Il 1° settembre 1939 l'esercito tedesco dava inizio all'invasione della Polonia

La guerra dei cinquant'anni


A colloquio con Ernesto Galli della Loggia:  "Il secondo conflitto mondiale è finito concretamente solo nel 1989"

di Andrea Possieri

Sono trascorsi settant'anni da quel primo settembre del 1939 che dette inizio, con l'invasione della Polonia da parte della Germania, allo scoppio della seconda guerra mondiale, ovvero il più grande conflitto planetario nella storia dell'umanità. Combattuta dal 1939 al 1945, si trattò di una guerra "totale" che investì tutti i continenti coinvolgendo le popolazioni civili in pari misura delle forze militari - la stima delle vittime, approssimativa, supera i 50 milioni di morti, più della metà dei quali civili - e costringendo i Paesi coinvolti a uno sforzo produttivo, economico e tecnologico, senza precedenti. La cartina politica di tutto il sistema mondiale ne uscì ridisegnata spostandone i centri di potere e le sfere di influenza. Ne parliamo con il professore Ernesto Galli della Loggia, docente di Storia  contemporanea  presso l'Università  San  Raffaele di Milano nonché  editorialista del "Corriere della Sera".

A distanza di sette decenni, è possibile identificare, ancora oggi, le conseguenze della seconda guerra mondiale sul sistema politico internazionale?

Sono almeno due le conseguenze della seconda guerra mondiale i cui effetti si riverberano ancora oggi nell'attuale sistema socio-politico:  innanzitutto la vittoria della democrazia nell'emisfero nord del pianeta e, poi, la cancellazione politica dell'Europa come centro di potenza. Ovviamente quando parlo di vittoria della democrazia non mi riferisco soltanto all'assetto istituzionale, ovvero all'affermazione del parlamentarismo in un regime di libera competizione elettorale, ma anche e soprattutto a quel grande ammasso di valori culturali - dall'individualismo al pacifismo finanche alla secolarizzazione, tanto per citarne solo alcuni - che nel loro insieme vanno a costituire il modello liberal-democratico. Un modello politico che si lega, in modo inscindibile, anche nella sua dimensione valoriale, con la difesa del libero mercato e lo sviluppo economico.

L'affermazione di questo modello liberal-democratico, però, non significò un ritorno al sistema politico preesistente la nascita e lo sviluppo dei regimi totalitari.

La seconda guerra mondiale ha significato anche l'eliminazione radicale di una parte significativa delle culture politiche europee che fino alla prima metà del Novecento erano state le protagoniste assolute dello scenario politico. Penso, per esempio, alla cultura nazional-nazionalista che era stata l'anima delle famiglie politiche europee di tipo borghese-liberale e che venne spazzata via completamente con la fine del conflitto mondiale. E con essa, per molti decenni, fu messa al bando, dal sistema politico scaturito dalla guerra, anche l'idea stessa di "destra" intesa come categoria politica rappresentativa di un'opinione pubblica moderata. Non a caso, nel secondo dopoguerra, i partiti d'ispirazione cristiana che andarono al potere vennero eletti proprio come dei succedanei di quella porzione dell'opinione pubblica moderata che tradizionalmente costituiva l'elettorato della destra. Inoltre, a questo dato già di per sé estremamente interessante, se ne aggiunge un altro. Nell'Europa occidental-continentale, infatti, al declino delle culture politiche liberal-nazionali ha corrisposto anche l'eclissi del militarismo, che aveva rappresentato una componente importante delle culture politiche pre-belliche. Dopo la fine del conflitto, infatti, il militarismo viene messo al bando, quasi coperto di abominio.

Questo processo, però, forse non investe l'area danubiano-balcanica.

Queste dinamiche non investono l'Europa  orientale  per  un motivo molto semplice. Oltre la "cortina di ferro", infatti, quelle culture politiche d'ispirazione liberal-nazionale non solo riescono a sopravvivere al conflitto bellico ma si pongono come argine alla palese politica snazionalizzatrice dei regimi comunisti e si auto-rappresentano, con successo, come le autentiche detentrici dell'idea nazionale.

