A colloquio con monsignor Cesare Pasini, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana

Il custode dei libri del Papa


di Gianluca Biccini

È il custode del patrimonio librario del Papa, incaricato di conservare e incrementare le collezioni e di offrire agli studiosi un servizio all'altezza della fama dell'istituzione:  monsignor Cesare Pasini, da poco più di due anni è il prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana. Subito dopo il suo arrivo, questo tempio della cultura è diventato un cantiere. "Sono stato nominato il 25 giugno 2007, la biblioteca ha chiuso il successivo 14 luglio", spiega mentre ci accoglie sotto i ponteggi che coprono la facciata cinquecentesca, realizzata da Domenico Fontana nel Cortile del Belvedere. Milanese, 59 anni, un'esperienza più che ventennale maturata nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana, monsignor Pasini in questa intervista a "L'Osservatore Romano" parla del suo lavoro, in un luogo che continua ad affascinare ricercatori di ogni latitudine e a stuzzicare la fantasia di scrittori e registi.

Tommaso da Kempis paragonò il libro che si tiene nelle mani addirittura al bambino Gesù tra le braccia del giusto Simeone. Che sensazione dà il contatto con documenti tanto antichi?

È un'esperienza che coinvolge, che fa provare una sensazione di rispetto e di meraviglia, davanti a così numerosi e preziosi tesori dell'umanità. Ricordo ancora la prima visita alla riserva della biblioteca e l'emozione nell'aver fra le mani e osservare il Codice b (Vaticano greco 1209), il più antico codice integrale della Bibbia, del iv secolo, o il Papiro Bodmer 14-15, l'antichissimo manoscritto con ampi frammenti dei Vangeli di Luca e di Giovanni, dell'anno 200 circa, recentemente donato da un benefattore statunitense, Frank J. Hanna III. Ma la stessa sensazione si prova davanti ai classici, al Virgilio Romano, realizzato a Roma alla fine del v secolo, e al Virgilio Vaticano, risalente a quasi un secolo prima. Questi tesori, e tutti gli altri beni e materiali della biblioteca - manoscritti, archivi, volumi a stampa, stampe e disegni, monete e medaglie - sono conservati e resi disponibili da un'istituzione della Santa Sede:  la Vaticana è la biblioteca del Papa. Quando si opera in questa biblioteca, non solo ci si sente in un ambito di collaborazione importante e delicata, ma ci si accorge con quanta cura e impegno la Chiesa, la Santa Sede, il Papa considerino il servizio alla cultura e profondano energie e mezzi considerevoli a questo scopo.

Angelo Mai, Giovanni Mercati e Achille Ratti, il bibliotecario divenuto Papa. Tutti e tre sono passati dall'Ambrosiana alla Vaticana. Che effetto fa guardare a questi illustri predecessori?

Ambrosiana e Vaticana sono istituzioni "cugine":  fino al 31 dicembre 1973 l'Ambrosiana era sotto l'autorità diretta della Santa Sede. Solo dal 1° gennaio di 35 anni fa essa è divenuta autonoma, ma sempre conservando tracce e ricordo del suo antico legame. Ciò ha facilitato lo scambio e i passaggi da una biblioteca all'altra, e in questo senso voglio considerare anche il mio arrivo in Vaticana. Del resto, quest'ultima non mi era estranea. Con una certa frequenza venivo a studiare qui manoscritti o anche volumi a stampa che purtroppo non trovavo a Milano. In ogni caso i 21 anni all'Ambrosiana mi hanno veramente aiutato, nella collaborazione con monsignor Gianfranco Ravasi e gli altri colleghi, a farmi le ossa, a conoscere e a impratichirmi nei vari ambiti di lavoro di una biblioteca:  in Vaticana ho così ritrovato, in una realtà molto più ampia e con una tradizione più sperimentata e verificata, ciò che in misura minore e in modalità più semplice già avevo potuto vedere e saggiare in Ambrosiana.

