Intervista all'arcivescovo di Bujumbura Evariste Ngoyagoye

Il Burundi
e la forza della gioventù


di Alessandro Trentin

"Il futuro dell'Africa passa attraverso l'educazione dei giovani ai valori:  e questa è la frontiera sulla quale dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze, altrimenti non ci saranno vie d'uscita". È realista l'arcivescovo di Bujumbura, Evariste Ngoyagoye, nel descrivere la situazione del suo Paese, il Burundi, e dell'intera Africa, dove conflitti etnici, corruzione, povertà, ma soprattutto la sfiducia delle nuove generazioni, rischiano di cancellare ogni speranza in un futuro di pace e di prosperità. Il presule, che in questi giorni partecipa ai lavori dell'assemblea sinodale, in un'intervista a "L'Osservatore Romano" punta il dito proprio sulla necessità di rafforzare gli sforzi per coinvolgere in misura maggiore le nuove generazioni sia all'interno della Chiesa che della società. Il Burundi è, infatti, uno dei Paesi africani con il più alto tasso di natalità e i giovani di età compresa tra i diciotto e i vent'anni rappresentano ben il 60 per cento dell'intera popolazione. Pertanto, sottolinea l'arcivescovo, "devono essere aiutati, perché l'alternativa è che finiscano nelle mani sbagliate di coloro che vogliono sfruttarli a fini politici o bellici". Il Sinodo, dunque, è per il presule l'occasione giusta per richiamare l'attenzione su questo aspetto cruciale per l'avvenire del continente, una terra caratterizzata da tragedie antiche ma anche da molteplici risorse.

Il Burundi si affaccia sulla Regione dei Grandi Laghi, resa insanguinata dagli scontri etnici. Qual è il contributo della Chiesa nel processo di riconciliazione ?

L'apporto principale è la visione che abbiamo dell'uomo, perché in questi scontri etnici "l'altra persona a differenza di me non conta per nulla". Allora il fatto di dare un valore alla dignità di ogni persona umana è il primo contributo che offriamo. L'altro contributo è che abbiamo in corso in ogni diocesi del Paese un sinodo locale per far sì che ciascuna comunità cammini accanto alle altre per trovare una via di uscita dalle violenze e favorire il processo di riconciliazione. Abbiamo iniziato tre anni fa e il processo di confronto continua. Si tratta di ascoltare le istanze della gente:  non siamo noi a imporre le soluzioni, ma chiediamo loro in quale modo si possa uscire dalla crisi. Ma soprattutto, tengo a precisare, stiamo cercando di coinvolgere le nuove generazioni che sono la speranza della nazione. Vogliamo favorire gli scambi anche con i coetanei degli altri Paesi, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo e, a tale proposito, a luglio, abbiamo organizzato delle Giornate della gioventù per far capire che in questo modo si può vivere assieme senza odiarsi.

Dal sinodo si sta levando forte la denuncia sullo sfruttamento dell'Africa a opera delle grandi multinazionali straniere. Cosa fare per ridare dignità al continente?

Queste denunce giungono specialmente da quei Paesi che dispongono di ingenti risorse, come per esempio la Repubblica Democratica del Congo; mentre in Burundi il problema esiste in misura minore. Tuttavia, anche noi osserviamo che le multinazionali approfittano della disorganizzazione a livello politico per sfruttare le nazioni e questo fa perdere veramente dignità al continente. Per questo, molti padri sinodali hanno voluto lanciare un appello affinché venga elaborato un regolamento sullo sfruttamento del territorio. Ovvero, consentire lo sfruttamento economico necessario, ma con delle regole ben precise e riconosciute, in quanto capita che gli accordi tra le multinazionali e i Governi vengano fatti tenendo all'oscuro la popolazione e non per il bene di questa. È utile anche che i Governi provvedano a rendersi autosufficienti, mantenendo così la dignità e non offrano loro stessi alle multinazionali occasioni per farsi sfruttare.

E poi c'è la questione degli ingenti aiuti in denaro che giungono in Africa, spesso finendo non alle popolazioni bisognose ma in altre mani. Qual è la sua opinione?

