambi necessari. Il mio obiettivo è mettere la musica sacra al servizio dei ragazzi poveri, perché l'ignoranza e la povertà sono la causa delle guerre, dei conflitti tra le persone. Io sono una religiosa, il mio compito è aiutare i ragazzi a trovare Dio, metterli nella posizione giusta per costruire la pace e costruire il loro futuro. Qualsiasi talento deve essere messo al servizio della Parola.

"Nel cristianesimo non c'è niente che sia buono solo per i cristiani" si legge spesso nei siti internet a lei dedicati.

Cristo è venuto per tutti, per il mondo intero, è per questo che l'apertura agli altri, l'amore per gli altri è la prima cosa da capire del cristianesimo in generale. Davvero la Chiesa fa di tutto per essere aperta a tutte le altre religioni, per dialogare anche con chi è più o meno ateo, anche se il mondo intero perseguita la Chiesa. E penso che siamo qui proprio per "supportare" il mondo, perché il mondo ha bisogno di conoscere il vero volto di Cristo, che è amore, possibilità concreta di pace, apertura verso tutto, senza schemi o limiti e soprattutto perdono. Questa è forse la cosa più difficile da far passare nella comunicazione, per questo Giovanni Paolo II ha parlato così tanto di perdono durante il suo pontificato e ha chiesto tante volte perdono per le ferite della storia. E anche l'attuale Pontefice continua sulla stessa linea; la Chiesa deve fare di tutto per rivelare questo, per dire a tutti qual è la risposta di Dio al male, per manifestare in ogni occasione il vero volto di Cristo.

Altra frase ricorrente nei forum di discussione degli estimatori della sua musica:  una citazione di Jean Jacques Rousseau, "l'ateismo non uccide l'uomo ma gli impedisce di vivere".

È così perché la vera vita è la vita con Dio, e credo e spero che lo stesso Rousseau sia stato sostenuto dalla fede nelle varie vicende della sua vita! Sono tanti i giovani che si dicono atei e non lo sono affatto. Certo, bisogna avere il coraggio di vivere la propria fede nel mondo e davanti al mondo a costo di far fatica e soffrire. Le cose del mondo non sono tutte belle, ci sono le guerre, c'è l'odio che ci allontana l'uno dall'altro, e la presenza del male spesso è il pretesto per dire "è colpa di Dio", oppure "Dio non esiste", sono gli argomenti classici di chi difende le ragioni dell'ateismo. Ma se si riflette un poco ci si accorge che non ci sono veri atei, l'uomo crede sempre in qualcosa, e soprattutto non è capace di darsi la vita da solo e non può negare l'immagine di Dio presente in se stesso. È stato creato così, è una componente difficile da ignorare. Tutti sono in attesa di qualcosa, ma ci vuole coraggio per andare in fondo alle proprie domande.

Forse quello che più manca alla civiltà occidentale, insieme alla voglia di vivere e alla capacità di sperare.

Le cose non bastano a rendere felice l'uomo. Cosa significa civilizzare? Lavorare per il benessere dell'uomo. Un benessere che non può essere solo materiale. Tutto il denaro del mondo, tutta la tecnologia del mondo non bastano a risolvere le domande ultime. C'è sempre qualcosa che manca, se manca l'essenziale.

"C'è sempre qualcosa d'assente che mi tormenta" scriveva la scultrice Camille Claudel a Rodin, poco prima di rinunciare per sempre alla sua arte...

Solo il rapporto con Dio è capace di riconciliare l'uomo con se stesso, di rispondere ai suoi desideri. Se desidero la bellezza, Dio è la somma bellezza, se desidero la perfezione, anche in questo caso la risposta è Lui.



(©L'Osservatore Romano 25 marzo 2009)
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