Pio XI è stato l'unico Papa bibliotecario?

Nel senso stretto del termine sì. Ma altri si sono presi cura della biblioteca. Il fondatore della Vaticana, Nicolò V, aveva una sensibilità bibliotecaria e trasfuse lo spirito umanistico di cui era animato in questa realtà, da lui costituita nel Palazzo Apostolico attorno all'anno 1450. Un suo "breve" del 30 aprile 1451 ci ricorda che egli volle la biblioteca "per l'utilità e l'interesse comune degli uomini di scienza". I suoi successori, in particolare Sisto IV, ne curarono lo sviluppo nella sua prima collocazione. Fu poi con Sisto V, nel 1589, che si provvide a darle una nuova sede, nell'edificio eretto sulla grande scalea - realizzata dal Bramante - che divide il Cortile del Belvedere da quello oggi detto della biblioteca. I manoscritti furono allora collocati in un salone, che, dal Papa che lo fece realizzare, prese appunto il nome di Salone Sistino. Fra gli altri Papi che offrirono particolare cura alla biblioteca, oltre a Pio XI e alle iniziative attuate sotto il suo impulso nella prima metà del Novecento, bisogna ricordare Leone xiii:  sotto il suo pontificato la biblioteca si estese all'intero edificio che occupa tuttora e soprattutto iniziò quell'ammodernamento che fu poi ripreso e completato da Papa Ratti.

Quali sono i maggiori problemi legati al mantenimento di un simile patrimonio?

Tenere in vita una biblioteca è un'iniziativa benemerita e al tempo stesso gravosa. La Santa Sede ha scelto, da secoli, di assumere questa impegnativa. È importante suscitare anche aiuti e sostegni da parte di persone che conoscono l'istituzione e ne condividono gli obiettivi. Per questo è importante puntare sulla comunicazione con l'esterno. Se è abbastanza facile raccogliere fondi per opere caritative e assistenziali, è invece difficile che si facciano donazioni per il bene della cultura. Bisogna far capire che la biblioteca porta con sé un grande valore a beneficio dell'umanità. È anzitutto la consapevolezza che tutto ciò che di bello, di buono, di onorevole, di degno la creatività umana ha prodotto nel corso del tempo, è una testimonianza - consapevole o meno - di una ricerca di Dio e al tempo stesso una prova della grandezza e della dignità dell'uomo. Per questo la Santa Sede lungo i secoli ha stimato e conservato tutte queste testimonianze, prodotte in tempi, epoche e culture diverse, e le ha raccolte nella Biblioteca Vaticana a beneficio di tutti:  la Vaticana, con il suo esistere, dichiara questo "umanesimo cristiano" veramente cattolico perché universale. Favorisce e sostiene quanti, con autentico spirito "umanistico", studiano con pazienza quei documenti e quelle fonti, non accontentandosi del sentito dire, delle mode passeggere, consapevoli che le ricerche richiedono collaborazione, competenze e messa in comune, risultati confrontati e condivisi. Con questa sua ricchezza, la biblioteca merita un'opinione pubblica maggiormente attenta e riconoscente aiuti molto più coscienti e consistenti. Anche se siamo molto grati a quanti hanno compreso tutto questo e ci stanno generosamente sostenendo nei lavori di ristrutturazione.

Quando è prevista la riapertura al pubblico?

Dovremmo riaprire nell'autunno 2010. Molti studiosi non potendo scongiurare la chiusura ci hanno chiesto di abbreviare il più possibile i tempi di inaccessibilità, e spero che apprezzino il nostro impegno a non superare i tre anni di interruzione previsti. I lavori edili dovrebbero concludersi entro quest'anno. La prima metà del 2010 sarà dedicata a riorganizzare tutto quanto necessario per la riapertura.

Ci saranno iniziative particolari?

