La Pontificia Missione sotto la giurisdizione
della Congregazione per le Chiese Orientali ha finora raccolto oltre 250 milioni di dollari

Sessant'anni di aiuti
alle popolazioni palestinesi


di Gianluca Biccini

Need not creed. "Bisogni non dottrine". Da sessant'anni è la parola d'ordine della Pontificia Missione per la Palestina nella regione mediorientale. Un'opera al servizio della carità, che assicura il finanziamento di iniziative a sostegno delle popolazioni locali. Da New York, sede amministrativa - quella centrale è a Roma - segue con attenzione le vicende della Terra Santa, della Giordania e del Libano. Da qualche anno l'orizzonte dell'istituzione si è allargato sino a comprendere anche l'Iraq e la Siria.
Il presidente è monsignor Robert Stern. Risiede a New York, poiché è proprio tra i cattolici degli Stati Uniti e quelli del Canada che si conta il maggior numero di benefattori e di sostenitori dell'opera. Anche se l'arcidiocesi tedesca di Colonia, la Swiss-German Kinderhilfe Bethlehem, Kindermissionswerk, Kirche en Not, Misereor e Missio hanno assunto un ruolo di primo piano nella raccolta degli oltre 250 milioni di dollari che fino a oggi sono stati impiegati nei servizi di assistenza. Con monsignor Stern, nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", abbiamo tracciato un bilancio di questi sessant'anni.

Dopo la decisione dell'Onu nel 1947 di dividere la Palestina, Pio xii scrisse ben tre encicliche per la pace in Terra Santa e la soluzione dei problemi palestinesi:  Auspicia quaedam del 1 ° maggio 1948, In multiciplibus curis, del 2 ottobre dello stesso anno e Redemptoris nostri cruciatus del successivo 15 aprile. Il 18 giugno 1949 veniva istituita la pontificia missione. Qual era il contesto storico?

Furono la sofferenza e l'indigenza tragiche dei popoli della Palestina dopo la divisione a suscitare in Papa Pacelli il desiderio di creare un organismo ecclesiale specifico per aiutarli. Per questo incaricò il segretario della Catholic Near East Welfare Association (Cnewa), agenzia sotto la giurisdizione della Congregazione per le Chiese Orientali, monsignor Thomas J. McMahon, di creare un ente che assistesse e offrisse sostegno ai bambini, alle famiglie, ai feriti, ai malati, agli anziani e agli esiliati.
Centinaia di migliaia furono i palestinesi costretti a lasciare la loro terra natale e a riparare nella parte del territorio sotto il controllo dell'allora Transgiordania o dell'Egitto. Il 18 giugno 1949 il cardinale Eugenio Tisserant, segretario del dicastero per le Chiese Orientali, pubblicava il documento che sanciva la nascita della pontificia missione. Come primo segretario fu scelto il canonico Jules Creteen, rettore del seminario arcidiocesano di Malines, e come assistente il francescano Raphael Kratzen. La sede amministrativa fu stabilita a Beirut, con uffici successivamente aperti a Gerusalemme e ad Amman.
Inizialmente, la pontificia missione si occupò di assistere sfollati e rifugiati. Dopo la nascita dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i profughi palestinesi, ha adattato i suoi programmi non solo per collaborare con quest'ultima nel miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi dei campi profughi - per esempio fornendo mobili per le scuole - ma anche per stabilire nuove istituzioni, com'è stato nel caso di una scuola per ciechi a Gaza.

Nel gennaio 1964 Paolo vi si recò in Terra Santa. Che impatto ebbe quella visita?

Papa Montini andò in un momento di relativa tranquillità, dopo la tormenta del conflitto. Un frutto particolare della sua visita fu la fondazione, in collaborazione con la pontificia missione, di parecchie nuove realtà:  la scuola per sordomuti Ephpheta a Betlemme, la cui gestione didattica fu affidata alla congregazione delle suore Maestre di Santa Dorotea, figlie dei Sacri Cuori; l'Università di Betlemme, affidata alla Congregazione dei fratelli delle scuole cristiane; e il centro Notre-Dame di Gerusalemme sotto l'autorità immediata della Santa Sede.

Dieci anni dopo, il 25 marzo 1974, Paolo vi con l'Esortazione apostolica Nobis in animo rilanciò il tema dell'aiuto alle popolazioni del Medio Oriente. Dopodiché, nella sua lettera del 16 luglio, in occasione del venticinquesimo anniversario di fondazione della pontificia missione, ha praticamente aperto all'orizzonte una nuova sfida. Perché e con quali risultati?

