Intervista al presidente della Conferenza episcopale italiana cardinale Angelo Bagnasco

Modelli credibili
per riscoprire valori solidi


di Marco Bellizi

Una "cultura liquida", dove mancano le basi per costruire un solido edificio umano; una società frammentata e individualista, dove i giovani sono vittime e talvolta protagonisti in negativo; un Paese dove persistono situazioni di disagio, dove molte famiglie sono in difficoltà perché hanno perso o stanno perdendo il lavoro. Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, illustra a "L'Osservatore Romano" le urgenze del Paese, esaminate e discusse nel corso dell'assemblea generale dei vescovi italiani appena conclusasi. Fra queste urgenze, quella educativa assume un'importanza cruciale. La risposta, spiega il cardinale, deve venire dalla testimonianza credibile, da modelli coerenti. Nella speranza di riscoprire i valori che contano.

Eminenza, parlando di urgenza educativa, si è detto che uno dei problemi è quello della formazione permanente, dei fedeli laici come anche di chi è chiamato all'interno della Chiesa ad assumere un compito formativo.

Nella mia prolusione ho citato espressamente Romano Guardini per dire che "la luce si accende solamente con la luce". Mi riferivo naturalmente proprio agli educatori, che devono essere persone vive, adulte, mature, appassionate, altrimenti non possono svolgere un'opera educativa. Pertanto il tema della formazione permanente riguarda anche gli educatori ed è, senza dubbio, un tema sempre attuale. Tanto più che in un processo educativo c'è sempre, come sappiamo, un'interazione fra il discepolo e il maestro.

Ma c'è a suo avviso la necessità di una formazione permanente per i laici?

Anche nel decennio pastorale che si sta concludendo - che, come è noto, è stato dedicato all'annuncio e alla comunicazione del Vangelo - si è fatto riferimento, in fondo, al tema dell'educazione. Oggi però vediamo attorno a noi quanto sia ancor più necessario riapprofondire la cultura cattolica da parte dell'intera comunità cristiana. È questa dunque un'istanza ben presente al cuore dei Vescovi, che proprio per questo hanno individuato nel compito urgente dell'educare il tema degli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio.

In Italia alcuni giornali hanno parlato diffusamente della questione dei divorziati cattolici e delle loro sofferenze. Ritiene ci sia la necessità di porre un'attenzione particolare alla pastorale del matrimonio?

In realtà, da sempre c'è attenzione verso la pastorale del matrimonio. Il Vangelo della vita, della famiglia, del matrimonio sono questioni da sempre al centro dell'evangelizzazione. Certamente in questi ultimi anni, a seguito di quella diffusa fragilità che si individua in molte situazioni in cui purtroppo il matrimonio e la famiglia entrano in crisi, si richiede un investimento ancora più capillare. Quindi l'attenzione della Chiesa - che da sempre è rivolta all'istituzione familiare, ritenuta cellula fondante della società e rispondente al disegno divino e al sacramento che Cristo ha istituito - deve essere ancora maggiore nelle nostre comunità cristiane.

Uno dei sintomi della crisi educativa è il diffuso relativismo dei valori. Questo particolare aspetto come va combattuto?

L'emergenza educativa o urgenza, o sfida educativa, come si vuole dire, provoca anzitutto noi adulti, come ho detto nella prolusione, che dobbiamo essere testimoni credibili. Quindi punti di riferimento, modelli credibili ai quali i giovani possano guardare con fiducia e con attrattiva. Questo è il punto principale. Come ho detto altre volte, il problema fondamentale dei giovani sono gli adulti, siamo noi. Perché io ritengo che nei giovani ci sia un animo, un cuore che cerca ideali grandi per rispondere alla propria vita con generosità e anche con sacrificio. Questo è il primo elemento da tenere presente. Inoltre è necessario avere criteri educativi chiari, solidi, che vadano anche controcorrente se necessario, contro le mode dominanti, che partano da una antropologia completa che per noi cristiani si radica nella persona di Gesù Cristo, come ci ricorda anche il concilio Vaticano ii. Da qui bisogna partire per avere il coraggio, la fiducia, la speranza di poter educare le giovani generazioni che sono portatrici di questa domanda interiore. Ce lo ricorda il Santo Padre, Benedetto XVI, quando in diversi discorsi ha esortato a non avere paura di fronte al compito educativo. Noi non dobbiamo avere paura. È possibile educare, non dobbiamo arrenderci, perché sono i giovani stessi a chiedere questo aiuto a noi adulti.

Si sono potuti ravvisare dei motivi per i quali la questione educativa è divenuta così urgente negli ultimi tempi?

In una cultura fortemente segnata dal relativismo e dall'individualismo, si vive dentro un'atmosfera dove l'unità della persona si è smarrita. Ora, dentro alla frantumazione, alla divisione della persona, e quindi della società, nessuno vive bene. Ecco allora manifestarsi i sintomi di un disagio profondo che non tarda a produrre fatti molto gravi e deprecabili, quali ci riporta la cronaca. È un disagio che nasce dal vivere in una società e in una cultura molto liquida, friabile, dove non c'è nulla di solido su cui poggiare e costruire l'edificio umano. Questo clima culturale interpella il mondo degli adulti, chi ha responsabilità educative, e spinge a prendere sul serio questa urgenza.

