A colloquio con il presidente della Conferenza episcopale del Viêt Nam in visita «ad limina Apostolorum»

A piccoli passi sulla strada
del dialogo e della collaborazione


di Nicola Gori

Una Chiesa nata quasi cinque secoli fa, segnata dal coraggio di tanti testimoni che hanno patito persecuzioni e violenze pur di annunciare il Vangelo. Una Chiesa caratterizzata da fermenti di vitalità, come l'attiva partecipazione dei laici alla sua missione e il considerevole incremento del numero delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa. Una Chiesa che porta ancora i segni delle divisioni che hanno afflitto il Paese negli ultimi decenni, ma che a piccoli passi progredisce nel dialogo con le istituzioni statali, come confermano le periodiche visite delle delegazioni della Santa Sede, l'ultima nel febbraio 2009. È questa la realtà della comunità ecclesiale del Viêt Nam che emerge dall'intervista rilasciata al nostro giornale da monsignor Pierre Nguyên Van Nhon, vescovo di Ðà Lat e presidente della Conferenza episcopale, in questi giorni in Vaticano per la visita ad limina Apostolorum.

L'importante visita compiuta da una delegazione della Santa Sede in Viêt Nam nel marzo 2007 ha contribuito a migliorare i rapporti tra Stato e Chiesa?

Il Vangelo di Cristo è stato seminato nella terra del Viêt Nam dal 1533. La gerarchia vietnamita è stata creata nel 1960, in un tempo in cui il Viêt Nam era politicamente diviso. È stato solo nel 1980, dopo la riunificazione delle due parti del Paese nel 1975, che è nata la Conferenza episcopale di tutto il Viêt Nam. Questo evento, del quale nel 2010 celebreremo il trentennale, è stato caratterizzato dall'elaborazione della prima lettera pastorale collegiale, datata 1° maggio 1980, per invitare tutto il popolo di Dio a lasciarsi guidare dal Vangelo nella vita quotidiana e nell'impegno al servizio del bene comune.
La visita nel 1989 della delegazione della Santa Sede, guidata dal cardinale Roger Etchegaray, ha segnato poi una svolta storica per la Chiesa di Cristo in Viêt Nam. Da quella data la Santa Sede ha potuto mandare quasi ogni anno una delegazione nel Paese per dialogare con il governo e per visitare le nostre diocesi. Queste visite pastorali, in particolare quella della delegazione della Santa Sede dal 5 all'11 marzo 2007, guidata da monsignor Pietro Parolin, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati - dopo il significativo incontro del 25 gennaio 2007 fra il primo ministro vietnamita e Benedetto XVI in Vaticano - ci portano sempre luci e motivi di speranza, che confortano la fede del popolo cristiano. Certo, la visita del 2007 ha contribuito a migliorare i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica:  si è parlato di cammino positivo verso le relazioni diplomatiche. Auspichiamo che in un futuro prossimo tali relazioni diplomatiche diventino realtà. Desideriamo ardentemente la presenza permanente della Santa Sede, in rappresentanza del Pontefice, in Viêt Nam. Sarebbe per noi un segno visibile del Papa e della Chiesa universale in seno al nostro Paese. D'altro canto, questa presenza permanente della Santa Sede faciliterebbe gli incontri e il dialogo con le autorità civili in vista della testimonianza della carità, della buona Novella di Cristo nel nostro Paese.

Lo sviluppo economico e l'apertura commerciale del Paese hanno portato benefici e cambiamenti significativi alle condizioni della popolazione?

L'evoluzione economica e commerciale del Paese ha recato benefici e ha contribuito a mutare le condizioni di vita della gente, soprattutto nei contesti urbani. Ma la maggior parte della popolazione vietnamita vive nelle campagne e una parte considerevole appartiene a varie minoranze etniche che sono disseminate nelle regioni montagnose del nord, del centro, come nel delta del Mekong. Questi settori sono ancora i più poveri della società. Con lo sviluppo economico e l'apertura commerciale del Paese vi sono stati risvolti positivi per la popolazione, ma anche lacune in diversi settori che riguardano la vita familiare, morale e sociale. Il divario fra i ricchi e i poveri sta divenendo sempre più grande.

