Intervista ad Alessandro Barban priore del monastero camaldolese di Fonte Avellana

La parola, il silenzio
e il segreto di quel «et»


di Giulia Galeotti

Ha piovuto tanto quest'inverno. E ha continuato a piovere in primavera. Per noi di città, è stato un supplizio:  il traffico bloccato, le giornate umide, lo slalom tra pozzanghere e gocciolanti ombrelli altrui. Eppure, è grazie a quella pioggia che oggi, un sabato di piena estate, la valle in cui si trova il monastero camaldolese di Fonte Avellana è lussureggiante come raramente avviene in piena estate. Chi scrive bussa al portone. Nella maestosa soggezione di mura che hanno attraversato i secoli, aspetto l'arrivo del priore. Quando ti immagini un monaco, lo immagini esattamente così:  solido e barbuto, essenziale, ma appassionato, profondo, serio e dalla risata sonora. È dom Alessandro Barban.

Padre Barban, quando e come nasce la sua vocazione monastica?

Il primo desiderio di orientarmi a una consacrazione religiosa è cominciato verso gli 11 anni. Ho avuto un'esperienza molto importante alla periferia di Ferrara, dove non c'era la chiesa costruita:  con altri giovani abbiamo animato per circa 10 anni una comunità cristiana che si radunava in un garage. Da quella esperienza, poi, monsignor Filippo Franceschi, allora vescovo di Ferrara, organizzò una parrocchia tuttora esistente, San Giuseppe Lavoratore. Quell'esperienza ha coinciso anche con gli anni del liceo classico e poi dell'università - mi sono laureato in storia contemporanea a Bologna con una tesi sul sistema politico italiano confrontando il pensiero di De Gasperi e di Moro. Andavo spesso a Camaldoli:  finita l'università, decisi di fare una prova più consistente. Ho compiuto tutto l'iter:  postulantato, noviziato, professione semplice, studi di teologia a Roma - al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo e poi alla Gregoriana. Sono diventato monaco nel 1989, e l'anno dopo presbitero - noi diventiamo sacerdoti dopo i voti solenni. Poi ho avuto un'esperienza breve, ma molto intensa, di insegnamento di teologia al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo per 7 anni. Ho anche animato dall'interno la comunità di San Gregorio - mi occupavo di un cammino di lectio divina e di alcune settimane teologiche a Camaldoli, in estate. Nel 1997 sono stato eletto priore di Fonte Avellana, e da allora sono qui.

Dal 1997 a oggi il monastero di Fonte Avellana è cambiato molto. È tornato a essere un centro importante.

Prima Fonte Avellana aveva una dimensione più chiusa, gli ospiti e le proposte erano limitati. Dal 1993 abbiamo fatto un cammino insieme, rafforzato con la mia elezione a priore:  credo che un monastero non debba soltanto vivere davanti a Dio con la preghiera, con la  testimonianza  del  silenzio  e  della lectio divina, ma debba anche essere un luogo di accoglienza. Occorre però stare attenti:  molta gente pensa che la nostra foresteria sia una specie di piccolo hotel. Ma il monastero non è un agriturismo. Noi invitiamo chi viene a partecipare - e partecipano! - alla preghiera, alla liturgia, a seguire le settimane. Proponiamo cammini di riflessione e di meditazione, molto apprezzati come momenti di approfondimento della fede. A volte ospitiamo anche persone in ricerca; persone che si sono allontanate dalla Chiesa o che vi stanno tornando; atei:  gli avvicinamenti possono essere diversi, ma è chiaro che l'apertura del monastero è connessa con questa ricerca personale.

È il ministero dell'ospitalità. Lei scrive che "l'ospitalità permette al monaco di non morire (ovvero di non fissarsi), bensì di continuare ad essere sia unificato che aperto". Del resto il capitolo 53 della Regola di san Benedetto prevede che "tutti gli ospiti siano ricevuti come Cristo in persona, perché egli dirà:  ero forestiero e mi avete ricevuto".