Nella prolusione lei ha fatto riferimento al pericolo strisciante di eugenetica insito in alcune interpretazioni anche giurisprudenziali della legge 40 del 2004, quella sulla fecondazione assistita. Quali sono i punti critici?

La legge 40, che è in sé imperfetta, stabiliva un limite preciso di tre embrioni da impiantare insieme. Ora, invece, andare oltre i tre embrioni e superare l'obbligo dell'unico e contemporaneo impianto - consentendo pertanto di scegliere gli embrioni - comporta il rischio di favorire, sia pure indirettamente, una mentalità e una pratica di tipo eugenetico. E pone un interrogativo molto serio e grave sul destino degli embrioni non impiantati.

Domenica si è tenuta la colletta nazionale che serve a finanziare il "prestito della solidarietà", un contributo per rispondere alla crisi economica che colpisce anche l'Italia. Molti hanno esortato a cogliere le opportunità che vengono dalla crisi, come per esempio, riconsiderare stili di vita più sobri. Altri già dicono che il peggio è passato. Si può fare già un bilancio:  questa opportunità è stata colta o no?

Dal punto di vista della contingenza economica, se sta passando, se ci sono segnali, questo non posso dirlo perché non ho la competenza sufficiente. Come pastori noi, naturalmente, lo speriamo. Ci sono tante iniziative che arrivano da molte parti, dalle istituzioni governative, dal volontariato, dalla società. Tutto questo è molto positivo. Poi se siamo quasi fuori dal guado, questo io non posso saperlo. Certamente, come pastori rileviamo ancora con preoccupazione il persistere di alcune situazioni di disagio diffuso di tante famiglie che hanno perso o stanno perdendo il lavoro. Questo è il disagio che noi registriamo, in un contesto dal quale cerchiamo in tutti i modi di venire fuori. Tra le diverse iniziative c'è appunto quella dei vescovi italiani, che abbiamo chiamato "prestito della speranza".

Si è parlato nel corso dell'assemblea generale dei due aspetti di un'unica diaconia, quello della carità e quello della verità sull'uomo. È solo un problema di contenuti o c'è anche un problema di comunicazione? Mi riferisco soprattutto a quanti ancora continuano a vedere la Chiesa come Chiesa dei "no".

Questa è una visione decisamente sbagliata e incompleta, perché come è stato detto più volte - a cominciare dal Convegno ecclesiale di Verona del 2006 - la fede "è il grande sì di Dio" - e quindi della Chiesa che continua nel mondo la grande opera di Cristo - "alla vita dell'uomo", cioè alla sua libertà, alla sua intelligenza, alla sua esigenza di amore. La Chiesa continua a essere amica dell'uomo in tutte le sue espressioni, come Cristo è stato ed è amico dell'uomo e della vita. Dentro a questo grande "sì" vi sono e vi devono essere dei "no" puntuali, come per un padre e una madre che vogliono infinitamente bene al proprio figlio e proprio in nome di questo bene e di questo amore dicono anche dei "no" su certi punti. Il "no" è anche un po' l'altra faccia del "sì". Del sì all'amore, alla vita e all'uomo. Bisogna che la comunità cristiana cerchi di spiegare sempre meglio questa dinamica ma anche che chi ascolta smetta ogni pregiudizio e accolga veramente le ragioni di questa prospettiva che è una prospettiva positiva, radicalmente amica del mondo e proprio per questo deve dire delle cose che possono suonare come dei limiti. Ma dentro certi limiti vi è l'affermazione e la realizzazione della verità e del bene. Per quanto riguarda il rapporto fra verità e carità, io ne ho parlato dicendo che sono i due volti di un unico servizio, di un'unica diaconia della Chiesa verso il mondo. La diaconia della carità certamente raccoglie tantissimi consensi. Ma la diaconia della verità è la base della carità stessa, perché riguarda la verità di Dio e la verità dell'uomo. Quindi non si possono scindere queste due diaconie. La Chiesa non può fare a meno di essere fedele al suo Signore e al mondo.

Nella prolusione ha fatto cenno anche alla situazione delle terre colpite dal terremoto dell'aprile scorso. Quali particolari necessità si ravvisano, in termini di ricostruzione del tessuto sociale e sotto l'aspetto pastorale?

Devo dire anzitutto che non è stata solo L'Aquila a essere colpita dal terremoto ma anche altri territori, altre diocesi. Certamente L'Aquila è stata devastata e questo suscita in tutti il sentimento di una grande vicinanza e di un grande dolore per le vittime e per coloro che in un colpo hanno perso affetti e cose, frutto di una vita. Noi come vescovi ci siamo fatti vivi con un contributo di cinque milioni, cui ha fatto seguito una colletta in tutte le parrocchie che sta dando un grande frutto. Questo contributo, attraverso la Caritas italiana e le Caritas diocesane, andrà per progetti mirati indicati sia dalla Caritas nazionale, che sarà presente in loco, sia dai vescovi e dai sacerdoti della diocesi. Ci auguriamo che la solidarietà per questi nostri fratelli e sorelle che sono stati colpiti dal terremoto possa essere occasione per tutta l'Italia di riscoprire i valori che contano veramente.



(©L'Osservatore Romano 1-2 giugno 2009)
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