Come Chiesa non abbiamo altro che il nostro potere morale per intervenire su questo. Di quale altro potere, infatti, potremmo disporre, non essendo coinvolti nella gestione quotidiana del Paese? Noi vediamo comunque che questa nuova società civile che sta sorgendo e prendendo parola in Burundi denuncia spesso la corruzione politica. Nella misura in cui la Chiesa entra in contatto con questa società civile può anche dare un supplemento di forza morale a queste reazioni.

Un'altra realtà è la crescita rapida e tumultuosa di movimenti e sette religiosi. Cosa c'è dietro a questo fenomeno?

Il fenomeno, va precisato, non riguarda solo il Burundi ma l'intera Africa e anche altri continenti. Nello scorso febbraio abbiamo censito 203 confessioni religiose, quindi una cifra molto elevata. In particolare, ci sono molte Chiese del Nord America e anche l'islam è in crescita. Io non saprei dire, di preciso, cosa ci sia dietro al fenomeno, però vedo che molta gente si rivolge a queste sette perché si trova in condizioni di estrema povertà. Molti di questi movimenti, infatti, promettono la prosperità. Altri hanno ancora una maniera di presentarsi molto calorosa e usano metodi di evangelizzazione che danno molto spazio, fra l'altro, alla danza e alla musica, suscitando così la curiosità delle persone. È in atto una profonda crisi di valori nella società e per questo la gente va dietro a coloro che promettono una terapia, una guarigione dai mali interiori.

Il sinodo è chiamato a individuare il percorso di una nuova evangelizzazione. Quali le linee da seguire?

La Parola di Dio non è ancora ben conosciuta. Abbiamo gruppi impegnati nelle catechesi, ma la parola di Dio come tale non è abbastanza conosciuta e vissuta. La nuova evangelizzazione passerà attraverso le comunità ecclesiali di base perché al loro interno la gente si conosce meglio, può aiutarsi, può dare più testimonianza. Attualmente c'è una crescita di queste comunità e, anzi, la ritengo necessaria. C'è anche una liturgia più vivente, più forte, perché adesso abbiamo le chiese che sono piene di fedeli dalla mattina alla sera. C'è molta partecipazione e questo è legato a uno sforzo molto grande che la Chiesa ha fatto per rendere gioiosa la partecipazione alla liturgia, dando più spazio per esempio alla musica. Poi bisogna aiutare anche in questo caso i giovani. Abbiamo delle fraternità che si sono moltiplicate attorno ai nuovi movimenti:  in questo processo i giovani trovano così più responsabilità nella gestione della Chiesa. Diverse, infine, sono le comunità e le associazioni di volontariato per la pace nelle quali si svolge il loro impegno:  tra queste c'è la Sant'Egidio, la cui presenza in Burundi è stata da poco avviata.

I giovani, dunque, sono una grande risorsa per la Chiesa in Africa. Come valorizzarli?

I giovani tra i diciotto e i vent'anni rappresentano circa il 60 per cento della popolazione:  si tratta quindi di una forza molto grande. Tuttavia, hanno molti problemi, a partire dal sistema scolastico e dall'angoscia per l'avvenire, perché quando escono da scuola non sanno se riusciranno a trovare un lavoro. Inoltre, i giovani sono stati utilizzati negli anni della guerra, perché hanno forza e generosità e si danno volentieri per una causa ma, per questo, sono stati sfruttati. Ora sono molto delusi e stanchi per il modo in cui sono stati utilizzati e vogliono fare qualcosa di meglio. Sono pronti a vivere insieme per ricostruire la società e hanno bisogno di essere aiutati per avere dei valori etici e sociali più solidi e duraturi. Dobbiamo dare loro una speranza, sostenendoli in particolare nella preparazione al matrimonio e nelle loro famiglie. Altrimenti, il rischio è che cadano nelle mani sbagliate. Il Burundi si dovrà preparare alla prossime elezioni politiche e chiediamo ai giovani di essere critici verso tutti coloro che si impegnano in false promesse.



(©L'Osservatore Romano 15 ottobre 2009)
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