A colloquio con François Ozon regista del film «Ricky» in uscita in Italia

La salvezza vola alto
con le ali di un bambino


di Luca Pellegrini

L'apparente semplicità delle narrazioni del regista François Ozon nasconde sempre letture piuttosto complesse della realtà, che troviamo pervasa da nevrosi e mistero, da identità incerte e fatti sospesi, oscuri, anche qualche volta cattivi:  si scatenano in una ricca magione borghese (Sitcom), nella capanna di un taglialegna (Les amants criminels), sotto la sabbia (Sous la sable), in un'antica dimora di campagna (Otto donne e un mistero), ai bordi di una piscina (Swimming pool), nelle pagine di un romanzo (Angel). O nell'appartamento di due operai, come nel suo ultimo film, Ricky, in uscita il 9 ottobre in Italia. Un singolare equilibrio tra semplice e complesso.
"Non è detto - ci dice - che, per raccontare cose complesse, anche la forma usata debba esserlo. Come diceva Luis Buñuel:  "È nella più semplice delle forme che si può raccontare la più complessa delle storie". Il classicismo, nella sua assoluta semplicità, permette di sviluppare questi racconti profondi e difficili.

Di lei dicono:  ecco un regista nato dalla magica alchimia di Bergman e Buñuel.

Li amo moltissimo entrambi. Buñuel per la sua ironia, l'intelligenza e per quella particolare visione che nasce dallo scarto tra verità e finzione; Bergman perché ha creato ritratti di donne indimenticabili ed è una fonte inesauribile di energia e di idee.

Nei suoi film c'è una particolare predilezione per i personaggi femminili.

Sono un uomo:  per questo è molto più facile prendere le distanze dall'universo femminile ed essere più lucido nel descrivere e scrutare l'animo delle donne. E poi, amo incondizionatamente le attrici:  le trovo più intelligenti, lavorare con loro è più facile, sono pronte ad assumere maggiori rischi, possono arrivare più in profondità.

Da cosa nasce questa sua sapienza nel ritrarre le donne?

Quando ero bambino giocavo spesso con le mie sorelle. Le osservavo. Ero anche molto legato a mia madre, preferivo stare con lei e ascoltarla quando raccontava le sue storie alle amiche piuttosto che trovarmi a fianco di mio padre. Queste storie di donne erano affascinanti. Le donne analizzano; sono più riflessive; si fanno delle domande importanti; ed è questo loro spirito che riesce a penetrare i fatti, a "scorticarli", captando cose che agli orecchi maschili non arrivano mai.

Spesso nei suoi film la nevrosi si scarica o si moltiplica nell'ambiguità. Le soluzioni non sono mai chiare e definite. Questa porzione di "non detto", di "non vero", insomma di mistero, è ciò che per lei dà sapore al cinema, all'arte, alla vita?

Non mi piacciono i personaggi definiti, statici. Al pubblico chiedo prima di tutto di capire i loro comportamenti strani, e solo dopo di giudicarli. La vita stessa è misteriosa e io non ho risposte assolute. Io pongo domande, racconto una storia; il resto deve farlo lo spettatore.

Il corpo umano è sempre centrale nelle sue regie:  desiderio di concretezza o che altro?

Nel cinema francese parliamo molto e i corpi sono sempre in secondo piano. Per me filmare un attore, una attrice, è fondamentale, è un'esperienza importante, anche fisiologica. Lo spettatore dovrebbe avere alla fine del film la sensazione di avere conosciuto fisicamente il personaggio attraverso la telecamera. In Ricky, ad esempio, ho voluto che il bebè fosse vero e vivo:  fa i bisogni, si sporca, piange, gioca, mangia.

Marion e Gilles versus Katie e Paco:  in 5x2 la prima coppia entra in crisi e il rapporto drammaticamente si sfalda, mentre per la seconda, quella di Ricky, il finale è denso di ottimismo e di futuro, con una nuova nascita alle porte.

Penso che la differenza tra queste due coppie sia nel fatto che per la prima tutto è reale, non ci sono sogni o fantasmi e così facilmente si sgretola; in Ricky c'è qualche cosa di meraviglioso che rende la vita della coppia prima molto difficile, ma poi la fortifica, la unisce. Girare Ricky per me è stato il modo di ribadire l'importanza dell'immaginario:  Ricky è quel sogno meraviglioso - un bimbo con le ali - che permette alla coppia di esistere e sopravvivere.

Ricky inizia come un film dichiaratamente realista - penso all'immagine delle ali che spuntano sulla schiena - poi, da quando il bebè prende il volo, quasi si trasforma in un sogno fiabesco. Una dicotomia voluta e per quale motivo?

Mi sono ispirato al racconto del Brutto anatroccolo:  tutto il mondo lo sfugge, ma quando cresce diventa un cigno. Anche Ricky, quando cominciano a spuntargli le ali, è davvero sgradevole, ma poi diventa un piccolo angelo. Quello che mi ha interessato moltissimo è lo sguardo della madre:  lei lo vede fin dall'inizio bello, lo ama da subito, accetta il suo aspetto così com'è. Quello sguardo d'amore è l'essenza della maternità.

"Storia d'amore e di libertà", recita il sottotitolo. Dell'amore il film è il più vero dei manuali. Quale libertà, invece, racconta?

La libertà del ragazzo di lasciare, quando è il momento, la propria famiglia. Tutti a un certo punto devono partire, si separano dalle famiglie per divenire adulti. Poi c'è la libertà dei genitori, che devono capire quando è l'ora, per i loro figli, di andare incontro al loro futuro.

Ricky è anche una sfida:  l'immagine dell'angelo potrebbe declassare il film a un banale esercizio di cinema spirituale, magari venato di espressioni new-age, o ridurlo a una semplice metafora sociale o politica.

Non c'è alcun messaggio nel film:  ciascuno lo può interpretare come vuole. Chi, ad esempio, proviene da un'educazione religiosa vedrà Ricky come un angelo; chi, invece, è cresciuto con ideali marxisti si soffermerà sul potere liberatorio dell'immaginazione nella dura vita di due operai. In verità, ho pensato a Pasolini quando ho girato Ricky perché, secondo me, è stato uno dei pochi, nel cinema, a parlare del sacro calandolo nella concretezza del quotidiano.

Pasolini:  citazione inattesa. È un riferimento casuale, o per il volo di Ricky inseguito dalla folla si è davvero ispirato a quello di Totò (frate Ciccillo) in Uccellacci e uccellini?

Lo confesso, non sapevo di questa scena e non conosco questo film. Significa che sono pasoliniano senza volerlo!

Prendendo spunto dal titolo di un suo film, Le temps qui reste, che cosa ritiene come irrinunciabile nel suo "tempo che rimane"?

Il cinema, ovviamente.



(©L'Osservatore Romano 9 ottobre 2009)
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