Intervista all'arcivescovo di Kerkûk dei Caldei Louis Sako

Non lasceremo l'Iraq perché vogliamo
testimoniare la nostra fede


di Francesco Ricupero

"Non possiamo permetterci di sprofondare nel clima di terrore di qualche mese fa. L'Iraq ha bisogno di pace e di serenità. Tutti, cristiani e musulmani, vogliono vivere uniti. Il Paese ha sete di pace e bisogno di sicurezza e tutto questo è possibile ottenerlo solo con l'aiuto del Governo iracheno e della comunità internazionale. I nostri politici devono proteggerci e garantirci l'incolumità. L'uccisione dei tre cristiani rischia di farci tornare indietro". Lo ha detto a "L'Osservatore Romano" l'arcivescovo di Kerkûk dei Caldei, monsignor Louis Sako, poche ore dopo i funerali dei tre cristiani uccisi a Kirkuk. Domenica sera, un commando armato ha fatto irruzione all'interno di due case cristiane, uccidendo a sangue freddo tre persone. Nel primo attacco è stato ucciso Yussef Saba. Pochi minuti più tardi lo stesso gruppo armato è penetrato in una seconda abitazione, sparando a due donne:  Munna Daoud e Susan Latif.

Arcivescovo Sako, dopo un periodo di relativa calma, ancora una volta la comunità cristiana viene presa di mira da attacchi omicidi. Pensa che l'ondata di violenze possa continuare con la stessa intensità degli anni passati?

Sinceramente, non ce lo aspettavamo. Il clima nel Paese si era rasserenato, lo dimostrano le festività pasquali appena trascorse caratterizzate dalla pace e dalla riconciliazione. I tre uccisi domenica sera a Kirkuk erano veramente brave persone. Durante i funerali celebrati nella basilica del Sacro Cuore ho visto tanta gente sofferente. L'intera comunità musulmana e molti capi religiosi di altre confessioni hanno espresso il loro sdegno per questa ennesima violenza perpetrata ai danni della nostra comunità. Con questa violenza si vuole costringere la comunità cristiana ad abbandonare il Paese, ma questo non succederà noi vogliamo continuare a vivere in Iraq. Abbiamo la missione di stare qui. Vogliamo testimoniare i nostri valori cristiani. Anche se cercano di ucciderci resteremo".

L'uccisione dei tre cristiani a Kirkuk può provocare un'altra fuga dei cristiani verso altri Paesi?

Spero di no. Mi auguro che quello di domenica scorsa sia soltanto un caso isolato. Se malauguratamente nelle prossime settimane dovesse succedere dell'altro, allora penso che le autorità irachene debbano intervenire in maniera decisa ed efficace. Anzi, io penso che la polizia avrebbe dovuto intensificare i controlli proprio in questo periodo di relativa calma. Invece, la morsa nei confronti dei terroristi si è, a mio parere, allentata ed è ricominciata l'ondata di violenza. Nell'omelia ho ribadito ancora una volta la necessità di continuare a vivere in Iraq e di stare uniti. Non si può con la violenza cancellare un'intera comunità composta da brava gente e onesti lavoratori".

Come ha reagito il popolo iracheno e, in particolare, gli abitanti di Kirkuk?

La gente è ormai stanca di assistere a uccisioni, minacce e violenze. C'è grande solidarietà da parte dei musulmani. Perfino Adel Abdul Mahdi, musulmano sciita, ha invitato i cristiani a non abbandonare il Paese e ha chiesto alla comunità internazionale aiuto e protezione contro gli estremisti. Ogni giorno ricevo attestati di stima e visite di capi religiosi e imam. Il popolo iracheno è pacifico non vuole la guerra e la violenza, desidera soltanto che si spengano i riflettori e si inizi un nuovo ciclo.

Secondo lei quali sono le città più a rischio per i cristiani?

Kirkuk, Mosul ed Erbil. In queste tre città c'è una folta comunità cristiana, per questo motivo è nel mirino dei terroristi. A Mossul, per esempio, è stato ucciso l'arcivescovo Rahho. A Erbil c'è soltanto un giovane prete che cerca in tutti i modi di tenere compatta la comunità cristiana. Erbil è la città più importante anche perché è la capitale del Kurdistan iracheno. Qui vivono trentacinquemila cristiani che vanno tutelati e aiutati.

Ad Ankwa sono appena iniziati i lavori del Sinodo della Chiesa caldea. Quali temi affronterete?

La sicurezza sarà uno degli argomenti che noi vescovi caldei affronteremo nelle prossime ore. Il Sinodo coinvolgerà diciotto vescovi, compreso il Patriarca di Babilonia dei Caldei, cardinale Emmanuel III Delly. Oltre che di sicurezza parleremo di immigrazione, di sfide politiche che l'Iraq dovrà affrontare e della formazione del clero caldeo. Personalmente focalizzerò la mia attenzione sulla presenza cristiana in Iraq. Occorre aiutare queste persone a programmare il loro futuro. Manca una vera e propria strategia. La Chiesa starà sempre al fianco della comunità cristiana e continueremo a pregare Dio affinché abbia misericordia del popolo iracheno straziato e gli dia la pace e la serenità".



(©L'Osservatore Romano 30 aprile 2009)
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