A colloquio con il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo

La tomba di san Paolo
fra storia e fede


di Mario Ponzi

"Lo ripeto e lo confermo:  la tomba di san Paolo non è stata mai aperta. Domani in conferenza stampa verrà confermato. E si vedrà che, in realtà, non c'è nulla da aggiungere, oltre quanto detto dal Papa. Se non per alcuni particolari tecnici, con i quali abbiamo poca dimestichezza. Ma per questo ci sarà il tecnico che ha eseguito materialmente il lavoro; darà tutti i particolari dell'operazione". Si augura, il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, arciprete della basilica di San Paolo fuori le Mura, che l'incontro con i giornalisti nella Sala stampa della Santa Sede - in programma venerdì 3 luglio - serva a soddisfare la curiosità, e non solo quella mediatica, suscitata dall'annuncio di Benedetto XVI riguardo alla datazione dei resti da secoli custoditi nel sarcofago sotto l'altare della Confessione della Basilica di san Paolo.
Sul perché di tanti silenzi e di tanti segreti sulla vicenda il cardinale è molto esplicito:  "Anzitutto si tratta di annunci che spettano al Papa. Poi non volevamo ripetere gli errori commessi in passato in occasione del ritrovamento della tomba di san Pietro e delle sue ossa. Si venne a sapere delle indagini e subito si innescò una polemica che divise gli archeologi". Il cardinale si riferisce alla diatriba insorta in particolare tra il gesuita Antonio Ferrua, che dubitava dell'identificazione, e l'epigrafista Margherita Guarducci, che al contrario ne era certa. Si dovette attendere più di un ventennio il pronunciamento di Paolo vi:  "Anche le reliquie di san Pietro - disse Papa Montini il 26 giugno del 1968 - sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica". E in quel tempo non esisteva la possibilità di usare una tecnica poi messa a punto:  il c14, cioè il radiocarbonio utilizzato per la datazione radiometrica di materiale di origine organica. In ogni caso, come lascia intendere il cardinale nel colloquio con "L'Osservatore Romano", vent'anni fa la prematura diffusione di apposite indagini sulla Sindone attraverso i media fu all'origine di polemiche proprio sulla datazione.
E dice il porporato:  "Quando circa due anni fa proposi al Papa la celebrazione di un anno da dedicare a san Paolo nella ricorrenza del bimillenario della morte - proposta devo dire accettata immediatamente e con gioia da Benedetto XVI - avanzai anche l'idea di una ricognizione del sarcofago. Da quasi due millenni è qui, e non è mai stato aperto per una verifica. C'è una concordanza incontrastata sul fatto che qui si conservano i resti di san Paolo. Ma non era stato mai controllato cosa vi fosse realmente. Il Papa accettò immediatamente e di buon grado anche questa proposta. Solo che si decise di rinviare l'operazione dopo la chiusura dell'Anno paolino per evitare di costringere i fedeli a pregare in un cantiere piuttosto che nella basilica. Per aprire il sarcofago sarà infatti necessario spostare non solo l'altare della Confessione, ma probabilmente anche il prezioso baldacchino, opera di Arnolfo di Cambio".
La tomba, come è noto, si trova proprio sotto l'altare. È incastrata in un muro di pietre e mattoni di circa un metro di spessore sui quattro lati. Una protezione necessaria perché "un tempo - ricorda l'arciprete - durante le frequenti esondazioni del Tevere l'acqua arrivava a minacciare il sarcofago. Per questo si decise di chiuderlo dentro una solida fortezza". Il Tevere oggi non costituisce più un pericolo e dunque "in pieno accordo con l'abate - perché è bene ricordare che la basilica papale è un tutt'uno con l'abbazia che la comprende - abbiamo ricavato un piccolo corridoio attraverso questo robusto muro e scoperto una delle facciate laterali del sarcofago. È una costruzione in marmo di Carrara grezzo, cioè non lavorato, non levigato. Questo, ma è solo una nostra supposizione, potrebbe significare che il sarcofago non era stato ancora decorato; doveva essere scalpellato e ornato con fregi e incisioni varie. Invece, con molta probabilità, l'opera non è stata subito completata e poi non c'è stato più modo di rifinire il sarcofago. Sopra c'è una pesante lastra di pietra che reca soltanto la scritta Paulo apostolo mart. Per renderlo raggiungibile ai fedeli abbiamo dovuto anche spostare un piccolo altare, dedicato a san Timoteo di Antiochia, del IV secolo. Per i pellegrini è stata una novità:  prima erano in pochi a scendere sotto l'ipogeo. Da quando abbiamo reso visibile il sarcofago, spesso e volentieri si forma una piccola ressa di persone tra quanti entrano, quanti si fermano a pregare dinanzi alla tomba dell'apostolo e quanti escono".
