A colloquio con Timothy Verdon a dieci anni dalla lettera di Giovanni Paolo II

Quando il Papa scrisse
ai suoi colleghi (artisti)


di Fabio Colagrande

A quarantacinque anni dall'incontro di Paolo VI con gli artisti nella cappella Sistina e a dieci dalla lettera a essi indirizzata da Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI ha invitato il mondo dell'arte per un dialogo che si svolgerr il 21 novembre proprio nella cappella affrescata da Michelangelo. Nel corso della presentazione dell'avvenimento, l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha spiegato che il Papa intesserr un dialogo "nella speranza che risorga un'alleanza feconda tra arte e fede", nella scia della Lettera agli Artisti firmata dal suo predecessore il giorno di Pasqua del 1999.
Ma quanto fu importante dieci anni fa la pubblicazione di questo documento, che riprendeva temi gir toccati da Papa Montini in chiusura di concilio? Risponde monsignor Timothy Verdon, storico dell'arte e collaboratore de "L'Osservatore Romano".
"In quel momento storico - ci dice - agli artisti sembrava che il rapporto privilegiato che Paolo VI aveva voluto instaurare con loro si fosse ormai perso o fosse stato momentaneamente sospeso. Durante il suo pontificato, infatti, Giovanni Paolo II aveva dovuto affrontare problemi di vasta portata e non aveva apparentemente dedicato grande attenzione alle tematiche dell'arte. Dunque quella lettera fu essenziale per rinnovare l'apertura della Chiesa verso il loro mondo".

Quale  fu  la  prima novità che venne colta?

Mentre Paolo VI si era rivolto agli artisti come amatore, ammiratore e gran conoscitore dell'arte, Giovanni Paolo II si rivolse loro come un artista parla ai suoi "colleghi". Papa Wojtyla scriveva come colui che ha sperimentato interiormente il dono della creatività artistica. Ciò è chiaro fin dalle prime righe e conquistò tutti.

Quale aspetto la colpì di più di quel documento?

Prima di tutto il fatto che l'estetica personale di Giovanni Paolo II fosse aperta all'arte dell'oriente cristiano. Wojtyla cita, per esempio, una frase del filosofo russo Pavel Florenskij dove si evoca lo scintillio delle candele sull'oro delle icone. Ma tutto il tono della lettera è caratterizzato da una dimensione mistica particolare, tipica dell'arte e della spiritualità delle Chiese d'oriente. Inoltre - e ciò non sembri in contraddizione con quanto appena detto - il Papa polacco, provenendo da una cultura che aveva conosciuto il "comunismo pratico", insiste in quel documento sulla funzione "pratica" della creazione artistica. L'arte, nel suo pensiero, deve entusiasmare le persone al lavoro, deve creare lo stato d'animo ideale perché ci si possa poi dedicare alle opere che Dio vuole dall'uomo.

Nella lettera il Papa scriveva che la Chiesa ha bisogno dell'arte e fotografava al tempo stesso un certo distacco che caratterizza l'epoca moderna tra il mondo dell'arte e quello della fede. Cos'è cambiato da allora?

In questi dieci anni, e in particolare oggi nel contesto della crisi economica, molti hanno capito che quello che era sembrato un distacco geneticamente culturale - tra gli obiettivi della Chiesa nel promuovere l'arte sacra antica e quelli che sono stati definiti come obiettivi "autosufficienti" dell'arte del XX secolo - era in realtà artificiale. Man mano che l'impoverimento culturale del secolarismo del nostro tempo ha mostrato tutta l'inadeguatezza di questo approccio per affrontare le sfide attuali, l'uomo dell'inizio del nuovo secolo si è aperto maggiormente a una proposta trascendentale. Oggi, infatti, non si percepisce più, come un tempo, una grande distanza tra i traguardi della società civile e i traguardi spirituali della Chiesa e della sua arte. Sullo sfondo di una crisi non solo economica, ma anche morale e sociale, le persone si rendono conto che le risposte a certi interrogativi possono essere anche di carattere trascendentale.