Nella sua lettera, il Papa incoraggiò a impegnarci non solo nell'aiuto in situazioni di emergenza, ma ad aprirci anche a opere di sviluppo umano. Purtroppo, con le nuove occupazioni territoriali della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel 1967, la pontificia missione ha dovuto concentrarsi di nuovo e quasi esclusivamente nell'aiuto in situazioni di emergenza. Dopo la guerra dei sei giorni, la situazione è completamente cambiata:  le popolazioni palestinesi, senza le proprie strutture di governo, mancavano anche di istituzioni sociali e così nascevano nuove necessità. Il nostro organismo è andato in loro aiuto in tutti i modi possibili, attraverso una rete sempre più ampia di realtà educative, sanitarie e sociali che hanno contribuito a lenire le ferite del conflitto e delle violenze. Da questo si capisce come la necessità della nostra presenza non è diminuita, ma ha cambiato natura.
Negli anni seguenti il Medio Oriente non ha smesso di sperimentare momenti di grande tensione e di conflitto, spesso sfociati in atti di violenza e guerre aperte, come i fatti di Gaza all'inizio di questo anno dimostrano ancora oggi. La pontificia missione, attraverso i suoi uffici locali e in collaborazione con altre realtà ecclesiali e con le agenzie dell'Onu, ha intensificato gli sforzi per aiutare le popolazioni a ricrearsi una vita:  si è impegnata nella ricostruzione dei villaggi e in progetti di sviluppo, fornisce assistenza sanitaria necessaria e contribuisce alla ripresa delle attività artigianali, industriali e agricole nella Striscia.

Può farci esempi concreti della vostra attività?

Dopo il 1967, la crisi dei profughi ha cominciato ad estendersi anche in Giordania. In risposta, la missione ha aiutato non solo i palestinesi che abitavano nei campi profughi nel regno hascemita, ma anche agli stessi giordani, dando sostegno economico a parecchi villaggi.
Abbiamo costruito ospedali per la maternità in Amman e Zerqa e avviato un programma di aiuto ai bambini poveri e alle loro famiglie. Dopo il 1975, con la guerra civile in Libano, l'attenzione della missione si è man a mano spostata verso la popolazione libanese:  assistenza sanitaria ai più bisognosi, soprattutto negli ospedali cattolici, sussidi a circa cento orfanotrofi, e la ricostruzione delle case danneggiate dalla guerra.
Dopo l'Intifada del 1987 la pontificia missione ha puntato all'aiuto dei vari comitati locali palestinesi, provvedendo servizi sanitari a Gaza e in Cisgiordania, coordinando l'uso dell'acqua e della terra agricola, e promovendo una cultura di giustizia e di pace. Mi viene in mente la ristrutturazione delle case dei cristiani che vivono nella città vecchia di Gerusalemme, affinché non se ne vadano. Un altro esempio è la ricostruzione degli edifici danneggiati dai bombardamenti nei Territori.

Ha parlato più di una volta della fuga dei cristiani dai luoghi delle origini. È una realtà preoccupante?

È un fenomeno per certi versi irreversibile, ma che noi possiamo cercare di circoscrivere. I dati parlano chiaro. Basti pensare alle possibilità che l'Occidente offre, per capire perché tanti cerchino di raggiungere i familiari che hanno trovato fortuna altrove. I cristiani inoltre subiscono una forte pressione sociale, sono considerati stranieri nella loro patria e questo pesa soprattutto sulle aspettative dei giovani. Certo non possiamo permetterci il lusso di far scomparire i cristiani dalla terra di Gesù. Per questo in collaborazione soprattutto con l'ordine del Santo Sepolcro, il patriarcato latino e con la Custodia francescana siamo alla ricerca continua di soluzioni. Attualmente puntiamo sull'occupazione:  garantire un lavoro significa di fatto mantenere accesa una speranza.

Qual è l'elemento caratteristico della vostra missione?

Noi facciamo un po' la parte di quelli che aprono la pista. Sperimentiamo cioè nuove vie, indichiamo i percorsi. Poi altri con maggiori risorse ci seguono in questo itinerario. In Medio Oriente le emergenze non finiscono mai e così neanche la carità del Papa manifestata per mezzo della pontificia missione.



(©L'Osservatore Romano 15 agosto 2009)
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