Anzitutto la pubblicazione di una storia della Biblioteca Vaticana:  è prevista in sette volumi e il primo uscirà appunto nell'autunno 2010. Sarà una pubblicazione di alta divulgazione, dotata anche di un ricco corredo fotografico. Desideriamo che possa essere apprezzata dagli addetti ai lavori, che vi troveranno una sintesi aggiornata e perfezionata degli studi sull'argomento, ma anche per quanti siano interessati a conoscerci nelle tappe della nostra storia. Vi sarà pure un convegno, che si svolgerà dall'11 al 13 novembre 2010. Esso cercherà di rispondere a due domande:  quali studi siano stati fatti in Vaticana nei vari ambiti di ricerca negli ultimi cinquanta-sessant'anni, utilizzando i suoi materiali; e come la Vaticana abbia proceduto, nello stesso periodo di tempo, nella sua organizzazione e nelle sue iniziative. Per quest'ultimo aspetto ascolteremo voci interne alla biblioteca e chiederemo ai partecipanti di verificare con noi quanto si è riusciti a compiere; invece per le indagini sulle ricerche condotte in Vaticana, abbiamo invitato vari studiosi che sono in contatto abituale con noi.

Prima ci saranno altri appuntamenti?

Dal 23 al 27 agosto prossimi una delegazione della Vaticana parteciperà a Milano al 75° congresso mondiale dell'International Federation of Library Associations and Institutions (Ifla). Una giornata sarà dedicata alle biblioteche religiose, e vi si esprimeranno rappresentanti dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islam. Prendendo la parola in quell'occasione, vorrei presentare lo "spirito" della Vaticana, soprattutto quello spirito universale, per il quale essa è aperta a tutti, senza distinzione di provenienza, di religione e di cultura; e vorrei anche ricordare come la Vaticana venga in contatto, per le richieste che le vengono rivolte o per proprie iniziative, con istituzioni e studiosi di ogni Paese. Operare in Vaticana permette di cogliere l'universalità della cultura e aiuta a capire come la cultura faciliti lo scambio, la vicinanza, la costruzione comune nella ricerca.

Cosa significa essere prefetto della Vaticana?

È un incarico che ho ricevuto e che mi chiede di seguire e guidare un'istituzione così grande, nelle sue strutture, nei vari settori, nelle commissioni. Ci sono poi i lavori in corso:  siamo chiamati a farli procedere a ritmo serrato e secondo le modalità previste, per far concorrere ogni aspetto al bene della riapertura. Soprattutto mi accorgo che questo compito di prefetto mi pone in relazione con tutte le persone, uomini e donne, un centinaio circa, che lavorano in biblioteca. Essi sono la mia gente, la mia famiglia. Riconosco che è impegnativo e non sempre facile prendere decisioni che coinvolgono persone e assumermi la responsabilità che ne consegue. Ma, da quando sono arrivato in Vaticana, non solo ho subito percepito un ambiente con una tradizione di elevata competenza bibliotecaria, ma ho pure avvertito che l'ambiente, anche grazie a chi mi aveva preceduto, era popolato di persone dedite, motivate, vivamente coinvolte nella missione e nel servizio della biblioteca. Era, ed è, una realtà fondamentalmente positiva, nonostante le ovvie difficoltà, i problemi e le correzioni che pure devono essere compiute. Una realtà di persone che volentieri aiutano:  il prefetto della Biblioteca Vaticana sente, sa di essere stato sostenuto e aiutato. Di questo sono molto grato a tutti, come sono consapevole che ciò continuerà a dare frutto:  per l'insieme dell'istituzione e per il suo buon funzionamento. Nella biblioteca del Papa è giusto che la Provvidenza di Dio sia all'opera e me ne sono accorto iniziando un compito che ritenevo e ritengo aldilà delle mie capacità; ma è pure all'opera la Provvidenza dei molti che vi lavorano con generosità, con bello spirito umano, con affetto e anche con una delicata testimonianza di fede. Verrebbe da applicare in senso inverso la famosa immagine della "mela marcia":  un'istituzione, che può far tesoro della responsabilità e dell'entusiasmo di molti, riesce anche a risvegliare e correggere quanti sono meno motivati.

