A colloquio con il vescovo di Viterbo Lorenzo Chiarinelli alla vigilia della visita di Benedetto XVI

Per la Tuscia
una pietra miliare


di Mario Ponzi

Non si è ancora spenta l'eco dei solenni festeggiamenti dedicati alla patrona, santa Rosa, che già la città di Viterbo e l'intera diocesi, si ritrovano a vivere la vigilia e l'arrivo di Benedetto XVI. In questi giorni la memoria del passato si fa esperienza viva nell'oggi e diventa, come dice il vescovo diocesano Lorenzo Chiarinelli nell'intervista rilasciata per l'occasione a "L'Osservatore Romano " "profezia per camminare ancora nella verità dell'amore e nell'amore della verità". Il vescovo offre spunti di riflessione che fanno capire un po' più a fondo la realtà che Benedetto XVI si troverà di fronte domenica 6 settembre.

La presenza della Chiesa e dei Papi ha segnato secoli di storia della città. Cosa è rimasta oggi di questa presenza, al di là dei segni esteriori?

Ogni città è segnata dalla sua storia:  la raccontano le pietre, le istituzioni, gli scritti, l'arte, il tessuto socio-culturale, l'eredità religiosa, le tradizioni, il folklore. Viterbo - al di là di riferimenti indubbi alla civiltà etrusca, greca, romana e, soprattutto, medievale - è città dell'antico "Patrimonium Sancti Petri". E su questo fronte è intimamente legata a Roma:  legame robusto e felice per quanto concerne l'esperienza religiosa:  legame dialettico e variabile per l'intreccio di interessi, ambiti e competenze. La sua architettura testimonia questa storia; l'oggi porta l'humus di quella coltivazione.

La fede dei viterbesi oggi è frutto più della tradizionale religiosità popolare o una scelta personale?

Valutare la fede di un popolo richiede criteri di giudizio singolari, non ovvi né univoci. Anche per Viterbo può valere l'osservazione crociana "perché non possiamo non dirci cristiani". Ecco gli edifici istituzionali, le molte chiese; ecco le tradizioni e le espressioni datate sia culturali che di consuetudini locali. Ed è qui che si registra il "passaggio cruciale" da ieri a oggi. Questa è la grande sfida; questo è il cammino intrapreso:  lo abbiamo chiamato il cammino di Emmaus. Da una fede demotivata, solo rituale, senza concretezza di responsabilità a una fede consapevole, tradotta in scelte di vita, lievito del tessuto sociale. "Cristiani si diventa" è il titolo della collana che sussidia i passi di così impegnativo cammino che si qualifica come "iniziazione cristiana".

Come educare questa fede?

Oltre alle scelte di contenuto e di pedagogia, è necessaria richiamare la responsabilità degli educatori nella fede (genitori, insegnanti, catechisti, famiglie, associazioni, parrocchie). Partiamo dalle esperienze acquisite (tradizioni, confraternite, devozioni...) per operare una "conversione":  dalla religiosità naturale alla fede biblica; dalla ritualità alla vita cristiana; dall'individualismo alla ecclesialità. Una autentica soggettività ecclesiale si sostanzia di ascolto della Parola di Dio e dell'Eucaristia, in una esperienza di comunione per la vita del mondo.

Un fenomeno che riguarda anche i giovani?

I giovani costituiscono un universo in evoluzione. C'è una "frattura valoriale" tra le generazioni:  resta, è vero, il ponte della relazione affettiva, tra passato e futuro generazionale, ma esso non veicola più ideali, mentalità, costume, anche sotto il profilo religioso. Da questa consapevolezza nasce il nostro progetto che ha come "nodo" educativo la "confermazione" che si traduce in chiamata alla consapevolezza (attenzione all'età, al grado scolastico, alle situazioni esistenziali...) e alla responsabilità. Il cammino "verso l'Horeb" è un percorso impegnativo e soprattutto incentrato su alcuni punti fermi:  il sì a Cristo; la globalità della vita cristiana (liturgia-catechesi-carità); l'unità della persona. Qui va colto oggi lo "snodo" prioritario dell'azione pastorale:  non è questione di formule, di aggiustamenti, o di verniciature. Si tratta di "vita nuova in Cristo", nel pensare, nel giudicare, nell'amare, nell'agire, nello sperare. Questa è la nostra sfida pastorale per una nuova generazione di cristiani. E qui gioca un ruolo fondamentale l'esercizio della carità e la coerenza della testimonianza. Ecco l'azione nelle parrocchie e nelle istituzioni educative. Si tratta di ricostituzione del tessuto relazionale della esperienza religiosa, che deve andare oltre la episodicità e la ripetitività sociologica.