Credo sia molto importante rimanere non solo davanti a Dio con la preghiera e la testimonianza, ma anche rimanere davanti agli uomini per ascoltare disagi, dubbi, inquietudini, vuoto e scompensi di senso presenti nelle vite degli uomini e delle donne. Ascoltare una sorella o un fratello che arriva è un altro modo di pregare. Sembra un po' paradossale, ma è la stessa invocazione quella rivolta a Dio e quella rivolta agli uomini. La parola di risposta a Dio nella scrittura e la parola di risposta alla domanda che viene da un fratello. La gente ci ringrazia spesso per l'ospitalità e il dialogo, ma alla fine non so veramente chi riceva di più:  noi riceviamo tanto dagli ospiti. È uno scambio molto profondo.

A quali fasce di età vi rivolgete?

A quella dai 30 ai 50. In un posto come questo, i ventenni fanno fatica:  vengono gruppi, vengono singoli, vengono parrocchie, però vedo che faticano; non essendo allenati al silenzio, a questa socializzazione più lenta e meditativa. La fascia dai 30 ai 50 è invece ideale poiché si è raggiunta una certa maturazione. Qui si viene per ascoltare il Vangelo:  molti restano stupiti di come il Vangelo, ascoltato e letto in un certo modo, sia così attuale e presente nelle dinamiche delle loro vite. A volte arrivano anche anziani:  gli anziani di oggi sono molto vitali. Non dobbiamo pensare che l'anziano sia la persona che ha "già finito nella vita", molti si reinventano andando in pensione, molti ripensano la propria fede e il proprio impegno. Quindi, noi non scegliamo l'ospite:  cerchiamo di dialogare con chi viene, giungendo dalle vie più disparate - internet, una lettera, una telefonata, perché si passa di qui, perché lo consiglia un sacerdote che è stato da noi. Le strade e gli approcci sono molto plurali.

Qual è invece l'età media di voi monaci?

La comunità è composta da monaci anziani e da alcuni monaci giovani:  io ho 52 anni e sto un po' al centro. La nostra è una comunità monastica ricca di esperienze, di ricerche e di formazioni. Perché è chiaro che un monaco di 85 anni ha avuto un iter di formazione teologica e spirituale diverso da chi è entrato recentemente.

E ha anche vissuto una Chiesa diversa...

Certo, ha anche visto una Chiesa diversa. I più giovani li abbiamo invitati ad andare a studiare teologia a Strasburgo, dove si trova l'unica facoltà teologica nell'università statale francese. All'inizio la comunità era un po' titubante di fronte a questa proposta, ma è stata un'esperienza molto positiva:  questi giovani hanno imparato una lingua in modo fluente, si sono confrontati con un'altra cultura, con un altro stile teologico, con altre esperienze umane e religiose. Hanno conosciuto ortodossi, ebrei, musulmani. Nel crogiolo di quella piccola cittadina hanno avuto un'esperienza arricchente e, tornati al monastero, hanno dato un contributo davvero significativo. Sanno parlare la lingua degli uomini di oggi:  e questo è molto importante. Perché solo sapendo parlare la lingua degli uomini di oggi, possiamo mediare l'annuncio del Vangelo.

Qual è oggi il ruolo e il significato del monachesimo all'interno della vita della Chiesa?

Purtroppo la presenza del monachesimo è quasi marginale. È vero che i monaci hanno sempre preferito un profilo marginale nella loro storia anche se nel medioevo le grandi abbazie erano luoghi di enorme prestigio e influenza. Il concilio Vaticano II, però, mettendo al centro la liturgia, la parola di Dio, la Chiesa come comunione, il dialogo aperto al mondo e alle altre religioni, ha fatto apprezzare maggiormente il monachesimo, trattandosi di filoni a lui consoni. Alcuni hanno detto che fondamentalmente è stato un concilio monastico! Ad esempio, la Chiesa ci ha invitato tante volte a tenere vivi i rapporti con il monachesimo presente nelle altre religioni, pensiamo a induismo, buddismo, ma anche alla tradizione musulmana, al sufismo. Credo che il monachesimo oggi abbia tante possibilità, abbia grandi capacità di intercettare dentro la Chiesa filoni che gli sono propri. Certo, siamo anche soggetti a queste case così importanti, che ci impegnano molto per tenerle aperte. Dobbiamo stare attenti:  le nostre energie non devono finire tutte nel lavoro di restauro! Dobbiamo evitare che i nostri monasteri diventino musei:  devono essere invece case cristiane aperte e accoglienti.

Un po' Marta e Maria.

