A colloquio con monsignor Cabrejos Vidarte, presidente della Conferenza episcopale del Perú in visita «ad limina Apostolorum»

La forza delle comunità contro l'invadenza delle sette


di Nicola Gori

Un ritorno alle piccole comunità, ai nuclei formati da pochi fedeli che, sullo stile delle primitive comunità apostoliche, compiano un'efficace opera di evangelizzazione per arginare il fenomeno delle sette. Una Chiesa impegnata non solo nella missione, ma anche a riflettere sulle grandi diseguaglianze sociali, che contraddicono l'immagine del Perú, quale Paese a larga maggioranza cattolica. È quanto sottolinea nell'intervista al nostro giornale monsignor Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, arcivescovo di Trujillo e presidente della Conferenza episcopale del Perú.

Per un lungo periodo le comunità di base sembravano essere un punto di riferimento per la gente. Poi se ne è affievolita l'incidenza e, quasi contemporaneamente le sette sono divenute più aggressive e hanno fatto una grossa presa sulla popolazione. Cosa ha comportato questa situazione?

Anni fa in America Latina le comunità di base ebbero grande diffusione tra gli strati popolari. Queste comunità con il tempo, si collocarono un poco su posizioni estreme e furono messe in discussione. Con Aparecida siamo tornati a parlare e a sviluppare il tema delle comunità e quindi anche di quelle di base. Il documento di Aparecida è chiarissimo in proposito:  viste le urgenti necessità pastorali, ha invitato a compiere un ritorno allo stile delle comunità. Che si chiamino comunità di base, comunità mariana, comunità biblica, comunità evanagelica, è indifferente. Aparecida chiede comunque che si ritorni alle piccole comunità.

Perché?

In una piccola comunità si può evidenziare di più la spiritualità, la Parola di Dio, ci si può conoscere familiarmente e darsi del tu. In questo modo, la persona non diventa anonima. È questo che argina la diffusione delle sette, che erano state capaci di interiorizzare questi aspetti.

Perché la setta ha successo?

Secondo le analisi compiute in America Latina, e in Perú in particolare, la gente entra nelle sette non per motivi dottrinali, ma per vivere un'esperienza. Il problema, quindi, non è dottrinale, non è un problema di dogma o di verità. La gente frequenta le sette, perché cerca un'esperienza religiosa, un'esperienza di fede, di Dio. Le sette hanno fatto proprio ciò che è sempre stato della Chiesa, della primitiva comunità cristiana. Questo è da tenere in considerazione. Da questo punto di vista Aparecida è di fondamentale importanza, perché insiste sulla necessità di un ritorno alle piccole comunità.

Ad Aparecida il laicato è stato posto nuovamente al centro dell'evangelizzazione. Qual è il ruolo dei laici nella Chiesa, data la difficile accessibilità e la configurazione del territorio peruviano?

In Aparecida il tema del laicato è stato trattato molte volte e considerato insieme al contesto generale del pensiero della Chiesa. Il laicato è estremamnente importante, utile e necessario per tutta l'opera evangelizzatrice. Il laico ha la sua funzione nella società e nel mondo. Deve evangelizzare lì dove è chiamato a realizzarsi come persona umana, nel suo lavoro quotidiano. In questo senso, Aparecida offre chiarissime indicazioni per la formazione del laico. Siamo consapevoli del fatto che la gente si allontana dalla Chiesa non per dottrina, ma per fare esperienza. I cattolici in America Latina, è un fatto noto, sono quasi il 50 per cento dei fedeli cattolici della Chiesa universale, e la maggior parte di questi sono laici. È nostro compito continuare a seguirli nella loro formazione perché sian0 membri attivi nello svolgimento della missione. La Chiesa che è in Perú crede profondamente non solo nella formazione del laico, che è urgente, ma anche nel suo ruolo di protagonista nel processo evangelizzatore. Nell'esperienza quotidiana, notiamo che sono proprio i laici più entusiasti per la missione continentale. A volte è il sacerdote che dobbiamo far riflettere perché prenda parte attiva a questa missione.
Con Aparecida abbiamo anche assistito a un cambiamento nel modo di confrontarsi con il compito evangelizzatore. Prima erano le congregazioni religiose le grandi promotrici della missione. Oggi ci domandiamo chi deve portare avanti la missione e la risposta evidentemente, è il vescovo. Per riflettere su questo tema, abbiamo dedicato tre assemblee dell'episcopato. Lo abbiamo fatto con i sacerdoti; ma allo stesso tempo in ogni diocesi, lo abbiamo fatto anche con il laicato. L'inizio solenne della missione continentale in Perú è stato il 30 agosto del 2008, nella festa di santa Rosa da Lima. La missione è stata lanciata congiuntamente dai vescovi, dai sacerdoti, dai laici. È interessante vedere che i più entusiasti nel portare avanti la missione sono proprio i laici.

Il substrato religioso del popolo può costituire una base per l'annuncio del Vangelo oppure è un ostacolo?

In Perú dobbiamo distinguere tra substrato andino, amazzonico e rurale, perché ci sono zone costiere, sierra e foresta. Non vedo nessun problema nel substrato che ostacoli la propagazione del Vangelo, sia nella parte amazzonica e rurale, sia nella parte delle Ande. Come sappiamo dalla storia, la prima tappa dell'evangelizzazione del Paese produsse frutti di santità. Basti pensare ai famosi santa Rosa da Lima, san Martino de Porres, San Giovanni Macias, san Toribio de Mogrovejo, san Francesco Solano:  chiari esempi di fioritura di santità. La popolazione andina e rurale ha condiviso la sua cultura con la fede, e non credo abbia prodotto impedimenti. Quando assistiamo al coinvolgimento della popolazione che si manifesta attraverso la religiostà popolare, molto ricca certamente, però devozionale, notiamo che vi è una risposta molto grande. Il problema non è tanto qual è la domanda, ma piuttosta qual è l'offerta. La gente si attende qualcosa. La risposta dipende da quello che noi, come Chiesa, possiamo offrire. Questo è molto importante e occorre tenerne conto oggi nell'evangelizzazione.

È difficile applicare la dottrina sociale della Chiesa in un contesto in cui la povertà è molto diffusa?

Innanzitutto, c'è da dire che il Perú negli ultimi anni ha avuto un buon sviluppo economico; ma, purtroppo, non ha raggiunto la massa della popolazione. Secondo gli ultimi dati statistici, un 40 per cento di peruviani vive nella povertà e un 14 per cento della popolazione in estrema povertà. Anche se le percentuali sono un po' diminuite negli ultimi anni, c'è sempre un 40 per cento di povertà diffusa, che nelle zone rurali raggiunge valori dell'80 per cento. Questo è un problema che preoccupa e che allarma dal punto di vista sociale. Credo che la risposta al fenomeno della povertà sia l'applicazione corretta della dottrina sociale della Chiesa, la sua conoscenza e la formazione secondo i suoi principi. Credo anche che quanti dirigono il Paese debbano aver presente il pensiero cristiano della responsabilità sociale. Come sappiamo la dottrina sociale della Chiesa ha la persona umana al suo centro e tutto quello che la riguarda rientra nel suo campo di interesse:  il diritto alla salute, all'educazione, alla serenità, a formare i propri figli, a una famiglia. La domanda da porsi è come sia possibile che un Paese eminentemente cattolico come il Perú, sia un Paese dove esiste un'enorme diseguaglianza. Credo che la vera sfida sia questa".



(©L'Osservatore Romano 17 maggio 2009)
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