A colloquio con il direttore Massimo Bufacchi
sui vent'anni dell'Ufficio del lavoro della Sede Apostolica

Norme d'avanguardia
a tutela di donne e famiglia


"Venti anni orsono" è il titolo della Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio di Benedetto XVI con la quale viene approvato il nuovo statuto dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica (Ulsa), che, firmata il 7 luglio di quest'anno, è stata distribuita in questi giorni, allegata alle nuove norme, a tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano. "Al passo con le trasformazioni sociali, culturali e del mondo del lavoro in genere nonché del cammino di sensibilizzazione e di collaborazione realizzato all'interno dei vari organismi - si legge tra l'altro nel Motu Proprio spiegando in un certo senso le innovazioni volute - l'Ulsa avverte il compito particolare che è chiamato oggi a sviluppare nella formazione professionale, spirituale e sociale del personale coerentemente con la missione ecclesiale di tutti coloro che collaborano con il Successore di Pietro nel suo ministero al servizio della Chiesa universale".
In realtà dalla nascita dell'ufficio ad oggi i tempi sono mutati. Quando vent'anni fa - era il 1 gennaio del 1989 - l'Ulsa vide la luce, nel mondo del lavoro e dell'occupazione si vivevano ancora grandi difficoltà e si rivolgevano aspre contestazioni al "sistema". I discorsi di Papa Wojtyla, del quale era ben nota l'esperienza da operaio, riproponevano con insistenza la dottrina sociale della Chiesa come unica via di soluzione. La Laborem exercens, fondata sulla centralità dell'uomo, soggetto del lavoro, aveva compiuto otto anni (14 settembre 1981) e la Pastor Bonus per il riordino della Curia romana era fresca di stampa (28 giugno 1988). Destò quindi curiosità nell'opinione pubblica, e tra i lavoratori in Vaticano, la nascita di questo organismo, i cui compiti erano descritti nell'Adnexum ii della Pastor Bonus. Molti ritennero che fosse soprattutto l'interlocutore istituzionale della Associazione dei Dipendenti Laici del Vaticano (Advl), altri ne interpretarono la funzione come quella di un tribunale vero e proprio, cui fare riferimento per dirimere le controversie di lavoro. Tanto che, nei primi due anni di vita, furono circa 400 i ricorsi proposti; altri ancora lo considerarono un ufficio attraverso il quale smistare quanti facevano domanda di impiego in Vaticano. Invece "fin dagli albori - conferma Massimo Bufacchi, di recente nominato direttore dell'Ulsa, nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano" - è stato chiaro che il fine era quello di contribuire alla realizzazione e al consolidamento di una vera e propria comunità di lavoro in Vaticano, nella considerazione delle esigenze di giustizia e di equità dettate dall'autentico rispetto della dignità della persona di ciascun collaboratore, il cui pilastro portante doveva essere il magistero, soprattutto quello espresso nelle encicliche definite sociali:  dalla Rerum novarum alla Caritas in veritate".

di Mario Ponzi

Non è un Tribunale del lavoro, né un ufficio di collocamento. Non è un ufficio del personale, né si occupa di assunzioni. L'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica (Ulsa) è molto più semplicemente uno degli strumenti utili al funzionamento di quella particolare comunità di lavoro "costituita - come scriveva Giovanni Paolo II nel novembre del 1982 all'allora cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli - da quanti, uomini e donne, religiosi e laici, si prodigano nei suoi dicasteri e uffici al servizio della Chiesa universale". Con il direttore Bufacchi abbiamo ripercorso i primi anni di vita dell'Ulsa.

Cosa è cambiato in questi venti anni per la comunità di lavoro in Vaticano, anche a seguito della presenza dell'Ulsa?

Intanto mi sembra opportuno richiamare la particolarità di questa comunità di lavoro alla quale ci riferiamo. Ovviamente ha alle spalle un fatto forte:  la Chiesa cattolica è presenza terrena di Cristo il quale, come ricorda la Laborem exercens, dedicò gran parte della sua esistenza terrena al lavoro manuale presso un banco di carpentiere. Ed è la parte focale del Vangelo del Lavoro, poiché mette in rilievo che il fondamento del valore del lavoro umano non è il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che chi lo compie è un uomo, una persona. Dunque la dignità del lavoro va ricercata non nella sua dimensione oggettiva quanto piuttosto in quella soggettiva. Se questo principio è la chiave del funzionamento di ogni buona organizzazione, ha almeno ugual valore per la Chiesa, anche se questa non è un'organizzazione ma un Corpo (Benedetto XVI al Clero di Roma, febbraio 2007). E in questi anni si è cercato di fare passare in tutte le amministrazioni del Vaticano questo valore, offrendo ai vari dicasteri, così come ai colleghi che si rivolgono a noi, la collaborazione utile a sviluppare e mantenere proprio questa comunità di lavoro, come esempio di corresponsabilità e di solidarietà.