Certo, infatti il nostro motto è ora et labora. Credo che il monachesimo abbia ancora molto da dire alla Chiesa di oggi:  però i monaci vanno ascoltati. Paolo VI aveva addirittura detto che i monaci sono il cuore della Chiesa. È stato molto generoso! Del resto, Benedetto XVI ha spiegato di aver scelto il suo nome anche da san Benedetto, questa radice importante della tradizione e della cultura dell'Europa cristiana. Questo ci ha fatto molto piacere perché è una memoria. I monaci non vogliono essere protagonisti nella vita della Chiesa, però forse custodiscono la memoria di una tradizione e di un'esperienza di fede, avendo un loro modo di stare nella Chiesa. Non è vero che sia qualcosa di vecchio e superato:  penso, invece, siano elementi che farebbero molto bene alla Chiesa di oggi, alle nostre comunità parrocchiali e territoriali. Quanto il monachesimo potrebbe dare ancora alla Chiesa oggi è, forse, uno stile di vicinanza agli altri. L'ospitalità non è solo l'ospite che arriva a casa tua, ma sei anche tu che ti fai ospite. I monaci sono molto bravi a far questo perché sono stati anche pellegrini. Ed è anche molto evangelico:  Gesù dice andate, fermatevi in una casa, state dentro quel contesto.
Farsi ospitare:  questo è forse lo stile che oggi il monachesimo potrebbe ancora dare alla Chiesa.

Lei ha accennato a che cosa il concilio Vaticano II ha recepito del monachesimo:  in cosa, invece, il Vaticano II ha cambiato il monachesimo?

Il concilio Vaticano II ha aiutato il monachesimo a riscoprire veramente le sue radici. Dopo Trento, gli ordini si erano un po' omologati. È vero che i monaci non erano come i gesuiti o i domenicani - o i salesiani poi - però le differenziazioni non erano così evidenti. Invece il Vaticano II ci ha fatto riscoprire le radici dei nostri fondatori e dei nostri carismi, aiutandoci a connotare maggiormente ogni singolo ordine religioso. Così abbiamo potuto anche riscoprire la Parola di Dio:  forse prima del concilio, nei monasteri si vedeva un certo pietismo, un certo devozionismo, mentre oggi viviamo una vita più spirituale. Ci siamo liberati di certe formule e pratiche esteriori, per concentrare la nostra attenzione sulla Parola, sulla lectio, sullo studio della teologia, sull'approfondimento della spiritualità.

Qual è il ruolo e il significato del monachesimo nel mondo laico e secolarizzato del XXI secolo?

Dipende anche dalla nostra preparazione. Oltre alla teologia e alla spiritualità, molti di noi studiano seriamente la filosofia, e nella nostra tradizione abbiamo avuto famosi matematici e scienziati. Oggi dobbiamo stare molto attenti poiché, come dicevo, è importante avere il linguaggio degli uomini contemporanei, il che significa che bisogna anche conoscere ciò che sta avvenendo nel mondo, ad esempio in medicina e in astronomia. Non in modo dilettantesco, ma studiando seriamente. Nella tradizione monastica non c'è stata solo la specificità di un approfondimento di tipo spirituale - certamente è la prima cosa:  ci facciamo monaci per questo! - ma abbiamo anche la gioia di continuare le nostre ricerche e i nostri studi. Credo, quindi, che il mondo laico non debba far paura:  occorre conoscerne la lingua e le ricerche per tentare un rapporto, una fecondazione.

Quindi c'è anche un arricchimento culturale che può venire al mondo laico dal monachesimo, come poi è nella sua tradizione.

Sì, il monachesimo ha sempre coltivato una grande cultura. Quando si è impoverito culturalmente, guarda caso si è anche impoverito spiritualmente, e la sua marginalità è stata netta nella Chiesa e nel mondo. Quando invece la spiritualità è forte, è forte anche la tensione culturale. Allora si riesce a parlare questa lingua, questa parola che è insieme ricca di spirito e di cultura. Il mondo laico è molto attento su questo:  quando si accorge che c'è competenza dentro la Chiesa, diventa estremamente rispettoso.

Da giovane adulta del mondo, le posso dire che tra tanti non credenti trentenni c'è un atteggiamento di favore verso il monachesimo per la sua apertura.