In un Paese a maggioranza buddista, a che livello è il dialogo interreligioso e quali passi avanti sta facendo?

La Chiesa cattolica in Viêt Nam intrattiene buoni rapporti con le altre religioni e confessioni religiose, in particolare con il buddismo. Non c'è tensione fra le religioni e fra coloro che professano religioni diverse. Esiste una certa forma di "compassione" fra tutti i vietnamiti che professano una religione - sia essa buddista, cattolica, protestante o qualsiasi altra religione locale - poiché condividono quasi le stesse difficoltà e le stesse speranze.
Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, si stanno compiendo sforzi, ma essi variano a seconda delle regioni. In generale, compiamo visite alle pagode buddiste in occasione delle feste di Vesak e riceviamo visite in occasione del Nuovo anno lunare, il Têt vietnamita. Esiste rispetto reciproco nell'ambito dei principi di fede e delle pratiche religiose, ma mancano ancora relazioni a livello di ricerca spirituale e intellettuale.

Vi è disparità tra il nord e il sud riguardo all'evangelizzazione e alla disponibilità di sacerdoti?

Con l'accordo di Ginevra del 1954, il Paese è stato diviso in due parti:  il Viêt Nam del Nord e il Viêt Nam del Sud. Una buona parte dei sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli cattolici del Nord si sono diretti verso il Sud, lasciando la Chiesa del Nord con scarsità di personale e con ogni sorta di difficoltà:  non ha potuto nemmeno partecipare al concilio Vaticano ii. Dopo la riunificazione del Paese nel 1975 - e soprattutto dopo la creazione della Conferenza episcopale vietnamita nel 1980 - vi sono stati incontri, scambi, dibattiti, forme di condivisione in diversi campi fra la Chiesa del Nord e quella del Sud. I trasferimenti e le nomine di vescovi da parte della Santa Sede hanno favorito gli sforzi volti allo scambio di personale fra il Sud e il Nord. Con l'apertura dei seminari maggiori di Hanoi e Vinh, nel Nord, e di Saigon, Can Tho, Hue, Nha Trang e Xuan-loc, nel Sud, come pure degli istituti religiosi, e con lo scambio di professori fra il Nord e il Sud, la vita della Chiesa in Viêt Nam è divenuta più uniforme per quel che riguarda l'evangelizzazione e la presenza dei sacerdoti.

Quale contributo offrono i religiosi e le religiose alle attività assistenziali, educative e pastorali della Chiesa?

È il punto forte della Chiesa in Viêt Nam. Noi abbiamo un numero considerevole di religiosi e di religiose, che, in generale, sono competenti e hanno un'adeguata formazione per le attività educative, pastorali e caritative. Il loro contributo e il loro servizio sono preziosi per la Chiesa, ma sono ancora insufficientemente riconosciuti dallo Stato.
Quali sono le priorità della Chiesa nell'ambito della sua opera per promuovere la giustizia sociale?


Prima del 1975 la Chiesa nel Sud ha fatto riflessioni e assunto impegni precisi per la giustizia sociale. In quasi tutte le diocesi vi sono state sessioni di lavoro dedicate ai temi della giustizia e della pace. Monsignor François Xavier Nguyên Van Thuán, allora vescovo di Nha Trang e presidente della commissione episcopale di Iustitia et Pax - poi cardinale e presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace - ha organizzato diverse sessioni per il clero, i religiosi e i fedeli laici. Attualmente cerchiamo di mettere in pratica la dottrina sociale della Chiesa, nei limiti del possibile, cominciando con il sostenere i più poveri e i più bisognosi:  le persone colpite dal morbo di Hansen e dall'Hiv, le minoranze etniche, gli abitanti delle bidonville e via dicendo.

La Chiesa è libera di esercitare il suo ministero nel Paese?

Sentiamo ogni giorno di più che c'è maggiore apertura per le attività religiose, ma tutto dipende ancora dalla situazione concreta di ogni regione. In ogni caso, lo Spirito Santo guida la Chiesa nelle sue attività e rende la Chiesa di Cristo sempre libera nell'evangelizzazione dei popoli. Ne siamo convinti.



(©L'Osservatore Romano 24 giugno 2009)
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