La guerra mondiale rappresentò, quindi, una cesura radicale rispetto al mondo pre-bellico. Non trova, però, che questo avvenga con caratteristiche estremamente differenti rispetto ai cambiamenti "antropologici" prodotti dalla prima guerra mondiale?

Se vogliamo costruire uno schema interpretativo sintetico, che tenga conto delle variabili socio-culturali e di quelle politico-simboliche, possiamo affermare che la prima guerra mondiale ha mandato all'aria il lungo Ottocento, ovvero il cosiddetto mondo cristiano-borghese. Dopo la grande guerra, per circa venti anni, vi fu una situazione socio-politica in cui si cercò di ricostruire dalle macerie un mondo nuovo, senza capire, però, quale elemento politico-culturale avrebbe fatto da collante al nuovo sistema politico. La seconda guerra mondiale ha sancito, invece, che quell'elemento di coagulo fosse la democrazia liberale. E questo discorso ha valore, si badi bene, sia per il sistema politico europeo che per i Paesi della galassia sovietica, a partire dalla Russia, perché la fine della seconda guerra mondiale andrebbe collocata più realisticamente nel 1989. È solamente a partire dal 1989, con la fine dell'ordine di Yalta, che si sono potuti stipulare, infatti, i trattati di pace che hanno ristabilito le frontiere europee spartendole in maniera concorde. In particolare, il trattato tra la Germania unita e la Polonia e l'accordo di pace tra l'Urss e gli Stati Uniti.

Secondo la sua interpretazione, nel 1989 non è finito soltanto il cosiddetto "lungo dopoguerra" ma si è conclusa la seconda guerra mondiale. È così?

Solamente nel 1989 è finita concretamente la seconda guerra mondiale. D'altronde, le guerre finiscono con un trattato di pace e finché è rimasto aperto il contenzioso della nuova frontiera tra Polonia e Germania - che la Repubblica democratica tedesca non riconosceva - non si può ritenere concluso il conflitto. Inoltre, altro particolare non proprio irrilevante, gli Stati Uniti non hanno mai riconosciuto diplomaticamente l'annessione dei Paesi baltici da parte dell'Urss. Gli Stati Uniti, infatti, hanno sempre concesso, per 50 anni, il rango di rappresentanti diplomatici ai rappresentanti dei Paesi baltici e, in più, non hanno mai consegnato all'Unione Sovietica le riserve auree che le banche di quei Paesi avevano depositato a Washington.

Quindi una guerra che si conclude sul confine orientale laddove era iniziata. Ma spostiamo l'attenzione sui due momenti cruciali che precedettero lo scoppio del conflitto:  ovvero la politica dell'appeasement, che di solito viene esemplificata con la Conferenza di Monaco del settembre 1938, e il cosiddetto "Patto Molotov-Ribbentropp" del 23 agosto 1939.

La politica dell'appeasement è stata, prima di tutto, uno stato d'animo diffusissimo nell'opinione pubblica occidentale, soprattutto in quella inglese. Si trattò di uno stato d'animo scaturito dall'aver provato sulla propria pelle gli effetti devastanti della prima guerra mondiale e quindi dalla volontà di non voler più sentir parlare di guerra. Era una sorta di fortissimo rifiuto psicologico della guerra e, al tempo stesso, la consapevolezza che intorno alla prima guerra mondiale c'era stata una colossale costruzione di bugie e di menzogne. Con l'aggravante che il Trattato di Versailles che aveva sancito la fine della guerra mostrò, ben presto, tutti i suoi limiti. Questo stato di cose dispose l'opinione pubblica inglese a un atteggiamento di rifiuto di qualsiasi politica repressiva nei confronti della Germania che inevitabilmente implicasse l'uso della forza armata. Occorre inoltre aggiungere il particolare, non trascurabile, che in una porzione delle classi dirigenti inglesi, nonché in quelle francesi, era presente anche l'idea che, tutto sommato, se bisognava proprio scegliere tra fascismo e comunismo era meglio optare per il fascismo. Alcuni circoli dell'alta aristocrazia inglese, per esempio, erano addirittura filonazisti o comunque sia visceralmente anticomunisti. Insomma, il clima culturale dell'epoca era dominato da una profonda sfiducia nei confronti dei valori della democrazia liberale.

