Le dichiarazioni del segretario del Salam Peace Movement

Grazie a questa esperienza
sono un musulmano migliore


di Roberto Sgaramella

Sul tema del dialogo interreligioso, "L'Osservatore Romano" ha posto alcune domande anche a un responsabile musulmano del Silsilah. Si tratta di Alih Aiyub, docente di sociologia presso la Western Mindanao State University di Zamboanga, segretario generale dell'organizzazione islamica Salam Peace Movement e responsabile del Silsilah Dialogue Institute.

Professore Aiyub, con quali motivazioni ha aderito al movimento Silsilah?

Prima di aderire al Silsilah mi ero già occupato di diritti umani e avevo svolto attività per la commissione interreligiosa di giustizia e pace. Queste erano attività con obbiettivi prestabiliti. Desideravo però trovare una ragione più profonda per il mio impegno in queste attività. Ho partecipato nel 1997 al corso estivo del Silsilah e lì ho scoperto un significato più profondo. Ho appreso la spiritualità del dialogo. Ho riscoperto che cosa è l'islam e ho raggiunto una migliore conoscenza della mia religione.

La scelta di dialogo e di collaborazione con i membri cristiani del Silsilah ha influenzato le sue relazioni con i musulmani?

Il conflitto in Mindanao ha fatto emergere vecchi pregiudizi fra cristiani e musulmani. Molti musulmani ritenevano che lavorare con i cristiani equivalesse ad aiutarli a distruggere l'islam. Io ho sempre rimproverato i musulmani che hanno questo modo di pensare. Per questo motivo sono stato considerato un "falso musulmano". Mi sono sentito isolato dalla mia comunità. Tuttavia ci sono stati anche amici musulmani che mi hanno incoraggiato e ora apprezzano il mio coinvolgimento nel Silsilah. Credo di essere divenuto un musulmano migliore proprio grazie al dialogo interreligioso. Sono maturato specialmente nelle relazioni con gli altri.

L'adesione al Silsilah comporta per i suoi membri lavorare insieme su obbiettivi comuni. Quali sono i traguardi che lei considera più importanti?

Ritengo che io debba contribuire a correggere l'errato concetto di alcuni musulmani che ritengono che quanti lavorano nel Silsilah e, i cristiani in generale, siano Kufar, ovvero miscredenti. Alcuni di loro lo affermano perché spinti da motivazioni politiche. La situazione comunque non può essere cambiata in breve tempo. Ritengo che la mia presenza nel Silsilah come musulmano è il simbolo che questo organismo è sincero nel perseguire il dialogo interreligioso.

La collaborazione fra musulmani e cristiani spesso incontra ostacoli non soltanto a causa di motivi religiosi ma anche per via di diverse tradizioni culturali oltre che fattori geo-politici. Come i membri del Silsilah superano questi ostacoli?

Li superano con il dialogo. Il dialogo è cruciale, è un dovere. Il dialogo è necessario per combattere alcuni comportamenti che tendono a rinforzare reciproche concezioni stereotipate. Il dialogo è anche necessario perché ci sono coloro che abusano della religione per giustificare dei comportamenti sbagliati. Per giustificare la violenza che ogni giorno colpisce il Mindanao. C'è bisogno di analizzare da dove derivano le spinte a queste azioni:  dalla politica oppure dalla religione? C'è bisogno di capire quando le azioni nascono da motivazioni personali o da orientamenti sociali.

La lotta contro la povertà e il perseguimento della giustizia sociale sono le attività a cui i membri del Silsilah rivolgono i maggiori sforzi comuni. Che differenze nota tra voi volontari nelle relazioni verso i poveri musulmani e cristiani?

Non ci sono differenze tra i volontari del Silsilah. Il Silsilah nel suo orientamento serve tutti in modo uguale. Nel Corano si afferma che i musulmani devono competere tra di loro per servire il prossimo, tuttavia questo insegnamento non viene spesso applicato. Essi tendono spesso a soccorrere soltanto gli altri musulmani.



(©L'Osservatore Romano 22-23 maggio 2009)
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