Il cardinale Stanislaw Nagy rievoca i lunghi anni di amicizia e di collaborazione con Giovanni Paolo II

Viaggiando di notte in treno con Karol Wojtyla


di WLodzimierz Redzioch

Il 28 settembre 2003 Giovanni Paolo II annunciò il nono Concistoro del suo pontificato, per elevare alla dignità cardinalizia trenta ecclesiastici. Molti tra i nuovi porporati erano personalità della Curia e arcivescovi residenziali già noti al grande pubblico. Ma nell'elenco c'erano anche tre nomi poco conosciuti ai più:  il belga Gustaaf Joos, il ceco Tomás Spidlík e il polacco Stanislaw Nagy. Continuava così da parte di Papa Wojtyla la tradizione di concedere il cardinalato a insigni teologi in segno di riconoscimento per i loro meriti nel campo degli studi e della ricerca.
Tra i neocardinali, Nagy era la persona che il Papa conosceva meglio. A lui lo legavano vincoli di amicizia di lunga data. Sacerdote del Sacro Cuore di Gesù, nato in Slesia, Nagy aveva studiato all'università Jagellonica di Cracovia e successivamente all'università Cattolica a Lublino, alla quale sarebbe rimasto legato per tutta la vita come professore di teologia fondamentale e teologia dell'ecumenismo. Proprio lì aveva conosciuto Karol Wojtyla, anch'egli docente nell'ateneo:  conoscenza che con il passare degli anni era divenuta una vera amicizia basata sulla reciproca stima, come racconta lo stesso cardinale Nagy in questa intervista al nostro giornale.

Si dice che lei e Wojtyla siate diventati amici durante i viaggi compiuti insieme di notte da Cracovia a Lublino...

Ci siamo conosciuti ancora prima, ma è vero che per tanto tempo abbiamo viaggiato insieme da Cracovia a Lublino. Prendevamo il treno di notte per essere a Lublino già la mattina; questi viaggi sono stati indubbiamente una buona occasione per discutere e per conoscerci meglio.

In quali campi ha lavorato insieme con il cardinale Wojtyla?

Abbiamo collaborato in varie occasioni. Anzitutto durante i due sinodi della Chiesa di Cracovia:  io ero responsabile della sezione teologica, perciò dovevo essere in continuo contatto con lui. Ma ancora prima ci siamo incontrato durante i lavori del concilio Vaticano ii, a cui l'allora vescovo Wojtyla partecipò sin dall'inizio. Io insegnavo presso la cattedra di teologia fondamentale:  per questo conoscevo meglio le problematiche ecclesiologiche che Wojtyla - la cui formazione era essenzialmente filosofica - doveva affrontare durante il concilio. Perciò ci scambiavamo spesso delle idee e io approfittavo dell'occasione per avere notizie sullo svolgimento del concilio.

Quale ruolo ebbe l'arcivescovo di Cracovia durante il periodo del regime comunista?

Il regime aveva intenzione di creare divisioni all'interno della Chiesa polacca, soprattutto attraverso il tentativo di mettere contro il cardinale primate Wyszynski e il cardinale di Cracovia Wojtyla. All'inizio le autorità comuniste reputarono l'arcivescovo di Cracovia un pastore dinamico ma poco interessato alla politica, giudicandolo quindi meno pericoloso per loro. Fu un errore madornale:  per di più, in questo modo il regime finì per creare due punti di riferimento dell'opposizione anticomunista. Wojtyla era completamente dedito alla causa della Patria e della Chiesa polacca. E quando, nella seconda metà degli anni Settanta, l'anziano primate ero meno attivo, l'arcivescovo di Cracovia divenne per i comunisti il nemico numero uno. Per questo il regime subì un vero shock con l'elezione al pontificato di Wojtyla.

Ha mantenuto i contatti con il suo vecchio amico anche dopo il 1978?

Non nascondo che sua elezione al soglio pontificio fu per me una grande e piacevole sorpresa. Pensavo da allora che i nostri rapporti non sarebbero stati più come prima. Invece mi sbagliavo. Lo capii subito:  dopo la solenne messa di inizio del pontificato - alla quale non potei recarmi insieme agli altri sacerdoti di Cracovia - il Papa mi inviò una lettera personale nella quale mi faceva capire che voleva incontrarmi al più presto. Perciò i nostri contatti non si sono mai interrotti. Per di più, un'altra occasione di collaborazione fu quando fui nominato da lui membro della Commissione Teologica Internazionale. Il Papa era vivamente interessato ai lavori della Commissione e parlavamo spesso degli argomenti trattati. Poi, negli ultimi anni del pontificato, Wojtyla mi invitò spesso a Castel Gandolfo.

Nelle vostre discussioni emergevano anche posizioni divergenti su alcuni argomenti?

Diciamo che poteva accadere che il teologo di Lublino e il Romano Pontefice avessero di tanto in tanto opinioni diverse. Mi limito a ricordare una piccola occasione di divergenza riguardante il progetto del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica:  io lo ritenevo difficilmente realizzabile, lui ne era entusiasta. Ma alla fine ha avuto ragione lui.

Tutti quelli che hanno avuto occasione di partecipare alla messa celebrata da Giovanni Paolo II nella sua cappella privata ne sono usciti colpiti. Quale è stata la sua esperienza?

Ogni volta che ero a Roma concelebravo la messa con il Papa. Per lui l'Eucaristia era un grande mistero vissuto in modo intensissimo in ogni suo momento. Sono rimasto colpito quando, celebrando la messa nel periodo della sua malattia, lo vedevo inginocchiarsi sempre, anche se gli costava grande fatica:  da questo gesto si capisce il valore che dava all'Eucaristia. Devo riconoscere che non ho mai visto nessuno celebrare la messa così.

In che modo l'esperienza della sofferenza ha segnato il pontificato del Papa?

La sintesi del pensiero di Giovanni Paolo II sulla sofferenza si trova nella lettera apostolica Salvifici doloris. Il Papa stesso reagiva al suo declino fisico con grande eroismo e con spirito di totale accettazione della volontà di Dio. Non l'ho mai visto innervosirsi o lamentarsi della sua sofferenza. Per di più, i suoi problemi di salute non limitavano la sua totale dedizione alla missione petrina.

Come accolse la decisione di Wojtyla di elevarla al cardinalato?

Per me si trattò di una vera sorpresa. Seppi della mia nomina alle 7 di mattina del giorno stesso dell'annuncio ufficiale. Non essendo vescovo e non avendo grandi meriti pastorali, credo il Papa in questo modo volesse rendere omaggio alla mia attività di teologo. La notizia in qualche modo mi sconvolse. Allora mi rifugiai nella cappella:  era il posto migliore per rifletterci su pregando.

Che cosa ha significato per la Chiesa polacca il pontificato di Giovanni Paolo II?

Karol Wojtyla aveva un grande amore per la sua patria. Non ha mai nascosto le sue radici polacche, a partire dal famoso discorso di inizio del pontificato, quando disse che il nuovo Papa veniva "da un Paese lontano". Da Pontefice si sentiva responsabile anche della Chiesa di cui era stato vescovo. Ovviamente i suoi sentimenti verso la Polonia non limitavano il suo amore per tutta la Chiesa e, particolarmente, per i poveri del mondo. Questi sentimenti nascevano dal suo modo di concepire la missione petrina:  essere servo della Chiesa e di tutta l'umanità.



(©L'Osservatore Romano 5 aprile 2009)
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