Ci può spiegare cosa significa questo in termini pratici?

Lo spiega bene il nuovo statuto, nel Motu Proprio di Benedetto XVI che ne costituisce anche la premessa. A questo ufficio viene richiesto di rendersi disponibile ai vari organismi della Sede Apostolica ed ai suoi collaboratori per svilupparne la formazione professionale, spirituale e sociale, coerentemente con la missione ecclesiale di tutti coloro i quali sono chiamati a collaborare con il successore di Pietro nel suo ministero al servizio della Chiesa universale.

Questo significa che nel prossimo futuro l'attività conciliativa diverrà secondaria, rispetto allo sviluppo di programmi di formazione?

Certamente no. Nell'ambito dell'Ufficio si continuerà a svolgere un'attività di supporto tecnico per quanti si rivolgono a noi, come si è fatto fin dall'inizio. Solo che, almeno inizialmente, il compito dell' Ulsa veniva visto soprattutto come quello di un tribunale chiamato a dirimere delle controversie nate tra amministrazioni e personale, e proprio questo chiedeva la maggior parte delle persone che a noi vi si rivolgevano. Poi, con il trascorrere del tempo, ed il mutamento dello scenario sociale, la "lettura" del ruolo dell'ufficio si è trasformata. Quindi, nel campo delle controversie di lavoro si è svolta un'attività prevalentemente conciliativa tra le parti, seppur il collegio di conciliazione e arbitrato, in caso di mancata conciliazione tra le parti, emetta delle decisioni vere e proprie con tutte le garanzie del contraddittorio e della difesa. E così la mole dei ricorsi che veniva riversata sui nostri tavoli nei primi anni, si è ridotta in modo significativo.

Quindi un Ufficio del lavoro rimasto senza lavoro?

Tutt'altro. A parte il fatto che continuiamo ad accogliere i molti che bussano alla nostra porta per rappresentarci una loro situazione particolare, per la quale chiedono consiglio, o per chiederci di tentare la via della conciliazione con l'amministrazione per risolvere contrasti - e ci sono anche molte amministrazioni che ci interpellano per sapere come comportarsi in certi frangenti - la strada intrapresa è più completa ancora. Oltre al tentare di far sì che il contenzioso si fermi sul nascere o, meglio ancora, che il problema sia risolto ancor prima che gli interessati attivino procedure conciliative, siamo pronti alla collaborazione con le singole amministrazioni, per la formulazione e la revisione dei vari regolamenti interni, onde promuovere, come richiesto dal nostro statuto, la maggiore uniformità possibile. I nostri suggerimenti vengono formulati, nel riferimento fondamentale al magistero pontificio, anche con costante monitoraggio della legislazione internazionale sul lavoro, e tenendo conto delle problematiche esposteci dai lavoratori.

Ma se, nonostante tutti gli sforzi di conciliazione, i contrasti non si superano e nessuna delle parti recede dalla sue intenzioni cosa capita?

Noi non possiamo fare altro, ripeto, che cercare di individuare quali margini esistano per una soluzione condivisa dalle parti; in caso negativo, la procedura prosegue come da statuto e termina con la decisione del collegio di conciliazione e arbitrato che, con la vigenza del nuovo statuto (1 gennaio 2010), sarà ancora più celere, in quanto definitiva. In alternativa, ci si potrà avvalere dell'autorità giudiziaria vaticana, ai diversi gradi.

Lei ha fatto riferimento a un'attività di monitoraggio della legislazione internazionale sull'occupazione. Significa che suggerite alle amministrazioni Vaticane normative in vigore in altri Stati? e con quali criteri?

Pur consapevoli della nostra peculiare identità, e perseguendo una produzione normativa autonoma, seguiamo cosa avviene nell'ambiente internazionale del lavoro, perché chiaramente le situazioni si evolvono in continuazione. Lo scenario in questi vent'anni è mutato completamente e oggi vi è una enorme attenzione ai comportamenti dei "vicini di casa". Dunque l'aggiornamento in materia di lavoro è d'obbligo. Questa attenzione ci permette anche di valutare se le nostre norme regolatrici del rapporto di lavoro siano adeguate ai tempi; come è logico, il nostro maggiore riferimento è prevalentemente l'Italia.

Se dovesse stilare una ipotetica classifica tra i Paesi monitorati, a che posto collocherebbe il Vaticano sul tema lavoro?

