Colloquio con l'arcivescovo di Bamenda

L'educazione alla legalità
in Camerun


di Francesco Ricupero

"La visita del Papa in Camerun è stata per noi molto significativa e ci ha trasmesso una forza interiore per continuare a fare meglio e a far crescere la nostra comunità cristiana. La presenza di Benedetto XVI nel nostro Paese difficilmente si potrà dimenticare. Perfino il nostro presidente della Repubblica ha riconosciuto apertamente che il Santo Padre è la voce morale più alta che esista. Dunque riconosce, a sua volta, l'insegnamento della Chiesa cattolica". È quanto afferma, in un colloquio con "L'Osservatore Romano", l'arcivescovo di Bamenda, monsignor Cornelius Fontem Esua, in occasione del secondo Sinodo speciale dei vescovi per l'Africa. "In Camerun c'è un grande desiderio e fame della parola di Dio e ne è dimostrazione il grande numero di cristiani che chiedono la Bibbia o di essere battezzati. Sacerdoti, religiosi e religiose - sottolinea l'arcivescovo - sono impegnati nel diffondere, nel pregare la Bibbia con gruppi di fedeli e nel guidare questi gruppi a comprendere nel giusto modo la Parola di Dio, ma si chiede loro un maggior impegno e sforzo. La Parola di Dio è il centro della vita cristiana e perciò deve essere anche il centro nella preparazione dei catecumeni al Battesimo".
Monsignor Esua sottolinea lo sforzo compiuto dalla Chiesa in Camerun contro ogni forma di corruzione e gli ottimi risultati raggiunti dalla commissione giustizia e pace.
"Nelle ultime elezioni abbiamo nominato degli osservatori di fede cristiana che hanno avuto il compito di monitorare lo svolgimento dello spoglio e hanno fatto critiche all'operato del Governo che nessuno aveva avuto il coraggio di segnalare. Stiamo cercando di incoraggiare il cosiddetto "buon governo" perché in Camerun c'è molta corruzione soprattutto in ambito politico. Nel Paese - prosegue l'arcivescovo - c'è un'atmosfera che non promuove la buona gestione delle cose. La Chiesa cerca tutti i giorni di far sapere non solo ai cristiani, ma a tutta la popolazione che la nostra società ha sete di giustizia. Nel 2000 - ricorda monsignor Esua - abbiamo pubblicato una lettera pastorale sulla corruzione analizzando i diversi modi di corrompere:  dalla bustarella per ottenere un lavoro ai regali costosi per avere accesso all'educazione. In questo modo i giovani, soprattutto quelli che vivono nei villaggi, non possono permettersi un'istruzione adeguata e non possono accedere a una buona scuola di formazione. In Camerun - prosegue l'arcivescovo di Bamenda - tutti pensano che non si può ottenere nulla senza pagare. Il senso del bene comune non prevale perché tutti si chiedono:  "Cosa ci guadagno io a fare questa cosa? Non c'è un servizio pubblico gratuito e queste persone sono pagate per garantire i servizi alla popolazione, soprattutto ai poveri. Quando c'è povertà ci sono odii e scontri. In questo caso la commissione giustizia e pace ha fatto un gran lavoro di mediazione per risolvere conflitti fra gruppi bellicosi. Per questo possiamo definire il Camerun una vera e propria oasi".
Monsignor Esua spiega a "L'Osservatore Romano" le strategie della Chiesa in Camerun per impedire lo sfruttamento dei bambini da parte delle multinazionali.
"Molti bambini poveri che vivono nei villaggi tendono a trasferirsi in città, con il benestare delle loro famiglie, alla ricerca di un lavoro. A quel punto interveniamo noi. Andiamo nei villaggi più sperduti e spieghiamo ai capi famiglia che anche il villaggio può offrire molte opportunità di lavoro ed è anche possibile frequentare una scuola con il contributo e l'aiuto delle nostre strutture presenti sul territorio. La Chiesa in Camerun punta molto sull'istruzione dei ragazzi, perché sono loro i governanti di domani. Riteniamo fondamentale l'educazione. Solo nella mia diocesi ci sono centotrentacinque scuole cattoliche con più di trentamila studenti delle elementari e medie. Poi - prosegue - abbiamo undici tra licei e istituti tecnici con più di settemila studenti. Solo la scuola può aiutare i giovani a trovare un lavoro dignitoso".
Infine, monsignor Esua si sofferma sulla necessità di un cambio generazionale nelle istituzioni.
"In campo politico non c'è un ricambio, a governare sono sempre gli stessi, gli amici degli amici, o i parenti. E qui, la Chiesa interviene:  parla e ammonisce certi comportamenti. I politici pensano che ce l'abbiamo con loro, invece non è così, noi alziamo la voce per sensibilizzare i politici a cambiare direzione nella gestione della cosa pubblica. Vogliamo essere una voce profetica e l'incoraggiamento del Papa ci aiuta ad andare avanti".



(©L'Osservatore Romano 22 ottobre 2009)
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