Colloquio con il gesuita Paolo Dall'Oglio del monastero siriano di Mâr Musâ

Islam di popolo
e tradizione cristiana orientale


È in uscita in questi giorni il nuovo numero della rivista "Oasis" (edizioni Marcianum Press) dedicato al tema della tradizione come fatto decisivo per l'identità e lo sviluppo di ogni uomo. La rivista plurilingue - in italiano, inglese, francese, arabo e urdu - è uno degli strumenti dei quali si avvale l'omonima fondazione internazionale (www.oasicenter.eu). Sul sito, oltre che in libreria, è possibile acquistare la rivista. Pubblichiamo una sintesi del colloquio - che appare appunto nel numero di settembre - con padre Paolo Dall'Oglio, del monastero di Mâr Musâ, in Siria.

di Maria Laura Conte

Un recupero non archeologico della tradizione cristiana orientale per un rinnovato incontro con i musulmani. È questo l'ideale che anima la comunità monastica di Mâr Musâ al-Habashî, in italiano San Mosè l'Abissino. Un monastero che dalle ultime propaggini della catena del Qalamûn si protende verso il deserto siriano, 100 chilometri a nord di Damasco. Abbandonato nel XVIII secolo, il monastero è stato restaurato a partire dagli anni Ottanta da padre Paolo Dall'Oglio che, indirizzato allo studio dell'arabo nell'ambito della Compagnia di Gesù, scelse di fermarsi a vivere nell'eremo disabitato per riappropriarsi del patrimonio siriaco. Ma ogni riappropriazione è sempre una nuova creazione. La sua è certamente una vocazione particolare.

Com'è nata in lei la decisione di legare la vita a un monastero siriano?

Quando ho incontrato la tradizione siriaca abitavo a Damasco ed ero studente di arabo e di islam. In una situazione italiana molto polarizzata (eravamo negli anni Settanta), l'ingresso nella Compagnia di Gesù aveva coinciso in me con l'apertura alla profondità delle relazioni tra la Chiesa e le altre culture religiose. Nella capitale siriana vivevo molto con i musulmani, passavo le serate con le confraternite mistiche, i venerdì andavo nelle moschee ad ascoltare le prediche e seguivo i corsi nella facoltà di diritto islamico. Nello stesso tempo mi rendevo conto che, data questa forte esposizione al contesto musulmano, dovevo cercare di radicarmi nell'esperienza cristiana locale. Soprattutto la domenica andavo di chiesa in chiesa per conoscere i bizantini, i maroniti (che già avevo incontrato in Libano) e in particolare i siriaci ortodossi. La loro liturgia oscilla tra siriaco e arabo senza scegliere nessuna delle due lingue in modo esclusivo:  un indizio interessante della dimensione dialettica più o meno riflessa di questa comunità. Ero particolarmente affascinato dalle prediche dell'attuale Patriarca Zakka i che proveniva da un monastero dell'Iraq ed era allora relativamente giovane, essendo appena stato eletto a capo della sua Chiesa. Nelle sue prediche il discorso sgorgava da un'anima locale e si organizzava intorno a un modo di commentare la Sacra Scrittura molto immaginativo, molto simile ai midrashim ebraici, con storie e racconti. Insomma, una lettura semitica della Sacra Scrittura in cui il racconto biblico è commentato da altri racconti e sintetizzato con forza in alcune espressioni paradossali. Ritrovavo così la saggezza e lo stile dei padri del deserto, il gusto dei grandi poeti siriaci, Efrem, Giacomo di Sarug e gli altri. Quell'uomo dispiegava di fronte a me una tradizione vivente e mi mostrava che quella sua tradizione, radicata nel mondo semitico antico, s'era nutrita della solidarietà e della commensalità simbolica con i musulmani lungo quattordici secoli. È importante però comprendere che nel monastero di Mâr Musâ non siamo guidati da un sentimento archeologico e nostalgico. Vogliamo partecipare a ridare disponibilità di fede e di impegno a questa radice tradizionale siriaca perché porti nuovi frutti nel nostro tempo.

Lei si identifica in questa scelta?

