La vita delle benedettine del monastero Mater Ecclesiae in Vaticano

Monache per vocazione
E per il Papa anche contadine e sarte


di Nicola Gori

Tempo di bilanci per la comunità benedettina del monastero Mater Ecclesiae dopo cinque anni di permanenza in Vaticano. Anni vissuti come una chiamata a servire più da vicino il Papa, fedeli al carisma dell'ora et labora. Uno stile di vita basato sulla preghiera e sulla Lectio divina, senza dimenticare il lavoro manuale:  dalle piccole attività di giardinaggio alla cura della talare bianca del Pontefice, dal ricamo di mitre e stole alla confezione di pergamene e di oggetti in miniatura, fino alla coltivazione nell'"orto del Papa". Fedeli allo spirito benedettino, le monache non si sono sottratte al lavoro della terra. Un cappello di paglia in testa, un grembiule, tanta buona volontà. E i frutti della loro fatica non mancano:  ortaggi sempre freschi per la mensa del Papa, ma anche marmellate fatte con una ricetta tutta particolare - custodita gelosamente dalle religiose - e fiori appena colti. Il tutto ottenuto con metodi assolutamente naturali:  niente fertilizzanti chimici ma solo concime organico che giunge direttamente dalle Ville pontificie di Castel Gandolfo, come rivela la badessa madre Maria Sofia Cichetti in questa intervista al nostro giornale.

Può tracciare un bilancio di questi cinque anni trascorsi nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano?

Per noi è stata una grazia e un privilegio poter stare qui nel centro della Chiesa, soprattutto accanto al Papa e ai suoi collaboratori. È stata un'esperienza di apertura del cuore alla Chiesa universale. È vero che nei monasteri si prega sempre per il Papa e per la Chiesa intera, ma qui c'è stata anche una vicinanza fisica. La nostra è stata una presenza monastica, claustrale:  pur rimanendo nel nostro monastero abbiamo cercato di vivere più pienamente la nostra consacrazione al Signore e, soprattutto, di offrire la preghiera quotidiana per il Pontefice, per il suo ministero, per le sue intenzioni, per i bisogni della Chiesa e di tutto il mondo. Oltretutto, è stata un'esperienza arricchente e gioiosa, perché - da quando il 7 ottobre 2004 siamo arrivati qui - abbiamo potuto incontrare di persona il Papa, che per ben tre volte è venuto a celebrare la messa nella nostra cappella:  la prima volta è stata il 2 luglio 2005, la seconda il 21 marzo 2006 e l'ultima il 3 luglio 2009. In queste occasioni abbiamo potuto incontrarlo, parlargli e ricevere la sua benedizione.

Alcuni ricordi più significativi di questi anni di vita in comune?

Siamo una comunità formata da sette benedettine provenienti da vari continenti:  una filippina, un'americana, due francesi e tre italiane. La vita comunitaria è stata molto bella, ma non priva di difficoltà, perché pur seguendo tutte lo stesso spirito benedettino, la stessa regola, lo stesso ideale, abbiamo mentalità diverse, provenendo da culture e da nazioni differenti. Per fare comunione abbiamo dovuto impegnarci in modo particolare. Siamo convinte che è lo Spirito Santo a fare l'unità, ma occorre la nostra collaborazione.
Un'altra esperienza bella è stata l'ospitalità nei riguardi dei fratelli che hanno bussato alla nostra porta. Infatti, pur essendo claustrali, separate fisicamente dal mondo, non siamo distaccate spiritualmente dai nostri fratelli:  anzi, siamo qui proprio per la loro salvezza, per il loro bene. Tutta la nostra offerta è per loro ed essendo benedettine, l'ospitalità per noi è strutturale, essenziale. Dice san Benedetto:  l'ospite è per noi Cristo stesso che viene a visitarci. Parliamo anzitutto di ospitalità del cuore, cioè di aprirci ai bisogni degli altri, nella preghiera e nell'affetto. C'è poi l'accoglienza delle persone, che ovviamente riceviamo in parlatorio e non all'interno del monastero, data l'esiguità degli spazi e la legge della clausura. Questa accoglienza è stata sempre semplice, fraterna, gioiosa. Molte persone sono venute per chiedere consiglio, preghiere e, soprattutto, per essere accolte e ascoltate. Notiamo che nel mondo di oggi c'è poco tempo per l'ascolto:  si corre, si ha troppa fretta. A volte le persone avevano bisogno solo che qualcuno fraternamente ascoltasse le loro pene, le loro difficoltà. Abbiamo così intessuto delle amicizie che continueremo a coltivare con la preghiera quando torneremo a casa. Altro elemento positivo è stato l'ospitalità offerta ai gruppi di ogni Paese venuti a pregare nella nostra cappella. Sostavano per l'adorazione eucaristica, per il rosario, per la messa e al termine della preghiera ci chiedevano un pensiero, una parola.

Che significato ha una comunità monastica all'interno del Vaticano?

È innanzitutto una vocazione, perché siamo state chiamate dal Papa. È poi una grazia e un privilegio. Significa donare noi stesse, vivere la nostra vita di consacrazione religiosa in questo ambiente particolare, il Vaticano, nella casa del Papa, cercando di fare tutto con amore, con gioia e con sacrificio.

Quali sono le fonti di sostentamento per la conduzione del monastero?

