Un viaggio con lo scrittore Eraldo Affinati nella «città cicatrice d'Europa»

La Berlino di oggi è la vera sconfitta di Adolf Hitler


di Andrea Monda

Eraldo Affinati è uno scrittore speciale. Alla passione letteraria unisce la vocazione pedagogica e un forte senso della storia. Dai suoi testi - dodici pubblicazioni fino ad oggi - filtra una profonda sensibilità religiosa, per quanto non esibita.
Insegnante, educatore, è impegnato da anni con i minorenni stranieri:  alla Città dei Ragazzi di Roma, fondata da monsignor Giovanni Patrizio Carroll-Abbing - da questa esperienza è nato il contenuto e il titolo del suo penultimo libro pubblicato l'anno scorso da Mondadori (Milano, pagine 209, euro 17) - e anche in una scuola particolare, la Penny Wirton, che lui stesso, con il contribuito di alcuni docenti volontari, ha organizzato quest'anno, sempre nella capitale, nei locali della chiesa di San Saba che i gesuiti gli hanno messo a disposizione.
Scuola particolare perché parte dalla scommessa di insegnare a persone straniere a scrivere e ad esprimersi in italiano, un modo di incontrare l'altro lì dove emerge il primo scoglio della divisione, la lingua, e fare di quello scoglio non una difficoltà ma un'occasione.
È questo stesso spirito che soffia nelle pagine del suo ultimo volume, Berlin (Milano, Rizzoli, 2009, pagine 290, euro 17) un testo eccentrico, non incasellabile, al quale è stato recentemente assegnato il Premio Recanati.
"Credo che la Berlino di oggi rappresenti la vera sconfitta di Adolf Hitler - afferma sereno Affinati - turchi, italiani, africani e asiatici vivono insieme ai tedeschi come il vecchio capo non avrebbe mai immaginato. Stiamo parlando di una città in cui sono presenti ancora le cicatrici del Novecento:  quella nazista e quella comunista".
Lo scrittore romano ricorda la prima volta che si recò nella cicatrice d'Europa:  "Fu nel 1986. Ricordo la frontiera fatidica al Check Point Charlie:  sembrava di passare da un mondo a colori ad uno in bianco e nero".

Il suo Berlin non è un vero e proprio romanzo, né un mero reportage. Partiamo dalla sua particolarissima struttura:  ce la può spiegare?

Avevo tanti frammenti che volevo ricomporre. Questa città è così:  un mosaico. Ho articolato il libro in sette giorni, ognuno dei quali è diviso in ventiquattro brevi capitoli. Ogni giorno è il regno di un pronome. Lunedì-io, martedì-tu, mercoledì-lui, giovedì-lei e così via. Ho fatto parlare le pietre, le statue, gli scrittori, i personaggi famosi, gli uomini comuni, ma anche le birre, la currywurst, persino le aquile del Terzo Reich. Ogni capitolo finisce con la descrizione di un quadro italiano compreso nella Gemaldegalerie.

Nel testo torna spesso la figura di Dietrich Bonhoeffer  al  quale  ha dedicato in passato un altro libro. Perché questo teologo è così importante per lei?

Mi ha fatto capire che il vero senso della libertà non è nel superamento del limite, ma nella sua accettazione. In questo senso credo che  Berlino  possa essere, per chi la guarda con  occhi  consapevoli, una maestra di finitudine.

Il  libro chiama a raccolta una folla di personaggi:  da Albert Einstein a Jesse Owens, da Rosa Luxembourg a Vladimir Nabokov, da Marlene Dietrich a Mies van der Rohe, da Heinrich Boll a Karol Wojtyla, per citarne solo alcuni. C'è la bibliografia e l'elenco dei nomi. Lei avrebbe potuto scrivere in modo  molto  più libero. Perché ha scelto questa forma?

Tutti i miei libri sono così:  anche quelli più narrativi. È come se io nella verifica dei nomi e delle cose cercassi un fondamento che possa dare senso al mondo.

Cosa significa viaggiare per lei?

Per me vuol dire tornare indietro, trovare le radici. Sentire che queste non sono soltanto mie, ma s'intrecciano con quelle di tutti.

A Berlino quali radici ha trovato?

Mio nonno venne fucilato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Ho cercato, ancora una volta, di parlare con lui.



(©L'Osservatore Romano 30 maggio 2009)
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