Oltre all'esistenza di questo stato d'animo diffuso non vi fu anche una politica concreta di difesa degli interessi nazionali soprattutto da parte inglese?

Senza dubbio ci fu anche una politica razionale di difesa degli interessi britannici. La classe dirigente anglosassone, infatti, fin dall'inizio - e a differenza di quella francese che ebbe un atteggiamento fortemente punitivo-rivendicativo nei confronti della Germania - era notevolmente condizionata da un'opinione pubblica che aveva delle forti perplessità sul Trattato di Versailles e sull'entità delle sanzioni imputate alla Germania. I Governi inglesi cercarono di trovare, a differenza di quelli francesi, un accomodamento con la Germania di Weimar e cercarono di non calcare la mano sulla delicatissima questione delle riparazioni di guerra. E questo avvenne non certo per uno spirito di magnanimità ma perché, rispetto alla Francia, la Gran Bretagna aveva una diversa collocazione strategica ed era interessata, da sempre, a un equilibrio di potenza nel vecchio Continente. La presenza di una Germania mediamente forte sullo scacchiere europeo contribuiva a realizzare il disegno egemonico britannico.

Non vi fu, forse, anche una sbagliata interpretazione del nazismo?

Sicuramente sì. Oltre allo stato di rifiuto psicologico della guerra e al gioco diplomatico vi fu anche una clamorosa sottovalutazione e un colossale fraintendimento del fenomeno nazista. Quasi nessuno pensava che Hitler avrebbe poi mantenuto fede alle sue parole e alle sue promesse deliranti. Certamente, però, ci fu anche chi lo intuì ben presto. Per esempio, Winston Churchill, subito dopo il riarmo della Renania nel 1936, sostenne che bisognava sviluppare una forte opposizione alla strategia hitleriana ma purtroppo non venne ascoltato.

Invece il "Patto Molotov-Ribbentropp", che venne siglato una settimana prima dell'invasione tedesca della Polonia, rappresentò, oltre che un'alleanza inedita, un'iniziativa politico-militare non certo riassumibile solamente in uno stato d'animo.

I sovietici si fecero guidare, molto probabilmente, dalla più gelida ragion di Stato. Dopo la primavera del 1939 quando la Gran Bretagna, prima, e la Francia, poi, si schierarono a fianco della Polonia si capì che ormai la guerra dipendeva soltanto da Hitler e che quindi si era a un passo dalle operazioni militari. I sovietici cercarono di ottenere i maggiori guadagni possibili mettendo da parte le ragioni ideologiche e facendo prevalere soltanto le ragioni di interesse strategico.

Quali furono le conseguenze politico-militari di questo patto tedesco-sovietico?

Si potrebbe schematizzare dicendo che il "Patto Molotov-Ribbentropp" ebbe grossomodo due fasi. All'inizio fu un patto di non aggressione che, però, implicava la spartizione della Polonia. Nel volgere di poche settimane, inoltre, si trasformò anche in un accordo di cooperazione economica di straordinaria importanza perché l'Unione Sovietica fornì moltissimo materiale strategico alla Germania nazista, per esempio materie prime. Infine, si trattò anche di un patto di collaborazione politica, perché dopo l'attacco dell'Urss ai Paesi baltici fu prevista una sfera di influenza tra la Germania e l'Unione Sovietica nell'Europa orientale.

Stando così le cose, soprattutto per quel che riguarda la prima fase della guerra, ovvero dal settembre 1939 al giugno del 1941, non resta difficile definire la seconda guerra mondiale soltanto come un conflitto antifascista?

