A colloquio con Jeffrey Katzenberg, fondatore della società di animazione cinematografica DreamWorks

Disegnare mostri per parlare di tolleranza


di Luca Pellegrini

Ammettiamo che l'abbia realmente proferita dal suo doloroso esilio. La citazione renderebbe Napoleone grande e singolare anche come uomo capace di una modernissima intuizione:  L'imagination gouverne le monde. Lui, che ha governato il mondo con gli eserciti, mette la fantasia al cuore della sua macchina di potere. Il Conte di Las Cases redigendo i famosi Mémorial de Sainte-Hélène forse l'ha solo sentita sussurrare, questa frase così apparentemente innocua. Tanto basta. Jeffrey Katzenberg potrebbe ricordarla se e quando scriverà le sue, di memorie. Perché ha fatto della fantasia una vera e propria industria cinematografica, redditizia ovviamente, prima lavorando alla Walt Disney Pictures, poi fondando assieme a Steven Spielberg e David Geffen la DreamWorks (nome e programma perfettamente coincidono), dirigendo il settore della cosiddetta animation, ossia quello che si occupa di ideare e produrre i cartoni animati. Tra le sue creature:  l'orco verde, pasticcione e di buon cuore Shrek oppure il pesciolino Oscar di Shark Tale.

C'è molto di vero in quanto detto da Napoleone, non trova?

Non so se la fantasia sia proprio la fonte e il segreto anche del mio potere o soltanto l'essenza di ciò che significa fare animazione oggi. Fatto sta che ogni immagine creata sullo schermo per la DreamWorks scaturisce dall'immaginazione di qualcuno per il divertimento di molti.

Film sorprendenti e meravigliosi quelli creati dalla sua squadra, che toccano il cuore e la fantasia di milioni di spettatori più o meno giovani in tutto il mondo. Animazione a servizio di una umanità migliore?

Ogni artista, ogni creativo nel mondo del cinema ha un suo modo di relazionarsi all'immaginazione e usarla secondo quelli che sono i propri criteri artistici, umani e professionali. Certamente dobbiamo seguire le aspettative del pubblico. Ma nei nostri film abbiamo sempre cercato di scegliere dei temi che avessero un valore, una morale. Io stesso e i registi e i produttori che lavorano con me, riflettiamo molto prima di scegliere una storia e produrre un film perché diventa ogni volta un'enorme opportunità per parlare con le immagini di alcuni valori. Nel caso di Mostri contro Alieni si tratta dell'accettazione dell'altro:  nel mondo in cui questi mostri arrivano, ossia il nostro, c'è molta intolleranza. All'inizio i mostri sono dei reietti agli occhi di un mondo che non li conosce e verso di loro dimostra soltanto intolleranza. Alla fine diventano degli eroi che salvano l'intera umanità.

Il tentativo di portare sullo schermo in versione animata le storie della Bibbia o quelle di carattere religioso, a eccezione di rarissimi casi, sono state quasi tutte fallimentari, se escludiamo proprio un cartone animato della DreamWorks uscito sugli schermi nel 2000 e da lei tenacemente voluto, Joseph:  King of Dreams, basato sul "Ciclo di Giuseppe" della Genesi. C'è qualche ragione particolare che rende di così scarso interesse commerciale e poco successo tra il pubblico le trasposizioni animate di racconti e storie bibliche?

La sfida è quella di trasporre e raccontare queste storie con il totale rispetto e considerazione del peso di significati e di valori che esse custodiscono. La difficoltà è proprio questa:  come disegnare un cartone animato traendolo dagli episodi della Bibbia e allo stesso tempo renderlo un film divertente. In questo momento i nostri film animati sono commedie, hanno lo spirito della commedia e sarebbe per me un grande peso sul cuore e sulla coscienza trasformare in commedia anche uno solo degli episodi della Bibbia.

Qual è la più grande soddisfazione che ha avuto nel realizzare e portare sullo schermo così tante meraviglie animate?

Non penso mai alla mia soddisfazione personale. Sono pensieri che nascono quando ti volti e guardi indietro, ma io non lo faccio perché davanti a me ogni giorno è così pieno di aspettative e cose da realizzare. Non sono abbastanza anziano da rimanere toccato dal mio passato. Lo ammetto, però:  non sono riflessivo come forse dovrei essere.



(©L'Osservatore Romano 26 marzo 2009)
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