Il superiore generale dei comboniani parla dell'intreccio tra sinodo e capitolo generale

L'Africa bussa alle nostre porte
Per tutti è tempo di aprire


di Alessandro Trentin

Grandi tragedie, dalla fame alla povertà estrema; contraddizioni nell'uso delle ricche risorse naturali; crescente dinamismo culturale e religioso delle comunità; speranza in un futuro migliore. Questo e altro è l'Africa, terra di apostolato per eccellenza dell'istituto dei missionari comboniani del Cuore di Gesù - fondato nel 1867 da san Daniele Comboni, presente oggi in centottantadue diocesi di quarantadue Paesi - che in questi giorni sono impegnati nel XVIi capitolo generale. La riunione, cui partecipano settantadue capitolari, in rappresentanza degli oltre 1.700 religiosi che compongono la Famiglia comboniana, assume quest'anno una connotazione speciale perché coincide con il secondo sinodo dedicato all'Africa, l'assemblea dei vescovi - che si terrà dal 4 al 25 ottobre - chiamato a individuare il percorso di una rinnovata evangelizzazione. Il filo che unisce i due avvenimenti è materia di questa intervista rilasciata dal superiore generale dei comboniani, Teresino Serra, a "L'Osservatore Romano".

Il capitolo generale dei comboniani coincide con il sinodo dei vescovi sull'Africa. Quali sono a vostro parere le maggiori emergenze del continente ?

Il fatto che il nostro XVIi capitolo generale si svolga in coincidenza quasi perfetta con il secondo sinodo africano è visto da noi come un autentico kairòs, un tempo provvidenziale di grazia che beneficia quest'anno di un "valore aggiunto", proprio perché vissuto come chiamata a una "nuova pentecoste" per il nostro istituto:  un'irruzione dello Spirito che certamente animerà anche l'assemblea sinodale. Crediamo che si rinnovi così il legame speciale tra il nostro istituto e l'Africa, nella memoria di san Daniele Comboni, che scrisse:  "Non ho in cuore che il solo e puro bene della Chiesa e dell'Africa, per le quali darei cento vite, se le avessi". Lo scenario che caratterizza il continente non è comunque certo ideale e, in un mondo segnato da processi di globalizzazione in cui prevale chi ha la supremazia economica, l'Africa si trova suo malgrado emarginata, o meglio guardata per lo più come continente da depredare per le immense ricchezze naturali di cui dispone. Le urgenze di oggi non sono dunque molto diverse da quelle classiche, ben elencate peraltro anche nei Lineamenta del sinodo:  protrarsi di conflitti civili o interetnici alimentati dall'esterno, crescente divario tra i pochi ricchi e le masse che sopravvivono in endemica insufficienza alimentare, commercio di armi, violazione dei diritti delle minoranze e dei più deboli (bambini, donne, anziani). E ancora, sfruttamento selvaggio delle risorse, debito estero elevatissimo, analfabetismo, mancanza di un adeguato sistema sanitario, numero crescente di profughi e rifugiati, urbanizzazione selvaggia, disoccupazione giovanile (oltre il 60 per cento) e, infine, l'inarrestabile processo migratorio.

Quale contributo porteranno i comboniani all'assemblea episcopale che metterà in luce i gravi problemi, ma anche le sfide e le speranze che la Chiesa ha davanti a sé nel continente?

Il sinodo si propone anzitutto obiettivi pastorali e di evangelizzazione. Gesù Cristo è stato presentato come il vero modello di riconciliatore, portatore di giustizia e di pace. Detto questo, a partire dal tema molto appropriato scelto per il sinodo:  "La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo", come comboniani cercheremo di sottolineare l'importanza che la Chiesa nel continente, ritenuta oggi tra le poche forze con una vera autorità morale riconosciuta dai Governi, si lasci guidare del coraggio profetico e dalla parresia nell'assumere il ruolo di protagonista nei processi di riconciliazione e ricerca di soluzione dei conflitti. La connessione tra fede e trasformazione sociale che il sinodo africano ha fatto propri nella scelta del tema trattato, infatti, è molto più visibile in Africa che nei continenti in cui la missione si sviluppò nei secoli XVI e XVIi, quando il rapporto fede e impegno sociale era solo a livello di carità e la missione era quasi unilateralmente di natura religiosa. Il nostro apporto sarà caratterizzato non più da protagonismo, bensì da incoraggiamento e sostegno alle iniziative per una vera inculturazione evangelica, per la promozione di una leadership ecclesiale sia del clero che del laicato sempre più responsabile e preparata ad affrontare le sfide del relativismo e del secolarismo, che nell'odierno processo di globalizzazione raggiungono ogni luogo della terra e ogni settore della società.