È interessante. Il dialogo e il confronto il monaco li esercita in tre direzioni:  verso la Chiesa, le altre tradizioni religiose e il mondo. Per questa dinamica bisogna essere molto elastici e preparati. Perché bisogna saper parlare dentro la Chiesa - con quelli che non si accontentano di una formazione catechistica, ma vogliono approfondire e conoscere i segreti della ricerca spirituale - bisogna saper parlare con le altre religioni - noi ad esempio siamo stati un ponte ospitando non solo monaci cristiani delle tradizioni ortodosse, della Romania e della Russia, ma anche monaci buddisti; un'esperienza molto bella:  i monaci buddisti o indù sentono che nei grandi monasteri c'è qualcosa di comune - e, infine, occorre saper parlare, senza pregiudizi e senza paura, con la cultura laica. È molto impegnativo:  è un periscopio che si muove, intercetta, e deve saper offrire una parola densa e pregnante.

Dal vostro sito proponete esperienze di ospitalità fatta di preghiera, lectio divina e silenzio. Vorrei analizzare con lei questi tre aspetti. Cos'è la preghiera?

La preghiera è una parola che noi rivolgiamo a Dio come risposta a una Parola che Lui ci ha rivolto prima. La nostra spiritualità è incentrata sull'ascolto della Parola. Ora nella sacra Scrittura c'è la lettera, ma noi sappiamo che c'è anche un senso molto più denso e nascosto. Quando uno riesce, nel silenzio e nella sua ricerca spirituale, a cogliere questa parola più profonda e l'ascolta, è come se questa parola fosse una parola interpellante, che si appella a te. Allora la preghiera, in questa chiave monastica, è proprio rispondere a questa Parola di Dio che ti è stata rivolta. Non è dire semplicemente delle formule - anche se i monaci hanno conosciuto e conoscono questa tradizione, e la praticano:  è la formula litanica della preghiera. Dobbiamo imparare dai Salmi:  in ogni preghiera c'è il momento del dubbio, il momento della richiesta, dell'invocazione, del lutto, c'è la meditazione sul presente, sulla storia, c'è il rendimento di grazie, la lode. Molte persone dicono:  a me basta il Padre nostro. Il Padre nostro è una preghiera splendida, è la preghiera che Gesù ci ha insegnato, è il salmo di Gesù. Gesù, masticando i salmi e la scrittura, è riuscito a formulare questo salmo. Ecco, quella parola che tu dici a Dio, come risposta a quella parola interpellante che ti è arrivata, diventerà, piano piano nel tempo, il tuo salmo:  come Gesù ha detto il suo salmo, come Maria ha detto il suo che è il Magnificat e Zaccaria il Benedictus. La Bibbia è tutta attraversata da preghiere. Ed è sempre una preghiera con una relazione profonda con Dio. Le preghiere che diciamo non debbono lasciarci soddisfatti:  dobbiamo imparare la grammatica, le parole, pian piano dobbiamo alfabetizzarci con il nostro grido e la nostra preghiera profonda di risposta a quello che Dio ci ha detto. La preghiera può essere di tanti tipi. L'importante, però, è avere la consapevolezza di preparare nel corso del tempo il nostro salmo. È questo che Dio ascolta.

Come si prega? Ad esempio per Etty Hillesum, è centrale il gesto dell'inginocchiarsi.

La postura corporea accompagna la preghiera. Noi monaci quando preghiamo stiamo in piedi, quando ascoltiamo la parola ci sediamo, ma abbiamo anche la proskýnesis. Lei ha ricordato Etty Hillesum:  nel suo cammino spirituale a un certo momento la Hillesum sente il bisogno di inginocchiarsi. Per lei è un sentimento religioso molto forte. Se non ricordo male, l'ha sentito per la prima volta in bagno, al mattino mentre si lavava, e lì si è inginocchiata. Questo potrebbe scandalizzare alcuni:  ma Dio è dappertutto. Dobbiamo avere un sentimento contemplativo in tutti i posti in cui viviamo, non solo in chiesa. Ciò è molto ebraico:  abbiamo imparato tanto dai nostri fratelli ebrei. Dovremmo renderci conto che ognuno di noi esercita la preghiera accompagnandola da una postura corporea. Abbiamo anche bisogno di inginocchiarci perché siamo deboli, fragili, e perché sentiamo la grandezza di Dio.