Un impegno che richiede parecchio tempo?

Le mie ore di lavoro non si devono contare. Del resto, lo confermo, c'è la collaborazione dei molti ai quali volentieri, come è previsto, si demandano le responsabilità che loro competono. In un certo senso c'è sempre da fare e sembra di non "portarsi mai in pari". Ma allo stesso tempo lo spirito buono unito alla competenza e alla laboriosità permette di farcela, nei vari aspetti di lavoro della biblioteca.

In cosa consistono questi aspetti?

Sono gli aspetti abituali di una biblioteca come la nostra:  ci si occupa di acquisizioni, di catalogazione, di riproduzioni fotografiche, di conservazione e restauro, di esposizioni. Il personale addetto alla ricerca prepara i cataloghi specializzati. La Vaticana è strutturata in tre dipartimenti - manoscritti, stampati e gabinetto numismatico - a loro volta articolati in varie sezioni. Vi sono poi i laboratori di fotografia e di restauro, il coordinamento informatico e il Ced, e tutta una serie di servizi di segreteria, quanto mai preziosi.

Chi è il sacerdote Cesare Pasini?

Sono nato nel 1950 in una famiglia milanese da generazioni:  una famiglia laboriosa, in buona armonia. Sono entrato in seminario per frequentare il ginnasio, dopo aver vissuto nel contesto parrocchiale di San Martino in Villapizzone. Trentacinque anni fa, l'8 giugno 1974, sono stato ordinato sacerdote in Duomo dal cardinale Giovanni Colombo. I superiori erano incerti se farmi proseguire gli studi nell'ambito della matematica o della patrologia:  fu scelta quest'ultima.

E per questo motivo venne a Roma.

Sì. A Roma ho frequentato il Pontificio Istituto Orientale, studiando i Padri greci. Ho avuto modo di seguire i corsi tenuti da Enrica Follieri, la bizantinista della Sapienza. Con lei potei affrontare un tipo di ricerca che mi aveva attratto fin dai tempi del liceo, quello delle edizioni critiche e dello studio dei manoscritti. Le chiesi infatti di guidarmi nella tesi per il dottorato in scienze ecclesiastiche orientali. Fu allora che entrò nella mia vita uno dei due santi che più l'hanno influenzata. Ho preparato infatti l'edizione della Vita di Filippo di Agira, un santo bizantino, venerato in Sicilia, appunto ad Agira nella provincia di Enna, e patrono di Zebbug a Malta; e grazie a san Filippo ho potuto anche visitare Malta e incontrare il suo simpatico popolo e la sua affascinante lingua italo-semitica. Il secondo santo è Ambrogio di Milano. La cosa più singolare è che sono giunto a lui passando "attraverso" i padri dell'Oriente. Fu infatti monsignor Giacomo Biffi, oggi cardinale, in qualità di responsabile dell'opera omnia ambrosiana edita da Città Nuova, a chiedermi di curare il volume dedicato alle testimonianze riguardanti sant'Ambrogio nel mondo bizantino.

C'è poi un secondo motivo, legato alle Romite dell'Ordine di Sant'Ambrogio ad Nemus.