Sicuramente si trattò di una guerra antifascista visto che la Gran Bretagna e la Francia combattevano contro le potenze dell'Asse. Tuttavia, era anche una guerra implicitamente anti-comunista, o meglio anti-sovietica. E questo senza ombra di dubbio. Nella primavera del 1940, tanto per fare un esempio, prima che la Francia fosse sconfitta, erano allo studio dei progetti franco-inglesi, per bombardare alcuni impianti petroliferi in Urss, nel Caucaso, che rifornivano le armate tedesche. Tutti consideravano l'Unione Sovietica un alleato della Germania e quindi un nemico da combattere. Era talmente ovvio che l'Urss fosse alleata della Germania che in Francia il Partito comunista francese fu immediatamente messo fuori legge e i deputati comunisti che non si erano dissociati furono accusati di alto tradimento, ovvero di essere degli alleati della Germania.

La situazione paradossale, a tratti farsesca, avvenne forse con l'occupazione nazista di Parigi quando alcuni comunisti rimasti a Parigi chiesero il permesso ai tedeschi di pubblicare l'Humanité, il proprio organo di stampa.

Anche se il permesso non venne accordato, la richiesta testimonia sia lo sbandamento politico-ideologico dell'epoca che la consapevolezza dell'alleanza tra la Germania di Hitler e l'Unione Sovietica di Stalin. Tuttavia, c'è un altro aneddoto interessante che ci rimanda al clima del periodo. Lo si può ricavare dai diari di Joseph Goebbels, quando il ministro del Reich per l'Educazione popolare e la Propaganda racconta, a lungo, delle sue prodezze propagandistiche attraverso le radio che, trasmettendo in inglese e in francese, si fingevano abilmente delle radio inglesi e francesi. Ebbene, la radio che trasmetteva per la Francia, nelle settimane precedenti l'invasione del 1940, si chiamava per l'appunto Radio Humanité, con lo stesso nome del giornale dei comunisti francesi, e aveva come linea politica quella di una radio pacifista di sinistra che si batteva contro le oligarchie capitalistiche francesi che volevano la guerra ai danni degli operai.

Questo complesso intreccio politico, ideologico e militare spiegherebbe le difficoltà ad accettare univocamente la definizione della seconda guerra mondiale solamente come una guerra antifascista.

Anche la Santa Sede, per esempio, ebbe delle evidenti difficoltà ad accettare l'interpretazione della guerra antifascista come sinonimo di guerra per la libertà, per la semplice constatazione che il conflitto non si era concluso con la vittoria della libertà religiosa in ogni Paese. Anzi, in alcuni storici Paesi cattolici come la Lituania, l'Ungheria e la Polonia, la fine del conflitto significò soltanto l'inizio della dittatura comunista. Da questo speciale angolo visuale, dunque, il denominatore antifascista della guerra non era del tutto accettabile perché non equivaleva automaticamente a un'affermazione di libertà o alla liberazione di un popolo.

Forse anche la complessa vicenda spagnola contribuì a questa interpretazione?

Più che la guerra civile in Spagna direi che ha contato la conoscenza diretta del nazismo, prima, e del comunismo, poi. Basti pensare alla brutalità con la quale il nazismo tentò di sradicare la vita religiosa in Polonia, uccidendo e deportando nei campi di concentramento, oltre che gli ebrei, anche centinaia di preti polacchi. E poi la conoscenza dell'occupazione sovietica nei Paesi baltici con i vescovi del luogo che scrivevano al Papa sulla drammatica realtà del regime comunista.

La differente percezione della guerra ha influenzato anche il dibattito storiografico. Come è mutata la discussione negli anni?