Nell'ultima enciclica il Papa scrive:  "Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera".

Abbiamo insistito molto nell'allungare le braccia orizzontalmente per aiutare gli altri, perché c'è tanto bisogno. Madre Teresa ci ha fatto capire che l'indifferenza è forse il peccato più grande nei confronti dei poveri. Ma questo stendere le braccia, questa mano aperta per aiutare gli altri, non basta nella vita di un cristiano:  bisogna saper alzare le mani verso Dio nell'atto della preghiera. È il primo gesto che dobbiamo fare all'inizio della nostra giornata, dentro la nostra giornata e al suo termine. Essere in questa comunione con Dio nella preghiera, attingere la forza da Lui. Se facciamo questo, allora le mani stese orizzontalmente per collaborare con gli altri, sono cariche di un altro senso:  non è semplicemente un gesto mio, è invece qualcosa che viene da Dio. È in comunione con Dio. Dico sempre che nell'ora et labora l'et non è disgiuntivo, non è:  prega e dopo lavora. No:  è cumulativo, la preghiera animi il tuo lavoro e il tuo impegno. Forse qualche volta abbiamo dimenticato questa congiunzione. Abbiamo pensato la vita cristiana come un impegno fattivo, come solidarietà e carità. E forse ci siamo anche demotivati alla fine di questo impegno, perché non mantenevamo vivo il rapporto con il Signore. Questo alzare le mani verso Dio non dovremmo ritenerlo un impegno, un'opera nostra, ma è darsi, una risposta alla volontà del Signore.

Si prega per ringraziare, si prega per il prossimo, per le tantissime necessità del mondo. Ma si può pregare per chiedere qualcosa per sé? Non è un atto di egoismo?

La preghiera deve coprire l'intero arco:  i bisogni, le necessità personali, l'invocazione, lo stare semplicemente davanti a Dio in silenzio, tanto Lui ci conosce. Gesù ha detto:  non moltiplicate le parole, il Padre vostro sa già tutto ciò di cui avete bisogno. Personalmente inizio sempre la preghiera con questo atteggiamento di silenzio davanti a Dio. Non ho subito una parola da dirGli, ma avverto la necessità di sentire la Sua presenza più che di affermare subito la mia parola. Del resto, se ascolto la scrittura, forse so anche discernere cosa chiedere a Dio. A volte la nostra preghiera rischia di essere una preghiera pagana, domandiamo cose che sono non vere, che non sono autentiche. Pregare anche per gli altri è una cosa molto importante. C'è quella bella parabola in cui un tale va dal vicino di casa a mezzanotte perché improvvisamente è arrivato un ospite:  non va a chiedere il pane per sé, chiede il pane per l'amico. E quel tale, dice il Vangelo, si alzerà perché la domanda è insistente. Poi c'è il rendimento di grazie, c'è la preghiera più contemplativa. Noi passiamo per diversi tipi di preghiere:  speriamo, però, che non siano soltanto degli stati d'animo, ma siano degli itinerari di maturazione spirituale nella nostra vita.

Il secondo punto è la lectio divina, che lei ha scritto non essere "una pratica da aggiungere ad altri esercizi religiosi:  essa dischiude invece un cammino spirituale". Ha parlato di "un movimento circolare" nella vita monastica camaldolese, dove la lectio divina "ha la sua fecondazione e germinazione nella cella, cresce come un processo lievitante di ascolto e di preghiera nella liturgia, diventa offerta di se stessi nell'esistenza concreta di ciascun monaco nella koinonìa comunitaria, si conclude come hesychìa ancora nella cella".

La lectio divina è un'esperienza. Non è semplicemente un concetto da tramandare, è più una pratica concreta. Ecco perché è molto importante la cella, il silenzio, il raggio di sole che entra dalla finestra, il libro. Tutto comincia lì:  la cella è come un grembo, vieni quasi concepito da questa parola. Poi si esce e si va alla liturgia:  dopo il momento personale e isolato, c'è il momento propriamente liturgico con i fratelli. E anche nel lavoro si continua sempre la meditazione. La ruminatio della parola va dal mattino alla sera, e prosegue anche durante la notte perché molte volte ti svegli continuandola. Questo modello monastico, questo format, lo vedo seguito oggi anche da tanti laici:  conosco persone che si alzano presto al mattino, che dedicano mezz'ora di silenzio e di ascolto al Vangelo prima di uscire, persone che si portano dentro un passo della Scrittura e cercano di ricordarselo durante la giornata, che vanno alla messa quotidiana. Non è solo un modello del monaco. Certo, noi siamo dei "privilegiati", perché c'è tutto un ambiente, uno stile, la campana che suona, la liturgia calibrata da tanti anni in una certa maniera, il canto, la cella. Ma tutto questo non è impensabile anche per un laico.

