A colloquio con il direttore della Caritas padre Wiltord Szulczynski

Specialmente l'Italia vicina
alle popolazioni della Georgia


di Francesco Ricupero

A poco più di un anno dalla guerra fra l'esercito di Tbilisi e i separatisti della provincia georgiana dell'Ossezia del Sud, l'emergenza umanitaria in Georgia continua. Lo scontro bellico fra la Russia e la Georgia, scoppiato nella notte tra il 6 e il 7 agosto dello scorso anno, ha provocato numerose vittime e lo sfollamento di migliaia di persone. L'appoggio armato della Russia ai separatisti dell'Ossezia del Sud aveva rischiato di infiammare la regione del Caucaso, un mosaico etnico e religioso. A differenza di altre repubbliche del Mar Nero e del Caucaso, la Georgia non possiede particolari risorse energetiche o minerarie. A causa della guerra più della metà degli abitanti di Gori, la città georgiana più vicina all'Ossezia del Sud, è dovuta fuggire per cercare scampo ai bombardamenti russi. Ma la solidarietà del mondo non si è fatta attendere. Numerosi Paesi si sono attivati a inviare aiuti umanitari alla popolazione georgiana.
A fare un bilancio al nostro giornale di ciò che è stato fatto per gli sfollati e i poveri della Georgia è padre Witold Szulczynski, direttore di Caritas Georgia. "La solidarietà da parte dei governi, di associazioni umanitarie, di parrocchie e anche di singoli cittadini è stata immensa e immediata - spiega a "L'Osservatore Romano" padre Witold - nessuno di noi si aspettava un tale coinvolgimento. Le Caritas di tutto il mondo si sono mobilitate inviando denaro e beni di prima necessità per far fronte all'emergenza.

Padre Szulczynski, cosa è stato realizzato a supporto della popolazione in questi dodici mesi. Ci sono ancora profughi?

L'elenco delle cose fatte è veramente lungo e cercherò di ricordare tutto. Subito dopo lo scoppio della guerra i profughi erano circa centoventi-centotrentamila, adesso sono poco più di quindicimila, questo spiega che tutti gli altri sono riusciti a ottenere una degna sistemazione. La Caritas Georgia, grazie soprattutto agli aiuti economici arrivati dalla Caritas italiana e dalla Conferenza episcopale italiana (Cei), è riuscita a realizzare nuovi villaggi. A Tsreovani, per esempio, abbiamo costruito duemilatrecento piccole case nuove, in ognuna delle quali abitano nuclei familiari di profughi. Non si tratta di grandi appartamenti, ma di piccole  abitazioni  con  tutto  il  necessario.

Le famiglie si sono ben integrate nel tessuto sociale delle città?

Non del tutto. A Tbilisi ci sono ancora centinaia di persone che vivono in condizioni disagiate, non hanno un tetto in cui dormire e sperano negli aiuti offerti dalla Caritas o da altre associazioni umanitarie che operano in Georgia. Molti ricevono dal governo uno stipendio veramente basso, circa dieci dollari al mese, con il quale non ci si può permettere di comprare nulla. Tbilisi è molto cara, forse a Gori la situazione è migliore. Inoltre, vorrei sottolineare che il novantacinque per cento degli sfollati sono per lo più contadini sradicati dai loro villaggi. Queste persone in città non vivono bene e questo provoca continue tensioni sociali tra la popolazione.

Cosa  è  stato  fatto  per  le  nuove  generazioni?

Stiamo realizzando una serie di asili e di scuole materne per far fronte alla richiesta delle famiglie. Sempre grazie ai soldi inviati dalla Cei, un milione di euro, abbiamo costruito un asilo in grado di ospitare un centinaio di bambini a Szavszebi. A Gori abbiamo avviato un progetto per il supporto psicologico ai bambini che hanno subito il trauma della guerra. A Plavi abbiamo cominciato i lavori di ristrutturazione di una scuola materna che sarà completata entro l'anno.

Gli aiuti economici provenienti dai vari organismi internazionali sono stati sufficienti oppure occorrono altri fondi?

Quello che abbiamo ricevuto è veramente tanto. La generosità dell'Italia è stata veramente straordinaria e non mi stancherò di ripeterlo. Una generosità inaspettata, quello che ha fatto l'Italia per la Georgia non si può certamente dimenticare. L'Italia ha un grande cuore. Oltre al milione di euro ricevuto dalla Cei, la Caritas italiana ci ha inviato duecentomila euro per la realizzazione di altri due asili a Plavi e a Gori. Anche altre Caritas diocesane, come quella di Spoleto e Norcia, quella di Verona, ci hanno inviato soldi e beni di prima necessità destinati agli sfollati. Perfino l'amministrazione del Trentino Alto Adige e iniziative di singoli cittadini.

A distanza di un anno dal conflitto l'attenzione dei media è calata. Lo stesso si può dire per le associazioni umanitarie?

Assolutamente no. Continuiamo a ricevere aiuti da ogni parte del mondo. Un ruolo determinante lo hanno svolto anche gli Stati Uniti che continuano a inviare medicine, vestiario e tutto ciò che può servire a queste povere persone. Ci sono ancora profughi che chiedono assistenza. Per questo motivo mi sono permesso di chiedere al presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, di poter spendere parte dei soldi rimasti dal milione di euro, per questa povera gente. Molti di loro hanno bisogno di soldi anche per portare a termine i lavori di ristrutturazione delle loro case.

L'emergenza in Georgia continua?

Purtroppo, sì. La Georgia è un piccolo Paese la cui produzione è in calo, il livello di disoccupazione è molto alto e più della metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Una situazione economica difficile, quindi, che ha visto ridurre drasticamente i servizi dello Stato ai cittadini. A seguito di una serie di riforme del settore sanitario, tutti i servizi medici sono a pagamento. I prezzi di alcuni servizi sanitari superano decine di volte le entrate dei cittadini. Molte delle persone che prima avevano accesso alla cura medica gratuita ora non possono permettersi i costi del nuovo sistema e vengono abbandonate a sé stesse. Per far fronte a questa situazione e rispondere alle necessità della popolazione Caritas Georgia ha avviato una serie di progetti. Progetto mense:  Caritas gestisce due mense a Tbilisi che offrono quotidianamente pasti caldi a più di cinquecento persone, prevalentemente anziani. Progetto sanità:  vengono assistiti centosessanta malati al giorno, i quali ricevono gratuitamente medicinali di base. Caritas Georgia, inoltre, offre, sempre grazie agli aiuti dall'estero, un pranzo nutriente e abbondante a più di duecento bambini degli orfanotrofi della città di Kaspi e del villaggio di Kogiori. Infine, poiché sono molti i bambini abbandonati e di strada, è stato avviato un progetto pilota dove i bambini vengono accolti in due centri giovanili senza distinzione di appartenenza religiosa.
"Per noi essere cattolico o ortodosso non fa nessuna differenza - conclude il direttore di Caritas Georgia - il nostro primario obiettivo è quello di aiutare i poveri a prescindere dalla loro fede".



(©L'Osservatore Romano 21 agosto 2009)
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