Ciò però non risolveva il problema di conoscere effettivamente il contenuto del sarcofago "e per questo - spiega il cardinale - dopo essermi consultato con gli esperti dei Musei Vaticani, ho formulato una proposta al Papa:  praticare un forellino sulla lastra che copre il sarcofago per esaminarne il contenuto. Non ricordo bene quale giorno fosse, ma sicuramente era nell'inverno tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008, quando Ulderico Santamaria, un chimico docente di Scienza e tecnologia dei materiali presso l'università della Tuscia, direttore del Laboratorio di diagnostica per la conservazione e il restauro dei Musei Vaticani, eseguì, dopo un giuramento solenne di segretezza e sotto la diretta responsabilità degli esperti dei Musei Vaticani, il forellino sulla lastra, usando un piccolo trapano, simile a quello di un dentista. Introdusse una microsonda grazie alla quale fu possibile vedere, anche se per un piccolo raggio, cosa vi fosse. Con una micropinza, del tipo di quelle usate per le artroscopie e la microchirurgia, prelevò alcuni reperti. Li facemmo analizzare, in tutta segretezza per i motivi che ho prima accennato, presso un laboratorio specializzato in questo tipo di esami. Neppure al laboratorio rivelammo fonte e committente, sempre allo scopo di non influenzare minimamente l'esame, affinché fosse il più possibile obiettivo e scientificamente sicuro".
Dunque, tutto il lavoro è stato eseguito nel più assoluto riserbo. Pochissime le persone che ne erano a conoscenza. "Devono averlo fatto di notte - ci confida un impiegato - o comunque in un momento in cui la basilica e gli annessi uffici erano deserti. Nessuno di noi si è accorto o ha saputo nulla, sino a quando il Papa lo ha rivelato il 28 giugno scorso".
L'arciprete ha ribadito di aver "agito sempre in accordo con Benedetto XVI, anche quando non ho dato nessuna informazione a chi aveva cominciato a fiutare qualcosa". L'annuncio "mi ha come liberato di un peso enorme - ha detto ancora - che mi portavo dentro da oltre un anno. Del resto tutti noi, custodi del segreto, eravamo coscienti che dovesse essere proprio il Papa a darne conferma e a dire che quei resti erano attribuibili all'apostolo".
Ora l'attesa si sposta sui tempi di approfondimento dello studio, già realizzato, per procedere all'apertura del sarcofago. "Non prevedo tempi brevi - dice il porporato - perché il lavoro da fare non è poca cosa e la delicatezza del sito richiede tanta, tantissima prudenza".
Il colloquio con il cardinale si allarga poi alla Porta paolina, come è stata ribattezzata la terza porta della basilica aperta dal Papa per l'inaugurazione dell'Anno dedicato all'apostolo. "Io - spiega l'arciprete - avevo proposto di inaugurare l'Anno aprendo la Porta santa. Benedetto XVI al proposito è stato subito categorico:  la Porta santa si apre solo in occasione di un anno santo, mentre quello paolino è stato solo un anno tematico. Così ho proposto di aprire la terza delle cinque porte della basilica e l'abbiamo battezzata Porta paolina proprio per ricordare l'evento. Vista l'importanza che assumeva, abbiamo chiesto allo scultore Guido Veroi di abbellirla con delle formelle in bronzo". Veroi è un artista romano, autore tra l'altro del rovescio della famosa moneta da cinquecento lire in argento del 1957, nota come "le caravelle", e direttore dei lavori per la realizzazione della copia in bronzo del monumento equestre a Marco Aurelio, in sostituzione dell'originale marmoreo in piazza del Campidoglio nel periodo del restauro. Lo scultore ha inciso quattro formelle del peso di cinquanta chili ciascuna, e sei cartigli, tre in latino sull'anta sinistra e tre in greco sull'anta destra, "a significare - spiega il cardinale arciprete - la caratteristica ecumenica di questa basilica, e per sottolineare il desiderio e l'auspicio del ritorno all'unità delle Chiese di Oriente e di Occidente".
Il lavoro è durato circa un anno. Tra l'altro è stato prima necessario verificare la tenuta della porta, in considerazione dell'enorme peso che stava per essere aggiunto. "Fortunatamente - dice il porporato - il portone è robusto e i cardini sono possenti e dunque in grado di sopportare il peso".
Quando il Papa ha aperto la Porta, le formelle erano solo delle copie applicate temporaneamente. Il 28 giugno scorso ha potuto invece ammirare l'opera conclusa. Ricordiamo che la Porta paolina è stata simbolicamente chiusa dal cardinale arciprete il giorno successivo ai vespri presieduti dal Papa, quando cioè l'Anno paolino si è chiuso ufficialmente. "Chiuso ma non concluso. Tanto è vero - assicura il porporato - che la Porta paolina continuerà ad aprirsi ogni giorno affinché l'apostolo possa continuare ad accogliere ancora degnamente le sue "genti"".



(©L'Osservatore Romano 3 luglio 2009)
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