I confronti non sono mai omogenei considerata la peculiarità della natura della nostra comunità di lavoro ed il contesto generale in cui opera. La comunità di lavoro della Sede Apostolica, - poco più di 4.600 persone -, è composta da ecclesiastici, da religiosi e da laici:  categorie molto diverse tra loro, che tuttavia lavorano fianco a fianco ogni giorno. Ma ciascuna ha delle necessità particolari, non sempre coincidenti. Comunque il sistema funziona, soddisfacendo, nei limiti del possibile, le esigenze di tutti, e dedicando una attenzione specifica alle famiglie. La normativa entrata in vigore di recente credo sia molto avanzata proprio per ciò che riguarda i provvedimenti a favore della famiglia. Oltre ad essere allineata a molte tra le iniziative adottate di recente in Italia - dai bonus per ogni nuova nascita, alla rivalutazione degli assegni per il nucleo familiare, soprattutto per nuclei numerosi o a reddito non elevato, per famiglie che hanno disabili o che assistono disabili, ai bonus annuali per le scuole materne, agli assegni annuali per sostenere le spese per i libri scolastici - la normativa vaticana è andata oltre prevedendo, per esempio, nel contesto dei provvedimenti a favore della maternità, permessi speciali retribuiti per quanti devono recarsi in Paesi fuori d'Italia per svolgere pratiche di adozione. E va tenuto conto che in Vaticano, non esistendo imposte sui redditi da lavoro, tutte le provvidenze sono a carico in gran misura delle singole amministrazioni, cui si aggiungono i contributi individuali. Non esiste, tra noi, un ente del tipo dell'istituto Nazionale di Previdenza Sociale (Inps) italiano, che copre l'onere degli stipendi per le signore che in Italia entrano in maternità.

Parlando di maternità il discorso si sposta sulla questione delle donne che lavorano. Qual è la situazione in Vaticano?

Direi che anche in questo settore siamo abbastanza attenti alla normativa italiana che, ripeto, è quella di riferimento più frequente, e in alcuni casi siamo più avanti. In Vaticano per esempio non c'è mai stata differenza di età pensionabile tra uomo e donna. Se il limite è 60 anni, lo è per tutti; se è 65 anni è valido per tutti. Per chi prenderà servizio dal 2010, uomo o donna che sia, l'età di pensione è stata fissata a 67 anni, e anche in questo siamo avanti.

Quante sono le donne che lavorano in Vaticano?

È una percentuale in crescita, anche se non raggiunge i valori del nostro piccolo ufficio, composto per metà di donne. Al 31 dicembre 2008, era femminile il 19% del personale, con un incremento del 5% nel quinquennio.

Vista questa tendenza, non ci sono allo studio provvedimenti che consentano alle donne-mamme, in caso di necessità, di poter usufruire di spazi per tenere nelle vicinanze i figli?

Il Governatorato aveva affrontato seriamente il problema alla ricerca di una soluzione; si è dovuto constatare però che non ci sono, all'interno dei vari uffici, spazi tali da consentire la creazione di asili-nido. Si è quindi tentata la via del convenzionamento con istituzioni nelle vicinanze del Vaticano, ma l'interesse delle potenziali fruitrici era modesto. Le mamme che lavorano sanno come organizzarsi, con nonne, parenti, o altre strutture più comode perché più vicine a casa. Per questo, nel quadro dei provvedimenti per la famiglia, è stato inserito il bonus per le scuole materne.

Esistono in Vaticano lavoro nero o precariato?

Lavoro nero è da escludere. Quanto al termine "precariato" oggi molto diffuso, è prevista dalle normative la stipula di contratti a termine per rispondere ad esigenze specifiche, circoscritte nel tempo o rispondenti ad esigenze particolari.

A volte però la durata di questi contratti si prolunga nel tempo.

Per quanto ne sappiamo, nel caso in cui le esigenze si trasformano in attività ordinarie, e l'attività è stata svolta in modo soddisfacente, il rapporto di lavoro diviene a tempo indeterminato. Si tratta evidentemente di un tema che richiede particolare attenzione, e non solo in relazione alle recenti dichiarazioni in merito di Benedetto XVI. Esistono poi, in misura molto limitata contratti di collaborazione professionale, rispondenti a particolari esigenze non risolubili tramite assunzione, ed attività affidate a ditte esterne, come ovunque, previa verifica che "abbiano tutte le carte in regola", dunque anche quelle del personale.

Prospettive?

Quella di lavorare più e meglio per restare al passo con le trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche del mondo attuale nell'orizzonte, come origine e scopo, del Magistero di Benedetto XVI. Quindi una particolare attenzione ai processi formativi, ed al miglioramento dei veicoli di comunicazione. Ad esempio il "Bollettino" che pubblichiamo periodicamente, onde far conoscere a tutti i colleghi l'evolversi della normativa in materia di lavoro nella Santa Sede (è appena uscito il numero 16 di quest'anno, con tutte le nuove normative sulla famiglia, sull'età del pensionamento, eccetera.), è disponibile in "rete", nel portale ufficiale della Santa Sede.



(©L'Osservatore Romano 9 agosto 2009)
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