Oggi esiste un dibattito su temi e angoli visuali completamente diversi da quelli che erano in auge nell'immediato dopoguerra o negli anni Sessanta. Adesso si discute moltissimo, per esempio, sul comportamento delle potenze vincitrici nel campo del rispetto dei diritti umani. Un caso tipico è il dibattito sui bombardamenti alleati della Germania. Insomma, c'è una forte discussione sui comportamenti morali di coloro che alla fine del conflitto sembravano essere indenni da ogni pecca. D'altra parte, però, non direi che la responsabilità dei vinti è uscita assolutamente ridimensionata. Un tipico esempio di questo cambio di mentalità, che si riflette non solo nei volumi di storia ma anche nelle opere d'arte, è rappresentato esemplarmente da due film di Clint Eastwood, Lettere da Iwo Jima e Flags of Our Fathers. Entrambi i film raccontano lo stesso episodio, ovvero la battaglia di Iwo Jima, con la sostanziale differenza, però, che il primo, viene visto dalla parte delle forze nipponiche e, il secondo, dalla parte dell'esercito statunitense. Negli anni Cinquanta realizzare dei film come quelli di Clint Eastwood, dove, per esempio, si narrano le vicende del generale giapponese Tadamichi Kuribayashi, sarebbe stato impossibile.

Lei ha citato Tadamichi Kuribayashi che, dal punto di vista giapponese, è stato sicuramente un eroe della guerra. Quali sono le figure militari che giocarono un ruolo decisivo sulle sorti del conflitto?

Direi che il generale Dwight D. Eisenhower e il capo di Stato maggiore delle forze americane George Catlett Marshall, furono senza dubbio i due grandi protagonisti della vittoria militare alleata sul fronte occidentale. Sul fronte avversario, invece, svolsero un ruolo importante, come prestazioni militari eccellenti, Heinz Guderian e Erwin Rommel.

E per quanto riguarda i politici?

Sicuramente, per energia e coraggio, Stalin e Churchill furono dei grandi capi politici. Di sicuro furono quelli che sfiorarono il pericolo più di tutti gli altri.

Invece, da un punto di vista culturale possiamo dire che le opere letterarie sulla seconda guerra mondiale non hanno avuto una produzione paragonabile a quella della grande guerra?

No, non è paragonabile. Perché la prima guerra mondiale registrò degli abissi di disperazione tra i soldati combattenti, tra i quali c'erano molti intellettuali, che produssero poi molti libri, memorie e poesie. La seconda guerra mondiale non produsse questo perché fu una guerra di movimento e non fu una guerra claustrofobico-depressiva come invece fu la grande guerra.

Naturalmente, però, sono stati pubblicati numerosissimi volumi sul conflitto. Se dovesse indicare dei libri sulla seconda guerra mondiale?

Ne sceglierei due:  Vita e destino di Vasilij Grossmann e Suite francese di Irène Némirovsky.

E se, invece, dovesse scegliere dei film?

I film, come accennavo prima, sono notevolmente cambiati col mutare del periodo storico. Nella mia memoria, comunque, è rimasto sempre significativo un film del 1942 La signora Miniver di William Wyler. A questo aggiungerei L'impero del Sole di Steven Spielberg e Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood. Salverei anche i primi minuti di Salvate il soldato Ryan sempre di Spielberg.

La storia naturalmente non si fa con i se. Tuttavia, dopo la capitolazione della Francia nel 1940 la Germania nazista era veramente a un passo dalla vittoria finale e se non ci fosse stato l'attacco all'Unione Sovietica nel 1941 chissà come sarebbe finita.

Oggi possiamo dire con certezza che il destino della guerra si è deciso dal giugno del 1940 al giugno del 1941 quando Hitler, invece di far guerra alla Gran Bretagna, si rivolse contro l'Unione Sovietica per motivi soprattutto ideologici - una sorta di follia razzial-imperiale - perché convinto che gli slavi fossero dei sottouomini e che il Reich andasse costruito a est. Certamente Hitler è stato a un passo dalla vittoria e gli sarebbe bastato rivolgersi a sud, in Africa, per esempio sul Canale di Suez, invece che a est, contro l'Urss, per poter vincere la guerra. La storia, come ha ricordato, però, non si scrive con i se e del resto, allo stesso modo, sarebbe potuto essere fatale agli Alleati anche uno sbarco in Normandia anticipato di un anno, nel 1943. Ma così non è stato. Ed è anche per questo oggi ricordiamo il generale Eisenhower come un grande leader della seconda guerra mondiale.



(©L'Osservatore Romano 31 agosto - 1 settembre 2009)
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