Il terzo punto è invece il silenzio.

Oggi c'è un desiderio enorme di silenzio perché nella nostra società c'è il caos, l'inquinamento non solo luminoso, ma acustico, che è devastante per l'anima. Tanta gente si sente spaesata, demotivata, perduta nel quotidiano perché non batte qualcosa. Non è semplicemente il tocco della campana:  non batte più una parola pregnante, la parola di Dio nella nostra vita. Allora le persone provano un desiderio enorme di solitudine vera e di silenzio. Però non sono abituate:  non sanno cosa farne del silenzio. Il silenzio sembra vuoto, sembra di annegarvi dentro. È una specie di cancro spirituale:  se l'uomo non sa assaporare il silenzio e la propria solitudine, se ha sempre bisogno di riempire la sua vita di cose, parole e chiacchiere, a un certo punto si troverà veramente vuoto e demotivato. Bisogna ritrovare un esercizio di silenzio. I monasteri possono, spero, insegnare cosa fare:  bisogna imparare a respirare, a leggere, a pensare, a riflettere, bisogna coltivare il desiderio dell'incontro, della comunione e della comunicazione. Oggi parliamo a vanvera, non diciamo più parole significative. Solo una parola nata dal silenzio può essere offerta all'altro, può creare comunicazione vera. Questo esercizio è qualcosa che oggi non c'è nelle famiglie, la scuola non lo insegna, ed è anche molto difficile nelle nostre parrocchie. Forse, sono rimasti i monasteri. Bisogna entrare con fiducia in un monastero e lasciarsi condurre ad assaporare l'arte del silenzio.

Lei ha raccontato una storia:  in Messico degli scienziati avevano ingaggiato alcuni portatori per raggiungere una città inca che si trovava sulla cima di una montagna. All'improvviso i portatori si fermano dove sono, non vogliono proseguire. Gli scienziati tentano in tutti i modi di convincerli a riprendere la marcia, anche perché non riescono a comprendere la causa di quella sosta ingiustificata. Dopo qualche ora i portatori si rimettono in cammino e finalmente il loro capo fornisce una spiegazione:  avevano camminato troppo in fretta ed era necessario fermarsi per aspettare l'anima.

Oggi, forse, sentiamo la necessità di riprendere i contatti con la profondità che è la nostra anima. Non siamo fatti solo di nervi, viscere, muscoli, organi:  dentro di noi sentiamo che c'è un'interiorità. Molte volte facciamo una grande violenza alla nostra anima perché non l'ascoltiamo più. Qualcuno addirittura la disprezza. Ma nell'anima c'è un fondo, direbbe Eckhart, dove c'è Dio, dove è iscritta la nostra somiglianza. Spesso curiamo il nostro volto, ma quello è il nostro volto somatico, c'è un altro volto, più bello, più vero, il volto dell'anima. Ecco, l'anima va curata. Occorre fermarsi:  il silenzio, una lettura, ascoltare della buona e bella musica - da Bach alla musica contemporanea:  c'è dell'ottima musica anche ai nostri giorni! - un dialogo con una persona, una mostra o un museo di cui non siamo i consumatori:  dobbiamo lasciarci guardare da queste opere, non mangiarle come se fossero un hot dog. Però per tutto questo ci vuole tempo. Una vita accelerata, alienata, una vita sempre fuori di noi, impoverisce e inaridisce l'anima. Ecco lo spaesamento, il turbamento e l'angoscia di cui a volte le persone soffrono. Bisogna anche imparare a parlare con l'anima:  forse siamo così analfabeti e impreparati che non sappiamo più trovare il collegamento con la nostra profondità. Questo oggi viene sostituito dall'urgenza di cammini terapeutici, dall'analisi. Sono rimedi anche utili, ma non ci esonerano da questa coltivazione dell'anima. Chi la coltiva, diventa una persona diversa, più attenta, più discreta, più collaboratrice, capace di parole significative, di affetti autentici. Diventa capace di superare il grado di superficialità, di mediocrità, e, oggi devo dire, di volgarità. Etty Hillesum, che lei prima ha citato, dice che ognuno di noi è un'anima diversa, non solo perché siamo ognuno la nostra singolarità, ma perché ci sono persone che hanno un'anima giovane e persone che hanno un'anima vecchia. Ma qui i due parametri hanno un significato diverso da quello che solitamente diamo loro. Un'anima vecchia è un'anima matura, è ricca grazie alle stratificazioni di esperienza spirituale:  più uno ne fa, più l'anima si dilata. L'anima giovane, invece, è inesperta, non ancora collaudata.