Io partecipo pienamente di questa sua scelta, il Patriarca Zakka lo sa e ci vogliamo bene. Quest'uomo è stato un autentico profeta del rinnovamento nella sua Chiesa e lo dimostrano i frutti. La sua Chiesa, pur essendo una delle più piccole tra le comunità orientali, vive un'effervescenza culturale e spirituale. Il monastero che ho rifondato con i fratelli e le sorelle della comunità è più radicalmente (più "cattolicamente" se si vuole) pensato per un'assunzione di responsabilità teologica e spirituale verso il mondo musulmano. Per noi, che siamo uomini e donne consacrati all'amore di Gesù per i musulmani nel contesto arabo islamico e cristiano (minoritario) della Siria di oggi, si tratta di vivere la relazione a Dio e al suo Cristo in un linguaggio che vogliamo già "dialogale", radicato nell'esperienza monastica orientale e al contempo in relazione con l'esperienza mistica musulmana. Quando dico "esperienza mistica musulmana" non intendo una realtà estranea alla vita religiosa della grande maggioranza dei musulmani. Non è che scegliamo il sufismo contro il resto dell'Islam. Per noi si tratta di cogliere la dimensione spirituale e mistica della vita normale dei musulmani, della preghiera, del pellegrinaggio, dell'atmosfera sacra della famiglia, della moschea di quartiere. Tutto questo "quotidiano" della religione islamica nella sua dimensione spirituale. Noi vogliamo rendercelo familiare per empatia spirituale intima.

Come la tradizione orientale favorisce l'incontro con i musulmani e che cosa può insegnare all'Occidente?

Penso che le Chiese orientali che hanno vissuto con i musulmani rappresentino un sacramento di buon vicinato e commensalità che dovrebbe essere analizzato e recepito dalla teologia cattolica per poter fare le stesse scelte, urgentissime, nella relazione con l'Islam tanto in Oriente quanto in Occidente. La Chiesa non va all'Islam passando sopra le teste dei cristiani che hanno vissuto con i musulmani nelle stesse città e nelle stesse strade per quattordici secoli. Intendiamoci, ci sono anche molti cristiani orientali che diranno agli occidentali:  "Non fate come noi, separatevi dai musulmani, evitateli perché alla fine vi mangiano come hanno mangiato noi, accogliete noi e rifiutate loro". Sono discorsi che si sentono dalle bocche di alcuni cristiani orientali. Naturalmente non è questa la mia idea né la nostra idea come comunità monastica. Noi riteniamo che in queste terre si sia prodotta una vera sintesi significativa, che le relazioni tra cristiani e musulmani negli stessi quartieri, con i monaci che per secoli hanno ricevuto i musulmani in visita ai monasteri, abbiano un significato riguardo allo statuto teologico dell'Islam nella teologia cristiana. Per dirla in altro modo, i cristiani orientali rappresentano nei fatti, nella pratica, una realtà che ha una rilevanza teologica.

In base alla sua esperienza concreta, esiste in Siria un "islam di popolo"?

Esiste un islam di popolo ed esiste una "Chiesa di popolo". In Siria abbiamo un islam plurale e una Chiesa plurale.

Si tende a distinguere l'islam in fondamentalista e moderato ma fra i moderati si rischia di individuare figure che con l'islam non hanno più molto a che fare... Esiste un islam dove l'esperienza religiosa concreta non sia ridotta a ideologia?

Io la riduzione a ideologia non la seguo perché per criticarla si casca nell'ideologia un'altra volta. Cerchiamo di rimanere sul fenomeno e di analizzarlo. Il fenomeno è questo:  una grande massa di musulmani devoti. Dove la devozione musulmana costruisce un'unificazione dell'esistenza personale, familiare e sociale in una serie di riti, uno stile di vita, un'estetica e un progetto sociale, cioè dei valori. La vita rituale è importantissima, innanzitutto la preghiera:  per i più devoti possono essere le cinque preghiere, per altri una preghiera al giorno, altri saranno assidui solo alla preghiera del venerdì. La preghiera, certamente, ha un'enorme importanza per ritmare e dare spessore alla devozione. Così il pellegrinaggio, naturalmente. Anche il digiuno del ramadan ha una funzione fondamentale:  riportare alla pratica religiosa tutti coloro che slittano verso comportamenti più secolarizzati. Esso è un'occasione di educazione alla fede davvero di massa. A questo si aggiunge il fatto che i devoti musulmani hanno, statisticamente parlando, una moralità più forte. La devozione comporta un impegno morale e, quindi, una sete di democrazia connessa con la correzione della corruzione. Noi ci troviamo con le scuole che miracolosamente funzionano ancora, con gli uffici che bene o male funzionano, con tutta una serie di servizi che funzionano, a causa di un'attitudine religiosa d'umanità sul posto di lavoro, sia nel pubblico che nel privato. Si nota un certo paternalismo, caratterizzato però generalmente da un vero rispetto per la persona in quanto persona religiosa. La persona nell'islam è la persona religiosa, non è la persona avulsa dalla relazione con Dio. La dignità della persona è innanzitutto nel suo stare innanzi a Dio. A tutti i livelli della vita economica e sociale la devozione implica un rispetto della persona umana nella sua dignità.