E come si inserisce in questo quadro la visita di Benedetto XVI?

Il "logo" della visita non a caso è:  "Conferma i tuoi fratelli". Ecco, allora, il dono, il compito:  viene il Papa come successore di Pietro, come maestro, pastore, padre ed è la fede da confermare la finalità globale di questo evento di grazia:  fede sicura, fede ferma, una fede operosa. Il grido di Pietro, ieri e oggi, è:  "Tu sei il Cristo"! Essere cristiani è la grande emergenza educativa della nostra comunità, chiamata non alla sterilità, ma alla generazione di credenti, di vocazioni ministeriali, di testimoni coerenti. Il nuovo istituto teologico "San Pietro", che aggregato al "Sant'Anselmo" a Roma conferisce la licenza in teologia, ne è segno e strumento qualificato, come istituzione voluta e gestita dalla diocesi, dai padri Giuseppini del Murialdo, e dai padri Cappuccini. A questo proposito vorrei sottolineare la grande urgenza della preparazione teologica del giovane clero e il ruolo - necessario e alto - dei teologi per la maturazione della fede e per la vita ecclesiale.

Quali le attese?

Abbiamo bisogno innanzitutto di essere "confermati" nella fede, tutti. C'è bisogno di una fede da credere, da vivere, da celebrare, da testimoniare. C'è bisogno di una fede che sappia investire in cultura, come mentalità, come modo di essere, come saper camminare nella storia. Ecco il collegamento con la visita del Papa a Bagnoregio. Nel 1957 il giovane teologo Ratzinger con "La Teologia della storia in San Bonaventura" (la nuova edizione in lingua italiana è del 2008) otteneva a Monaco la libera docenza. Quella ricerca, al teologo già studioso di sant'Agostino, dischiudeva orizzonti nuovi circa il concetto di rivelazione, il rapporto storia ed escatologia, fede e metafisica e consentiva di cogliere - tra l'altro - la dinamicità dell'esperienza credente come Bonaventura l'aveva intuita nel secolo XIII tra le vicende culturali di quella stagione. "La Chiesa - soleva dire Giovanni XXIII - non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare"!

Come legare il passato ereditato e il futuro che già è alle porte?

È una questione delicata, che riguarda tutto il tessuto viterbese sia ecclesiale, che sociale, civile e culturale. La città non si esaurisce nella sua eredità architettonica, non può camminare guardando indietro. Il patrimonio storico, come i talenti della parabola evangelica, richiede investimento che produce "sintesi nuove"; le radici sono vitali per la crescita dell'albero, ma l'albero non è riducibile alle radici. L'albero, del resto, si riconosce dai frutti. Così è per le persone, così per le città, così per le istituzioni. L'appiattimento, la inerte conservazione, la pura ripetitività non bastano a dare volto ad una comunità che cammina verso la pienezza di un Regno che sta dinanzi e che chiama. Forse è proprio qui il "balzo innanzi" che il contesto viterbese è chiamato a fare. La categoria biblica del cammino e le energie della speranza indicano mete impegnative e doverose. Proprio questa del resto è la lezione della santità iscritta nella storia viterbese:  santa Rosa nel secolo XIII viveva la situazione cittadina del suo tempo; santa Giacinta Marescotti promuove un'intensa attività caritativa; santa Lucia Filippini e santa Rosa Venerini pioniere e modelli di inedite esperienze educative; Mario Fani, promotore della grande avventura della Gioventù Cattolica italiana eccetera. La fede viene "da" e porta lontano, ma germoglia nel tempo e fiorisce nella storia. Questa Chiesa viterbese, nella nuova configurazione assunta nel 1986 e che abbiamo voluto raffigurata in splendida veste artistica nel trittico della "Porta della luce" della Chiesa Cattedrale (opera del maestro Ioppolo), qui e in questa nuova stagione è chiamata a essere segno del mistero di Dio, annunciatrice del Vangelo, testimone di carità. La Tuscia ha bisogno di rinnovato slancio e speranza di futuro. La visita del Papa è passaggio di grazia e sarà pietra miliare nel nostro cammino pastorale. Per questo diciamo:  benvenuto e grazie a Benedetto XVI.



(©L'Osservatore Romano 6 settembre 2009)
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