Intervista a Maria Felice Pacitto

La vita spesso è più saggia di uno psicoterapeuta


di Silvia Guidi

Creativo ma rispettoso del mistero dell'altro, disposto a rischiare modalità di comunicazione originali, personalizzate, plasmate sulla storia unica e irripetibile di ogni paziente ma umile, nel senso etimologico di "con i piedi per terra", attento a non cadere nella facile trappola del narcisismo; sono queste le qualità di un buon terapeuta secondo la psicologa Maria Felice Pacitto, convinta che sia necessario riscoprire i nessi che legano filosofia e psicologia, disagio e domanda di senso, temi sempre presenti nei suoi libri:  L'Affaire Althusser. Dramma di un filosofo francese (Cassino, 2002) e Dal sentire all'essere (Roma, 2007).

Verso la sofferenza o il disagio nei rapporti interpersonali la nostra cultura ha un atteggiamento che porta a banalizzare o medicalizzare qualsiasi problema, alimentando il mito della "pillola perfetta". Come fare per evitare questa rimozione collettiva e guardare in modo sereno e realista questo aspetto della vita?

Stare male è percepito come una mancanza, un aspetto della nostra personalità di cui vergognarsi e da nascondere agli altri, quelli che appaiono sempre in forma, sicuri di sé, vincenti ma che, magari, nascondono sofferenze e problemi dietro l'immagine smagliante che offrono di sé, presi dal medesimo incastro dell'apparire; il "falso sé" di relazione cui alludono Donald Winnicott e Ronald David Laing. I ritmi frenetici della vita non aiutano a fermarsi a riflettere e la consapevolezza di sé richiede un'attitudine all'introspezione di cui oggi le persone non sono capaci. Nonostante la diffusione di rubriche d'argomento psicologico sui rotocalchi e la presenza di psicologi in tv, il disturbo psichico viene ancora associato alla malattia mentale o alla follia, cosa che spaventa e, dunque, viene negato. Fa ancora difficoltà ad affermarsi l'idea che sia un disagio esistenziale cui tutti possiamo andare incontro in alcuni momenti della vita, quando ci blocchiamo per una serie di circostanze che riattivano situazioni traumatiche della nostra storia passata.

"Il terapeuta dev'essere anche un po' artista", scrive nel suo libro.

Perché ogni volta scrive in collaborazione con il paziente un nuovo romanzo. Ha a disposizione una teoria di riferimento senza la quale non potrebbe operare ma la applica in modo non ripetitivo e non standard, diversamente da come accade in campo medico-biologico. La nevrosi ossessiva di un soggetto A non è mai uguale a quella di un soggetto B, perché ci troviamo non davanti a malattie o sintomi ma davanti a una persona. Dobbiamo inventarci modi sempre diversi di applicazione della teoria, fidandoci anche del nostro intuito; abbiamo bisogno sia della chiarezza esplicativa sia dell'immaginazione e della sensibilità del linguaggio poetico. La psicoterapia consiste in un'esperienza di comunicazione cui si dà una forma espressiva, in questo senso è estetica e artistica.

Qual è la qualità più necessaria a un terapeuta?

L'empatia, concetto abbastanza problematico e definito diversamente dai vari autori. Per me empatia è entrare in risonanza con il mondo umano e affettivo dell'altro. L'empatia è l'ingrediente fondamentale di una buona relazione con il paziente, senza la quale la terapia non procede.

E il difetto più pericoloso, l'errore che può pregiudicare il buon esito della cura?

L'incapacità di ascoltare, la mancanza di pazienza, il narcisismo sono i peggiori difetti del terapeuta. Si tratta di caratteristiche strettamente collegate tra loro, anzi le ultime due si riducono fondamentalmente alla prima. Il terapeuta che non ha pazienza non rispetta i ritmi del paziente, non rispetta le pause, i silenzi, i vuoti, spinge per ottenere risultati, diventa "impaziente". Fondamentalmente, non ascolta. Il terapeuta narcisista vuole strabiliare il paziente, mostra un'estrema sicurezza, diventa lui il protagonista della terapia.

Qual è l'esperienza terapeutica che più l'ha colpita, o che più ama ricordare?

Quella di un uomo d'affari con una vita affettiva e psichica molto ristretta. Era venuto per un disturbo psicosomatico, consigliato da un amico e senza sapere di che cosa si trattasse. La psicoterapia fu per lui la scoperta delle "cose culturali" e delle "cose morbide". Rimase in terapia ben oltre la scomparsa del sintomo per approfondire la conoscenza di sé e svilupparsi "come persona" (così diceva). La psicoterapia aveva operato una profonda trasformazione dentro di lui:  si era aperto al mondo, era diventato sensibile al destino degli altri.

E la terapia più problematica e difficile da impostare?

Si pensa che le terapie più dure e difficili siano quelle relative ai pazienti gravi, cioè gli psicotici. Non è sempre vero. La situazione più difficile da fronteggiare per me è stata la psicoterapia di una madre che aveva perso il figlio quindicenne in un incidente, per la mole di dolore che mi comunicava ma anche tecnicamente:  restare legate al lutto è come rimanere legate al figlio. Ricordo anche il caso di una donna che era vissuta in un ambiente molto povero culturalmente. Un giorno venne in seduta piena di vergogna perché aveva rubato un piatto in un supermarket; le dissi molto semplicemente che durante la vita non aveva mai ricevuto nulla gratis e allora aveva pensato, prendendo il piatto, di poter avere finalmente una specie di regalo. Non ci furono più furti. Un altro caso è quello di una ragazza che soffriva di uno stato depressivo e aveva incontrato un ragazzo che le voleva bene. I genitori di lei non volevano che si sposasse; le dissi che forse era il caso di prendersi un po' di tempo, acquisire una maggiore stabilità. Mi rispose:  "Ma lei vuole togliermi anche questo?". La vedo qualche volta passeggiare con il marito e un bambino. Aveva ragione lei. Utilizzo spesso questi due aneddoti nelle lezioni agli specializzandi per ricordare la necessità che il terapeuta esca dagli schemi e si affidi un po' di più alla creatività, e insieme richiamare all'umiltà e al senso del limite. Nessun terapeuta può pensare di poter esaurire la complessità dell'essere umano:  la vita, a volte, è più saggia delle teorie e dei terapeuti.



(©L'Osservatore Romano 17 aprile 2009)
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