Questo potrebbe essere definito islam di popolo?

Direi di sì. Sono continuamente ammirato dal fatto che, grazie a questa devozione musulmana, la nave sociale regge il mare e non affonda, perché ci sarebbero mille motivi per affondare:  la corruzione politica, il clientelismo internazionale costruito sui privilegi e sulle caste, l'eccesso di repressione di regime provocata e giustificata dalle derive terroristiche. Questo islam di popolo non è separato dall'islam diciamo "jihadista", non è separabile da un confine netto; è contiguo. In ambito universitario ci potranno essere simpatie verso i gruppi più estremi; quando c'è una crisi come quella di Gaza ci si sente più rappresentati da quelli più arrabbiati. La contiguità si accentua o, al contrario, si allenta a seconda di quanto la propria dignità islamica, la propria aspirazione all'emancipazione, i propri desideri di sviluppo siano più o meno umiliati dai "moderati" al potere. E dal potere internazionale. Di fatto poi questo islam di popolo è quello che va, da secoli, a braccetto con il cristianesimo di popolo. Sono quelli che realizzano la teologia pratica della commensalità, della comunanza, del buon vicinato. Ed è questo, forse, anche il risvolto concreto di ciò che chiamiamo "tradizione". Sicuramente, però, oggi tradizione e comunanza sono consumate dalle tensioni globali. Le tensioni globali rischiano di accentuare lo sbriciolamento di questo spazio e, quando le crisi sono gravi come a Gaza, si può ormai dire che lo spazio è sgretolato. Se per quattordici secoli la realtà di contiguità tra islam di popolo e cristianesimo di popolo ha garantito la convivenza ed è stata storia di tutti i giorni, ora dunque questa tradizione è a rischio.

In passato questo pericolo e questo bisogno non c'erano o non erano così forti come lo sono oggi?

C'erano altri pericoli. In Siria veniamo dal colonialismo, l'impero ottomano. La cultura delle società sul piano locale restava un po' impermeabile alle grandi questioni. Come da noi in Italia nell'Ottocento:  c'erano i Savoia, Garibaldi, ma poi la gente rimaneva quella che era, la società profonda non era molto intaccata dalle tempeste di superficie. Oggi non si può più ragionare così. L'islam radicato sul territorio, rurale o urbano che sia, è in piena tempesta perché gli eventi agiscono - anche a causa dei mass media - fino in profondità. E accelerano i processi, li accentuano. Senza una reazione fortemente cosciente è chiaro che il peso di questa zavorra tradizionale, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, si annullerà e diventeremo prede di movimenti rapidi, frettolosi, superficiali e poveri sul piano culturale. Se lo scatto di consapevolezza non c'è, scatta la consapevolezza jihadista oppure la mitizzazione del passato per farne un'ideologia, o un programma fondamentalista, oppure una base mitologica per le aggregazioni di potere.

Sullo sfondo che ha delineato, come è la situazione della libertà religiosa in Siria?

Nella misura in cui i movimenti islamici vittimisti si impongono (quelli che sostengono la teoria dell'islam perennemente sotto attacco), ciò giustifica molte reazioni, anche le più eccessive. Faccio un esempio:  mi è stato di fatto rifiutato il visto per recarmi in Algeria, pellegrino sulle tracce di padre Charles de Foucauld, perché sono un religioso cattolico. Qui vedo evidente una saldatura tra potere cosiddetto moderato e deriva fondamentalista. In nome di che? Della pace sociale che deve farsi carico del sentimento islamico dell'essere sotto attacco, compreso il presunto attacco proselitista. E quindi, per mantenersi, i poteri moderati cedono agli istinti fondamentalisti. La Siria è abbastanza indenne da questo, però sul territorio si possono manifestare saldature tra le paure provocate dai movimenti islamisti, l'attrazione che essi possono esercitare e la possibilità che il potere voglia strumentalizzarli o strumentalizzarne la repressione a seconda delle situazioni, delle regioni, dei contesti. Anche da qui si esce con una tutela della tradizione - rielaborata e riacquisita con un passaggio teoretico di cui diceva - che fallirà se fallisce il dialogo interreligioso sia in Europa che nel sud del Mediterraneo e nel sud del mondo; Nigeria, Ciad, Sudan. Bisogna immettere nel complesso conflittuale odierno dei capitali di speranza. Bisogna riuscire ad attivare valanghe, effetti-domino. Si tratta di operare in una logica di giustizia e di buon vicinato globali. Avremo il futuro che avremo saputo sognare.



(©L'Osservatore Romano 11 settembre 2009)
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