Il sinodo come può servire a cambiare una diffusa mentalità che vede nell'Africa soltanto aspetti negativi ?

Come già nel primo sinodo africano (1994), anche in questa seconda assemblea i vescovi non si limiteranno a identificare i gravi problemi in cui versa il continente. Sarà senza dubbio riaffermato il fortissimo senso religioso che tuttora è profondamente radicato nell'animo africano. Ci sono in Africa esperienze quotidiane di incredibile solidarietà, delle quali i presuli sono ben consapevoli perché in molti casi avviate, animate e sostenute dalle comunità cristiane di cui sono pastori. Oramai non solo noi missionari ma migliaia di persone di ogni provenienza, età e condizione, visitando l'Africa, diventano testimoni della grande vitalità delle popolazioni che incontrano. Tutto ciò è purtroppo ignorato dai media occidentali, ancor più in Italia che in altri Paesi, che offrono all'opinione pubblica una visione superficiale dell'Africa descritta spesso come continente allo sbando, alla deriva, pieno di violenza e sopraffazione o caratterizzato esclusivamente da fame, conflitti e disastri naturali. Naturalmente senza approfondire che questi innegabili mali hanno le loro radici nelle "strutture di peccato" che caratterizzano le politiche finanziarie e commerciali dei Paesi economicamente egemoni.

L'Africa è il continente dove più marcata è la presenza dei missionari. Quali sono le linee su cui si sta sviluppando l'evangelizzazione ?

Va ribadito anzitutto che in ambito ecclesiale, pur con gli ostacoli e le contraddizioni che caratterizzano ogni processo di crescita, in Africa stiamo assistendo a un veloce cammino verso l'autosufficienza ministeriale, economica e missionaria. Sono ormai molte le Chiese locali africane che hanno inviato religiosi e laici in missione in altri Paesi di altri continenti. La stessa "geografia" vocazionale degli "istituti esclusivamente missionari", incluso il nostro, si è andata trasformando con l'irruzione delle Chiese del Sud del mondo e l'invecchiamento progressivo di quelle del Nord, e sta dando un volto nuovo alle congregazioni missionarie. Si tratta di un'autentica rivoluzione e una sfida epocale, che sta già avendo un influsso sull'opera di evangelizzazione. Lo sviluppo in Africa di comunità cristiane con una leadership autoctona sta realizzando un più autentico processo di inculturazione del Vangelo, uno tra i temi salienti del primo sinodo africano. Gli orizzonti dell'evangelizzazione non sono già più quelli di un tempo. Superando le definizioni geografiche che tracciavano confini netti tra "popoli evangelizzati" e "da evangelizzare", l'attività missionaria ha assunto la dimensione dell'universalità. E oltre alla tradizionale proclamazione del Vangelo nei luoghi più negletti, unita alle attività di promozione umana, sono divenuti parte integrante dell'impegno missionario anche altri ambiti importanti:  giustizia, pace e integrità del creato; promozione e impegno per i diritti dei più poveri; lotta contro le nuove schiavitù e nelle aree marginali della società; come pure l'uso dei media moderni, indispensabili oggi per un'animazione missionaria efficace. Pur continuando a scegliere l'Africa come opzione privilegiata per la nostra opera di evangelizzazione, stiamo comprendendo che la missione ad gentes è oggi presente in Europa quanto in Africa. Ovunque siano sorte nuove forme di schiavitù o di discriminazione siamo chiamati a proclamare il Vangelo di liberazione.

Non ci si può dimenticare che l'Africa è interessata da imponenti flussi migratori verso l'Europa. Quali conseguenze porta tale realtà ?