Don Adriano Caprioli, attuale vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, mi chiese di tenere un piccolo corso di patrologia alle novizie e alle neo professe del monastero, a Santa Maria del Monte sopra Varese. Poi il gruppo si ampliò coinvolgendo tutte le monache:  trenta claustrali dell'antico ordine nato nella seconda metà del Quattrocento - proprio come la Biblioteca Apostolica Vaticana - dall'esperienza eremitica delle beate Caterina e Giuliana. Mi chiesero di presentare sant'Ambrogio, alla cui spiritualità ispirano la loro vita claustrale, spingendomi così a conoscerlo e a studiarlo; e con la loro competenza e con la loro esperienza spirituale, e anche con il loro affetto per il santo vescovo, mi aiutarono a scoprire la ricchezza della sua persona e dei suoi scritti. Con il passare degli anni le monache mi hanno fatto sentire come "di casa" e, nel nome di sant'Ambrogio, sono nate varie iniziative, compresa la fondazione nel 2003 dell'Accademia di sant'Ambrogio annessa alla Biblioteca Ambrosiana. Oggi, passato da Milano a Roma, mi sento di dire che il monastero delle Romite è come la mia casa in diocesi di Milano, sempre ospitale ogni volta che ritorno. E poi, non ho lasciato il rito ambrosiano, così finemente celebrato dalle Romite:  in Vaticano, nella cappella del prefetto della Biblioteca Apostolica, nei giorni feriali celebro costantemente secondo il rito della mia diocesi.

Che ricordi conserva del periodo in cui insegnava?

Dopo i tre anni di studi romani, dal 1977 ho insegnato greco, per un anno anche latino, al liceo del seminario di Milano, ma soprattutto patrologia nel seminario teologico di Saronno. Poi, nel 1986, fui chiamato alla Biblioteca Ambrosiana, prima come dottore e, dal 1991, come vice-prefetto. Qui l'anno precedente erano iniziati i lavori di ristrutturazione protrattisi fino al 1997. Sembra che il mio destino sia quello di vivere in biblioteche in ristrutturazione.

Finora abbiamo parlato della dimensione soprattutto intellettuale del suo ministero. E quella pastorale?

Quando insegnavo in seminario, e poi quando sono entrato all'Ambrosiana, fu normale che ricevessi anche un incarico pastorale in alcune parrocchie della diocesi:  ovviamente limitatamente al ministero festivo, al sabato pomeriggio e alla domenica. Così dal 1977 al 1985 sono stato a Castano Primo, verso il Ticino, collaborando con don Paolo Cortesi, divenuto in seguito segretario del cardinale Martini. Lui seguiva l'oratorio maschile, io aiutavo in quello femminile, diretto dalle salesiane:  ho ritrovato il loro carisma in Vaticano, succedendo al salesiano Raffaele Farina, ora Cardinale Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Per nove anni sono stato poi a Bulgarograsso, vicino ad Appiano Gentile, aiutando don Domenico, un parroco anziano ma pieno di energia. A Castano, anche grazie all'impostazione di don Paolo in oratorio, avevo compreso come fosse importante ascoltare le persone, dedicare loro tutto il tempo necessario, favorire cammini spirituali, e ho provato a seguire questo modo anche negli incarichi successivi, sino agli ultimi due a Sesto San Giovanni, nella popolosa parrocchia di San Giuseppe, per un decina d'anni, e infine negli ultimi tre anni nella parrocchia del Redentore. Ho visto formarsi tante famiglie e nascere anche alcune vocazioni alla vita consacrata. Quando sono venuto a Roma ho fatto il giro di queste parrocchie per un saluto:  m'è parso che le relazioni autentiche non potessero venir meno, e so che è così. Trovo bello che le relazioni con molte persone di quei luoghi siano rimaste vive e autentiche, magari tramite posta o e-mail, o semplicemente perché ciò che è vero rimane comunque; e ringrazio la Provvidenza che anche a Roma e in Biblioteca Vaticana si siano aperte altre relazioni, in modo differente ma - spero e penso - ugualmente ricche e autentiche. Da quando sono a Roma, inoltre, collaboro, pur a tempo assai ridotto, con la parrocchia di Santa Maria Consolatrice a Casal Bertone - di cui fu titolare il cardinale Ratzinger - dove celebro la messa festiva.



(©L'Osservatore Romano 14 agosto 2009)
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