C'è, innanzitutto, l'aiuto del Papa. E poi i proventi del nostro lavoro. È giusto che contribuiamo anche noi al nostro sostentamento, sia per imitare la sacra Famiglia di Nazareth, sia per la nostra dignità religiosa, fedeli al carisma benedettino, improntato sull'ora et labora. Il lavoro manuale principale è quello che facciamo nell'orto, dal quale ricaviamo verdura e legumi per il Papa e per la comunità. Eseguiamo anche traduzioni, ricami su oggetti liturgici per la nostra chiesa e su commissione, miniature e pergamene. Questi lavori ci permettono di avere delle entrate, in modo che noi stesse abbiamo la gioia di pensare al nostro sostentamento. Un altro lavoro che eseguiamo molto volentieri e che ci onora è la cura della talare bianca del Papa.

Avete instaurato una rete di amicizie in questi cinque anni?

In questi anni abbiamo intessuto molte amicizie anche con persone generose. Siamo veramente commosse di questa bontà. Abbiamo ricevuto in dono tante cose, soprattutto viveri, oltre a mobili e oggetti vari. Non abbiamo voluto accumulare cose superflue e perciò abbiamo deciso di condividere tutto con i più poveri. Due realtà in particolare sono state oggetto della nostra condivisione:  la Casa Dono di Maria, dove operano le suore di madre Teresa di Calcutta, che accolgono tanti poveri ogni giorno, e il dispensario pediatrico Santa Marta, che si occupa della cura dei bambini malati di ogni nazionalità e religione. Conosciamo anche delle famiglie che in questi tempi di crisi hanno bisogno di aiuto e quindi condividiamo con loro quanto ci viene dato. Vorrei sottolineare che non si tratta di fare la carità, ma di condividere quello che abbiamo - vestiti, cibo, giocattoli - con i fratelli.

A proposito dell'orto, che tipo di lavoro richiede e cosa vi coltivate?

L'esperienza della cura dell'orto è molto bella, perché ci mette in contatto con la natura e con l'autore della natura, che è Dio. Coltivare è una preghiera fatta con le mani, è anche un lodare la bellezza della natura e del Creatore. Vedere i semi che crescono a poco a poco, osservare le pianticelle che diventano grandi, scorgere prima i fiori e poi i frutti, seguire nelle sue varie fasi lo sviluppo della vita vegetale:  tutto ciò ci aiuta anche nella preghiera e nella contemplazione.
Zappare, vangare, innaffiare è senza dubbio faticoso, ma è un sacrificio che viene ripagato quando l'orto ci fornisce pomodori, peperoni, zucchine, cavoli, odori, menta. Tutto viene coltivato in modo naturale, concimato con letame - e non con sostanze chimiche - che viene direttamente dalle Ville pontificie di Castel Gandolfo. Nell'orto non abbiamo molte piante da frutto, ma solo alberi di limoni e d'arance, dalle quali ricaviamo la marmellata con una ricetta tipica del nostro monastero. Questa confettura non è vendita, ma la doniamo al Papa, che la gradisce molto, e ai nostri benefattori. Abbiamo anche un giardino dove coltiviamo i fiori che mettiamo in chiesa per il servizio liturgico. Crescono soprattutto rose di due varietà:  "Beatrice d'Este", di color carne, e "Giovanni Paolo II", bianche e profumate. In maggio ogni settimana le mandiamo al Papa. Sappiamo che le gradisce molto.

Che cosa risponde a chi sostiene che la clausura è ormai anacronistica?

Molto semplicemente la clausura è una chiamata. È una vocazione speciale che ci viene prima di tutto da Dio, il quale ci chiama a vivere più intimamente con Lui. Non è un separarsi o una fuga dal mondo, ma un ritirarsi per vivere più uniti al Signore e a tutti i fratelli con la preghiera e con la carità spirituale. L'essenza del cristianesimo è la carità, l'amore, ma sappiamo che l'amore si può vivere in tanti modi. Noi lo viviamo in questa forma. Ci associamo a Gesù, soprattutto nel mistero eucaristico, nel nascondimento, nel silenzio, nell'offerta e nell'immolazione al Padre pro mundi vita. Ma non per egoismo o per stare nel silenzio e nella tranquillità:  questo sarebbe egoismo! Lo facciamo per poterci donare meglio e di più a Dio, sempre con un'ansia missionaria di carità e di amore. Posso dire che se è vera vocazione, quella claustrale è una vocazione bellissima, che dà pace, gioia e felicità.

L'Anno sacerdotale coinvolge anche una comunità di vita contemplativa come la vostra?

In quest'Anno sacerdotale ci sentiamo interpellate dal Papa e chiamate a collaborare con lui nella preghiera e nell'offerta ancora più intensa per i sacerdoti e per i seminaristi. Possiamo dire che in questi anni abbiamo cercato di vivere meglio che potevamo la nostra maternità spirituale, perché la monaca non è asettica, ma è una persona consacrata, che ama Dio sinceramente ma ama con cuore umano e consacrato anche gli altri, in particolare i sacerdoti. In questo Anno aumenta la nostra preghiera e la nostra offerta e ci sentiamo chiamate a vivere più profondamente la nostra maternità spirituale.



(©L'Osservatore Romano 26 agosto 2009)
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