A colloquio con la regista Elisabetta Sgarbi

Il dolore è la porta
per accedere al senso delle cose


di Luca Pellegrini

Un portone di luce si apre. Ha inizio la salita. Ascoltiamo:  "Un urlo, un lamento, un gemito, un mormorio". Sono quelli dell'intera umanità, nessuno escluso. Sono quelli di Gesù che sale verso il Calvario. Dal buio, misteriosa emerge la sua figura, capo reclinato, tunica rossa. È immobile. È di legno. Un legno che però prenderà vita. Scultura e cinema si confrontano, il contrasto parrebbe insanabile:  la dinamica della ripresa di un film e la staticità silente della statua. Quali sono gli strumenti che hanno reso possibile "vivificare" la materia delle statue di Simoni?
"L'ultima salita - ci dice Elisabetta Sgarbi - s'inserisce all'interno di un preciso progetto che prevedeva fin dall'inizio un uso inedito del dolly, che di solito si usa nella tv più commerciale per creare movimento e vivacità. Utilizzato nelle riprese di scene sacre, mi ha consentito di dare alle statue movimenti non scontati. Le statue sembrano sollevarsi, muoversi, inchinarsi sul Cristo morto. Nell'Ultima salita, ad esempio, grazie a questa tecnica, il Cristo a terra che riceve un calcio sembra risollevarsi. Un effetto di grande suggestione".

Mentre saliva dalla prima all'ultima stazione della Via Crucis ha modificato il suo atteggiamento, la sua tecnica di ripresa?

Una delle parole-chiave del film, che non a caso è anche nel titolo, è proprio "salita", come già anticipavo nel capitolo dedicato al Sacro Monte di Varallo attraverso una citazione di san Giovanni della Croce. Salendo, il mio sguardo si è modificato ed è cresciuta progressivamente la curiosità di vedere, di scoprire cosa c'era di non visibile dietro quelle figure. Questa attenzione al lato non visibile è diventato quasi il comune denominatore delle riprese del film. Spesso, infatti, ho scoperto accanto a statue perfettamente completate, delle statue vuote, non finite, e queste superfici incomplete hanno sollecitato la mia immaginazione. Il non finito mi interessa, è uno spazio che in qualche modo chiama il tuo intervento, ti invita a proseguire l'opera.

Nella tradizione religiosa si è sempre riservata molta attenzione alla preparazione alla "buona morte", ossia il momento dell'incontro con il Cristo risorto. È riuscita a leggere e cogliere tale pratica nella "salita" del film? E quali sono i piccoli particolari che l'hanno maggiormente colpita nell'approfondire la teologia della croce di Simoni?

Credo che l'incontro col dolore, con la sofferenza - che è uno dei temi che mi interessa di più e che percorre molti dei miei lavori - sia una porta fondamentale per accedere al senso delle cose, al loro reale peso. Quanto ai particolari inaspettati che mi hanno colpito nel fare il film, sicuramente c'è stata la scoperta di un mondo molto più numeroso di quanto credessi. Era come se, nelle riprese, le "statue-persone" si moltiplicassero; quando inquadravo le statue tridimensionali,  mi  ritrovavo a vedere  anche  altre  figure  scolpite sulle  pareti, e poi figure dipinte sui muri.  Era una strana forma di incontro.

Quali sono state le maggiori difficoltà nel corso delle riprese?

Come a Varallo, anche in questo caso mi sono scontrata con il problema delle grate che proteggono i gruppi scultorei. In questo caso il parroco, don Guido, molto gentilmente ci ha aperto le grate, ma restava comunque una trave di ferro che ci impediva di alzarci col braccio per poter inquadrare dall'alto. Alla fine abbiamo comunque trovato una soluzione, ma è stato complicato. Inoltre, il film è stato girato i primi giorni dell'anno  e   la   neve e  il  freddo  non  hanno  facilitato  il  lavoro.

Rispetto alle cappelle del Sacro Monte di Varallo, soggetto cui ha dedicato il secondo capitolo della trilogia, queste del Simoni in che cosa si differenziano?

Questa Via Crucis, a differenza del Sacro Monte di Varallo, è tutta raccolta in un'unica chiesa. La macchina da presa, qui, agiva quindi come un microscopio, alla ricerca di dettagli, essendo lo spazio molto piccolo. Quanto alle tecniche di ripresa, oltre all'uso - comune con gli altri episodi - del dolly, di cui ho già detto, in questo caso abbiamo utilizzato degli specchi flessibili, per cogliere anche la parte nascosta, posteriore, delle statue. Anche negli altri due episodi avevo cercato di dare alle statue effetti  di  movimento  e  "vita" inconsueti. Nel caso dei compianti in terracotta  attraverso  l'acqua, nel Sacro Monte di Varallo attraverso vetri.

Secondo lei questo film riesce a parlare anche allo spettatore laico che non ha alcuna dimestichezza con la pia pratica della Via Crucis?

I testi del film testimoniano del modo in cui questa Via Crucis può parlare anche allo spettatore laico. Erri De Luca scrive che "di incoronati a spine è pieno il mondo. Vanno a piedi, abitano vicoli ciechi, il Golgota è solo uno di questi". Ben Jelloun afferma che le braccia, le mani, i baffi di questi personaggi "ci guardano e ci seguono fino al giorno del Giudizio Ultimo". Il dolore è un tema universale. Tocca ugualmente tutti, credenti e non credenti.

Come sono stati scelti i testi? Anche la loro "tonalità" pare adattarsi alle diverse stazioni.

Coinvolgo nei miei film scrittori e filosofi che stimo e che, a mio avviso, sono sensibili ai temi rappresentati dall'opera d'arte - in questo caso la sofferenza e l'umanità di gente piegata e segnata in qualche modo dalla vita. Ho condiviso fortemente con mio fratello Vittorio l'impressione di una Via Crucis che raffigura nelle sue statue la gente del posto, arrivando a un risultato di straordinario realismo. Nel suo testo, inserito a conclusione del film, ha scritto:  "Simoni osserva gli abitanti di Cerveno e li traduce in sculture, con appassionata fedeltà, riproducendone i lineamenti e le smorfie. Chi entra nel santuario della Via Crucis, entra in una strada coperta di Cerveno, più popolosa e animata delle vie del paese. E a destra e a sinistra trova un popolo che gli viene incontro e gli racconta più della sua vita quotidiana che del suo dramma religioso".

Quali sono le sue impressioni sulle musiche di Franco Battiato, così scarne, evocative, rarefatte?

Credo siano musiche straordinarie, che danno ulteriore profondità al percorso fra queste statue. A un certo punto, ad esempio, si sente un gong che segna la visione del ladrone con la lingua fuori. La musica è completamente sintonizzata con l'immagine e la concentrazione dello sguardo.

A suo parere il film può diventare anche un sussidio di preghiera?

Mi piacerebbe moltissimo che il film  potesse essere utilizzato nel corso del triduo pasquale. Forse aiuterebbe il fedele a fare più attenzione a ciò che si vede. Con meno distrazione.



(©L'Osservatore Romano 8 agosto 2009)
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