Benché la mentalità stia già cambiando, l'Africa è tuttora vista in molte Chiese europee come la "terra di missione" per eccellenza. Noi comboniani, peraltro, anche nel precedente capitolo generale del 2003 abbiamo voluto riaffermare che l'Africa rimane la nostra scelta preferenziale anche se non esclusiva. Oggi, ancor più che allora, siamo convinti tuttavia di dover rivolgere il nostro impegno non solo all'Africa "geografica", ma a tutto il mondo africano, ovunque esso si trovi. Per questo motivo, da molti anni stiamo operando anche tra le comunità di origine africana presenti in vari Paesi dell'America Latina e degli Stati Uniti. Lo stesso impegno sentiamo oggi di dover assumere nei confronti dell'Africa che "bussa alle nostre porte". In alcune regioni italiane gli immigrati di origine africana sono oltre il 4 per cento. Seguendo l'esempio del nostro fondatore, tutte le nostre comunità dovrebbero diventare "stazioni missionarie", attente e premurose nell'incontrare, accogliere e seguire il mondo dell'immigrazione. Per evitare di cadere nella contraddizione "di amare l'Africa quando è in Africa e guardare con una certa indifferenza l'Africa che è arrivata in Europa". Per questo stiamo riflettendo sul miglior modo di rispondere a questa grande sfida odierna. È evidente, comunque, che non ci sottrarremo dall'assumere la nostra responsabilità come istituto nato in Africa, di essere in prima linea nell'impegno per la difesa e la promozione dei diritti di questi "nuovi poveri". Anche questo significa proclamare la Parola ai più poveri e abbandonati in obbedienza alla volontà e alla vocazione trasmesseci da san Daniele Comboni.

Quali indicazioni stanno emergendo dal capitolo generale dell'istituto?

Ispirandoci al tema scelto per il nostro XVIi capitolo "Dal Piano di Daniele Comboni al Piano dei comboniani, riqualificare la missione, la formazione e il governo", siamo impegnati a pregare, riflettere, discutere e condividere quanto lo Spirito ci suggerisce, per rispondere nel miglior modo alla nostra vocazione missionaria. Dal prolungato ascolto delle svariate situazioni in cui operiamo nei quattro continenti, si è così cominciata a delineare la cornice entro cui ci si muoverà nel prossimo sessennio. A livello interno all'istituto si sono sottolineati, da un lato, la progressiva trasformazione della "geografia vocazionale" (con il 90 per cento dei nuovi candidati provenienti dai Paesi del Sud del mondo) e il corrispondente processo di invecchiamento delle province più "antiche" dell'istituto; dall'altro, l'urgenza di rinnovare i settori della formazione di base e della formazione permanente, sulla base di un vero radicamento in Gesù Cristo e nella spiritualità del fondatore, oltre che di un rinforzato senso di appartenenza basato su una chiara identità.

I comboniani si avviano dunque a rimodulare la loro attività ?

In ambito di "attività evangelizzatrice" l'enfasi si è spostata sulle condizioni dei singoli continenti, che ci chiamano a operare a seconda delle peculiari sfide che presentano. Non verrà poi meno il tradizionale impegno in tante realtà di prima evangelizzazione, superando ovunque, in ogni caso, le tentazioni del protagonismo e la tradizionale tendenza a "lavorare per conto nostro". Il principio generale che seguiremo sarà quello di renderci disponibili ad affiancare le Chiese locali ormai stabilite ovunque, per offrire il servizio pastorale e la collaborazione che richiederanno. Ogni continente svilupperà in tal senso un proprio piano di attività, e così pure saranno chiamate a fare le varie circoscrizioni di ogni continente. In Africa, in particolare, una grande sfida sarà rappresentata dal crescente influsso dell'Islam:  presenza diretta e riflessione dialogica nei Paesi a prevalenza islamica saranno pertanto una parte importante della nostra agenda. L'ambito di giustizia e pace, riconciliazione e gestione dei conflitti, in particolare, ci vedranno attivi a fianco di altri organismi ecclesiali e laici nelle sedi internazionali con azioni di advocacy e lobbying (promozione della causa delle minoranze e delle popolazioni più povere) tramite vari organismi:  per esempio, Vivat International, presso le Nazioni Unite e Africa and Europe, Faith and Justice Network (Aefjn), presso il Parlamento europeo. In America Latina, oltre all'impegno d'inserimento pastorale in aree isolate o di emarginazione, stimoleremo le Chiese ad assumere la "missione universale" continuando a "dare dalla propria povertà". L'Asia, infine, dove abbiamo celebrato vent'anni della nostra presenza, ci sfiderà ad approfondire le nostre radici e a consolidare le nostre piccole comunità, "granello di senapa" nel continente più vasto e meno evangelizzato.



(©L'Osservatore Romano 2 ottobre 2009)
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