I credenti stanno dimenticando il sacramento della confessione. Ci si confessa di meno, ci si confessa con difficoltà.

Questa è una questione un po' delicata. Da un lato registriamo il bisogno delle persone di raccontare la loro vita, la loro storia, le difficoltà, le amarezze, gli errori. Dall'altra parte, invece, c'è il sacramento vero e proprio della confessione che forse si riduce a una rubrica di peccati, a un'elencazione fatta più o meno bene che termina con un incoraggiamento, un richiamo, qualche consiglio, la penitenza, l'assoluzione. Ebbene, bisognerebbe imparare a coniugare questi due momenti. Credo che ciò accada con difficoltà anche perché a monte c'è un problema:  in molte persone non è più chiaro cos'è veramente il peccato davanti a Dio, davanti agli altri e in se stessi. A volte c'è il rischio di ascoltare peccati che non sono del tutto peccati, mentre magari i peccati veri non vengono confessati. Perché non c'è una consapevolezza lucida e chiara:  è lì che oggi il presbitero deve essere molto preparato, deve essere in grado di scoprire ciò che veramente non va davanti a Dio, ai fratelli e alle sorelle. Questo oggi manca. Non credo che sia sufficiente riproporre la prassi della confessione e della penitenza, come sta avvenendo:  ciò è importante, ma bisognerebbe ripensare anche a una modalità nell'esercizio di questo sacramento. Perché il perdono è fondamentale:  tutti abbiamo bisogno di perdono da parte di Dio e da parte dei fratelli. Però forse non riusciamo a vedere dove sono veramente i momenti della nostra vita in cui questa grazia dovrebbe agire.

Forse oggi c'è anche una tendenza all'autoassoluzione:  so che mi sono comportata male, ma avevo le mie buone ragioni, ho sofferto tanto in passato... Facilmente ci si autogiustifica.

Sono d'accordo. Ringrazio per questa sottolineatura, perché mi sembra molto vera. Viviamo in un mondo di autoassoluzione in cui manca il confronto con l'altro. Con il sacerdote o, se abbiamo il coraggio di andare a chiedere perdono e scusa, con il nostro fratello, con la persona cui abbiamo fatto del male, con cui c'è stato un diverbio. Nella vita bisogna crescere, bisogna assumersi le proprie responsabilità:  l'autoassoluzione ci tiene, invece, in condizione di infantilismo. Forse pratichiamo una confessione laica, secolarizzata nel senso che ci autoassolviamo da soli perché è più facile del confronto, del prendere coscienza che dietro il peccato si radica qualcos'altro. Invece rimaniamo alla superficie della mancanza e dell'errore commesso. Ma è quello che c'è dietro che avrebbe bisogno di essere guardato, cambiato, convertito.

Oggi in Italia le chiese si sono svuotate:  Dio è davvero uscito dalla nostra vita?