Nel Novecento sono state costruite più chiese nel mondo che durante i precedenti diciotto secoli di cristianesimo. Molto si discute, però, sul loro livello estetico.

Il concilio Vaticano II ha interrogato la Chiesa sulla sua identità. Modi di concepire la nostra vita ecclesiale che erano in vigore dal concilio di Trento, e in molti casi da molto tempo prima, sono stati messi in discussione. Ciò non ha determinato una perdita di identità della Chiesa, perché la Chiesa sa bene chi è, ma ha provocato una difficoltà - che definirei "salutare" - nell'articolare in termini tradizionali questa identità. La Chiesa che dopo il concilio aveva dovuto articolare di nuovo il suo rapporto con Dio, con se stessa, con la società, con i non-credenti, doveva anche trovare un linguaggio architettonico e artistico per comunicare con immediatezza questi nuovi atteggiamenti ecclesiali. Ma questo tentativo è tutt'ora in corso.

È per lo stesso motivo che l'arte figurativa sacra sembra a volte stentare nel trovare un linguaggio moderno?

Per questo, ma anche per un altro motivo. Il grande linguaggio del passato era il linguaggio figurativo. Sin dal IV e dal V secolo la Chiesa ha riabbracciato il linguaggio del corpo umano e delle emozioni umane che era stato affinato dal paganesimo antico, dalla cultura greca e romana. Oggi, a ogni livello delle arti, si riscontra un grande disagio nel comunicare attraverso il figurativo. Già nell'Ottocento l'arte non cristiana aveva abbandonato la figurazione, anche se la Chiesa aveva continuato a utilizzarla. Oggi però ci si rende conto che rappresentare il sacro attraverso le figure crea una serie di problemi. Questo probabilmente anche perché noi, a differenza dei cristiani di altre epoche, viviamo ogni giorno in una società assolutamente satura di immagini spesso banali:  fotografiche, televisive, digitali. L'immagine sacra deve invece portare in qualche modo il credente, o colui che aspira a trovare in un'immagine ragioni di fede, oltre il quotidiano, verso un Dio che rimane sull'orizzonte dell'esperienza. Quindi gli artisti sperimentano oggi l'imbarazzo di chi cerca, senza trovarlo, un linguaggio rispettoso del passato eppure capace di proiettare il credente verso quelle cose che "orecchio non ha sentito e occhio non ha mai visto" come hanno detto Isaia e san Paolo.

Rifacendosi a Paolo VI, lei ha affermato che comunicare nell'arte un sacro non generico, ma specificamente cristiano, è una vocazione paragonabile al sacerdozio. Quanti artisti sentono oggi questa vocazione?

Molti. All'interno della Chiesa sono moltissimi quelli che vivono il dono del loro talento artistico esattamente come una vocazione a rendere comprensibili le verità di fede. Molti artisti sentono di essere chiamati, come diceva Papa Montini, a carpire dall'alto ciò di cui parlano i sacerdoti ordinati e quasi come sacerdoti della materia, trasfigurare quest'ultima per comunicare concetti di fede che altrimenti resterebbero per molte persone astratti e difficili. Ci sono addirittura artisti al di fuori della Chiesa che, cercando di capire il mistero della loro creatività, arrivano a rendersi conto che il loro talento va molto oltre la mera figurazione del reale, oltre quella sorta di sottile compiacimento del bello impuro che oggi ci circonda nella pubblicità. La Chiesa ha oggi veramente l'obbligo di aiutare questi artisti a trovare la luce che Dio ha messo nei loro cuori, a riconoscere questa spinta, ad andare al di là di ciò che l'arte commerciale può offrire, a cogliere l'invito di Dio a rendere visibile il suo volto.



(©L'Osservatore Romano 7 ottobre 2009)
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