Colloquio con il cardinale Martino sul corso alla Gregoriana

La diplomazia della Santa Sede
e il confronto
tra Asia e cristianesimo


di Pierluigi Natalia

L'Asia e il suo confronto con il cristianesimo, il dialogo della Santa Sede con l'oriente, intensificato in questi anni, la diplomazia come strumento di ricerca di valori e obiettivi comuni, primi tra tutti la pace e la tutela della persona umana. Sono questi i temi del corso per diplomatici "La Chiesa cattolica e la politica internazionale della Santa Sede", organizzato dalla Fondazione La Gregoriana e dall'Istituto Internazionale Maritain con la collaborazione della Sophia University di Tokyo e della Georgetown University di Washington. Il corso dedica all'Asia la sua terza edizione annuale, dopo quelle del 2007 per il Maghreb e il Vicino Oriente e del 2008 per l'Africa. Il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, è il primo relatore del corso, che incomincerà lunedì 11 alla Pontificia Università Gregoriana e durerà per due settimane, la prima a Roma e l'altra a Torino. Alla sessione inaugurale, insieme con il gesuita Franco Imoda, presidente della Fondazione La Gregoriana e con il segretario generale dell'Istituto Maritain, Roberto Papini, interverranno il segretario generale dell'Associazione dei Paesi del Sud-est asiatico (Asean), Surin Pitsuwan, e l'arcivescovo filippino Orlando B. Quevedo, segretario generale della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche. Con il cardinale Martino abbiamo parlato degli scopi e delle prospettive dell'iniziativa.

Eminenza, quali finalità ha il corso che si accinge a inaugurare?

Lo scopo del corso è spiegare le funzioni della Santa Sede, che pur essendo collocata nello Stato più piccolo del mondo ha un irraggiamento internazionale di grande portata. I suoi diplomatici, i nunzi, sono accreditati nella maggioranza dei Paesi del mondo e nelle maggiori organizzazioni internazionali. Il loro compito non è solo fare da tramite tra Roma e le Chiese locali, ma anche svolgere un'attività sul piano della difesa dei diritti umani, della giustizia e della pace, spesso assieme ai rappresentanti di altre religioni. Il corso vuole contribuire a far conoscere l'azione capillare della Santa Sede, che non risponde ovviamente ai tradizionali interessi statuali perseguiti dalle altre diplomazie. Il primo scopo, quello che li comprende tutti, è il servizio alla pace e alla tutela e promozione dei diritti fondamentali dell'uomo. Quest'azione della Santa Sede, forse unica al mondo per la sua ampiezza, tende alla difesa della persona umana, di tutto l'uomo e di tutti gli uomini, e al perseguimento del bene comune universale, cioè a una convivenza basata sulla conoscenza reciproca e il reciproco  rispetto.  Questa  azione in seno alle società nazionali e a quella transnazionale costituisce un fattore importante di stabilità politica e di ispirazione etica nel mondo globalizzato. Questa è la missione stessa della Chiesa, meglio compresa con il concilio Vaticano ii, per promuovere una maggiore umanizzazione del nostro mondo.

Qual è il significato di un corso rivolto specificamente a diplomatici?

Il corso si rivolge a diplomatici e non a giornalisti, politici o docenti universitari, che pure possono avere un'influenza nella società, perché in una parte importante della sua azione pubblica la Chiesa si rivolge a diplomatici, cioè a persone il cui compito è in via di principio operare per la pace e per risolvere in modo dialogante i contrasti. Il corso vuole formare diplomatici per i quali la Santa Sede non sia una realtà sconosciuta. Nella prima settimana, avranno modo di ascoltare personalità del Vaticano che spiegano il servizio che svolgono quotidianamente nella Segreteria di Stato, nei diversi Dicasteri, nella Caritas internazionale, eccetera. Torino, che ospiterà la seconda settimana del corso, è stata scelta perché da tempo la Chiesa vi ha costituito opere sociali di grande rilievo, basti ricordare il Cottolengo e don Bosco.

Il corso è organizzato da due Enti privati su una questione all'apparenza istituzionale. Un forte sostegno è venuto dal ministero degli Esteri italiano e dalla Segreteria di Stato vaticana. Questo appoggio non è un po' inusuale?

In parte è vero, ma ci sono ragioni di fondo che lo giustificano. È evidente l'interesse della Chiesa a essere maggiormente conosciuta in Asia dove, tranne che nelle Filippine, i cristiani sono minoranze, anche se talora minoranze formate da decine di milioni di persone, spesso purtroppo perseguitate, ma in molti casi rispettate. Tra l'altro, come ho potuto notare durante i miei anni come nunzio in quei Paesi e più di recente nelle mie missioni come presidente del Pontificio Consiglio, i cristiani vi gestiscono scuole, università, ospedali, spesso frequentati anche da non cristiani per il loro livello di eccellenza. Il ministero degli Esteri italiano, da parte sua, sostiene l'iniziativa perché comprende che diffonde non solo l'immagine della Chiesa, ma anche quella dell'Italia e di Roma in particolare.

Come spiega che molti Paesi asiatici abbiano trovato interesse a conoscere la Chiesa cattolica e la sua azione?

L'interesse dei Paesi asiatici è probabilmente di tipo diverso da quello dei Paesi del Mediterraneo e dell'Africa, destinatari delle prime due edizioni del corso, ma non per questo minore. Gli asiatici hanno grande considerazione per le proprie culture, assai più antiche di quelle occidentali, e sono forse più impermeabili alla diffusione del cristianesimo. Tuttavia, noi cristiani e queste antiche tradizioni incominciamo a riconoscerci vicendevolmente. Molte loro finalità coincidono con quelle della Chiesa. Per esempio, è comune la convinzione che il senso armonico della vita e il rispetto della natura siano elementi essenziali al nostro mondo. Poi vi sono le ragioni di ordine pratico ed economico:  alcuni Paesi asiatici sono coscienti di diventare sempre più rilevanti e, aldilà di un certo risentimento per la colonizzazione del passato, tendono a farsi valorizzare pienamente.

Ritiene possibile un dialogo con quelle tradizioni, con regimi comunitari in cui l'idea dei doveri precede quella dei diritti e, più in generale, con i valori asiatici?

Nonostante le difficoltà che conosciamo tutti, ritengo che la Chiesa debba guardare non solo alle religioni abramitiche, ma anche a quelle antiche filosofie e religioni dell'Asia che hanno pieno diritto di cittadinanza nel nostro mondo globale. Basti pensare proprio al loro spirito comunitario, che certo in assoluto non ha minore dignità delle nostre culture individualistiche e consumistiche.



(©L'Osservatore Romano 10 maggio 2009)
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