L'affermazione "Dio è morto" degli anni Settanta è stato uno degli apici della cultura secolarizzata:  però poi ci siamo resi conto che non è affatto vero, perché dentro agli uomini c'è una dimensione religiosa, anche in chi vuole negarla. Possiamo disprezzarla e non valorizzarla, ma la dimensione religiosa rimane dentro tutti. Assistiamo a una situazione un poco paradossale:  da un lato le chiese sono più vuote, la pratica religiosa domenicale è diminuita, ma dall'altro c'è però una ricerca. Come dicevo, un monastero come questo dieci anni fa era frequentato da uno sparuto numero di turisti curiosi. Oggi i turisti ci sono ancora, ma il monastero vede anche tante persone che vogliono pregare e meditare. Credo che la domanda ci sia, e che sia molto forte:  paradossalmente, più si acutizza la secolarizzazione, più cresce la domanda di Dio. Trattandosi però di bisogni diversi, la domanda di Dio è una domanda plurale. Ecco, io non so se siamo riusciti veramente a comprendere questa pluralità di domanda, e se siamo in grado di aiutare i percorsi delle persone. A volte, vedo tanti uomini di Chiesa - compreso il sottoscritto - che sembrano monologici:  io sono monaco, e vorrei che tutti entrassero in monastero a pregare. Ma non è vero:  c'è la persona che ha bisogno di fare il cammino di Compostela, c'è chi ha bisogno di entrare in un movimento. Il cammino di maturazione spirituale richiede tappe ed esperienze diverse. Su questo dobbiamo essere molto più attenti:  dobbiamo aiutare le persone a scegliere, ed è anche cruciale la qualità delle proposte che offriamo. Ma per un'esperienza qualitativa, servono persone preparate; persone che abbiano fatto esperienza di Dio. Non sono così preoccupato, e non credo di essere un ingenuo, dai processi di secolarizzazione:  ci sono, è vero; ma forse ci aiutano anche ad andare alla radicalità della esperienza religiosa; a non accontentarci più di quelle dimensioni forse più pletoriche, più abituali. Così l'acutizzazione del secolarismo ci aiuta a ritrovare un Dio più autentico.

Se fino a ieri in Italia eravamo pressoché tutti cattolici (o tali almeno dicevamo di essere o ci sentivamo), oggi le cose sono cambiate. Questo passaggio storico pone sui credenti un nuovo onere di testimonianza. Eppure non è facile:  dal momentio che il credente è sempre in cammino!

Oggi ci viene chiesta, nell'ambito morale, economico e sociale, una coerenza nuova che, credo, sia molto importante. La coerenza dipende anche dalla prassi religiosa, dalla maturazione, dalla qualità della fede che stiamo vivendo. È una cosa veramente seria. Prima eravamo tutti cattolici, e forse ci si poteva un po' giustificare. Invece adesso, vivendo in una società plurale (non solo nei confronti dei laici, ma anche verso quanti appartengono ad altre religioni), giustamente ci viene chiesta coerenza. Grazie alla preghiera e alla conversione, forse domani riusciremo a testimoniare. Non dobbiamo quindi deprimerci se non ne siamo sempre del tutto capaci. Ovviamente poi anche tra noi credenti si affacciano le grandi domande, ad esempio quelle relative alla bioetica. Stiamo cercando le risposte più vere alla luce della nostra fede:  è un cammino che stiamo facendo. In questi ambiti così profondi e nuovi - dieci anni fa non esistevano - dobbiamo saper dialogare anche con i laici e con le altre religioni. Dialogare con serenità:  altrimenti rischiamo di diventare fanatici.

Una domanda forse paradossale per concludere il nostro colloquio:  Dio ha bisogno di noi?

Il bisogno che Dio ha degli uomini non è in termini di necessità, ma della dilatazione del suo amore. Dio non ha creato il mondo e gli uomini perché aveva necessità del mondo e degli uomini, ma per l'apertura, per il dinamismo del suo amore. L'amore in qualche modo chiede sempre, ha bisogno dell'altro perché si gioca nell'altro. È nell'alterità che l'amore diventa pregno di senso, diventa veramente agàpe. Quando Gesù dice amate i vostri nemici, non impone uno sforzo inaudito, un dovere o una regola:  è lo slancio dell'amore stesso. L'amore che sa aprirsi, donarsi fino all'alterità, fino al nemico che ci potrebbe odiare, che, forse, ci vorrebbe annientare. Quindi Dio ha bisogno di noi perché l'amore di Dio è un amore incontenibile. Non ha bisogno di noi per necessità, ma è il dinamismo grandioso, dilatante del suo amore che si apre fino a creare il mondo e l'uomo, che non è niente davanti a lui. È bellissimo il salmo 8:  "Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?". Siamo preziosi perché lui ci ama".



(©L'Osservatore Romano 19 agosto 2009)
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