Quando il potere e il denaro
«purificano» la terra dai pidocchi


di Luca Pellegrini

Dalle valli del Piemonte alle colline dell'Emilia:  là si parla occitano, qui il bolognese stretto. L'opera prima di Giorgio Diritti, Il vento fa il suo giro, ambientato nel paesino alpino di Chersogno, è stato un caso cinematografico:  silenzio assoluto nel 2005, quando il film è pronto per l'uscita. L'Italia lo ignora. Poi si comincia a parlarne come di un film bellissimo, ricco di umanità, la critica è unanime nell'applaudire, viene selezionato da più di sessanta festival, riceve premi, arriva finalmente nelle sale italiane con due anni di ritardo e grazie al passa parola ci rimane per mesi. Questa volta Giorgio Diritti, con la sua opera seconda, fa già molto discutere.
"Non mi sono rifugiato in un film tranquillo, ma ho alzato l'asticella molto in alto andando a toccare una pagina di storia importante e temi difficili. Sono convinto che per il cinema d'autore ha sempre senso mettersi in gioco, come ho fatto io".

Un film storico che sembra non esserlo.

Conta più l'umanità, della storia. Dietro i numeri dei morti ci sono dei volti, delle persone, delle anime. Gente come noi, con la guerra che si è infilata nelle loro case, ha mutato le relazioni nelle loro famiglie, fino ad annientarle tutte per "purificare" il territorio, con uomini, donne e bambini considerati alla stregua di "pidocchi", come dice un soldato tedesco. Conta anche il modo con il quale questa umanità è raccontata. Il film è come un viaggio nel tempo, ci si deve sentire coinvolti nella storia. Per questo si parla il dialetto emiliano e uso i sottotitoli. Il mio cinema non è fatto di gradi dialoghi, è fatto di sensazioni che si posano sugli sguardi, sui paesaggi, sugli odori che non si sentono, ma è come se ci fossero. Le parole hanno un'importanza relativa. È il volto degli uomini che conta.

In un dialogo fondamentale e raggelante, mentre fuori si massacra, un tedesco spiega che l'agire così deriva dall'educazione ricevuta. C'è, dunque, chi è stato educato a uccidere in forza di un'ideologia aberrante. C'è, invece, chi è educato a subire l'inferiorità, quasi fosse un abito della storia che non si riesce a dismettere. La linea di demarcazione tra i due gruppi nel film è abissale, anche se entrano in collisione. Siccome "le cose sono proprio come il vento", fa ancora paura questa divaricazione così netta e assurda dell'umanità?

Il film non è solo storia. Quando finisce, sono stato tentato di aggiungere un punto interrogativo al titolo:  L'uomo che verrà? Perché le cose rischiano sempre di tornare e l'uomo di ripetere gli orrori che l'hanno preceduto. Quando sento i discorsi di oggi sull'immigrazione, quando nelle cronache si parla dei morti civili come fossero un fatto accessorio e residuale rispetto ai soldati uccisi, provo quasi la sensazione di vivere ancora in una società classificata in due soli gruppi, l'uno che domina e l'altro che subisce. Purtroppo, l'aspetto economico e il consumismo hanno insufflato idee devastanti, perché l'uomo vincente oggi è quello che ha denaro, che ha potere. Questo inquina terribilmente il senso di uguaglianza, che per me è alla base della convivenza civile. Se ho fatto questo film è prima di tutto perché sento l'urgenza di dover fermare tutte le ideologie che non rispettano l'uomo.

Ancora una volta si dà voce agli innocenti. Era già successo con una strage raccontata nei Vangeli.

Il parallelo mi ha accompagnato lungo tutta la produzione del film. Vede, il vento fa sempre il suo giro. Nella prima stesura della sceneggiatura c'era un riferimento preciso a questa strage al posto della recita dei cosiddetti "sermoni di Natale" da parte dei bambini, un'usanza molto emiliana. Ma anche se questa immagine è stata sostituita, la sensazione del ripetersi della storia è presente in tutto il film. E diventa un allarme:  siamo bravi nell'evoluzione tecnologica, molto acerbi nella tutela della vita.

Guardare l'orrore con gli occhi di una bambina. Non è la prima volta che il cinema usa questo espediente, che fa leva sul sentimento universale di pietà. Questa volta, però, sembra racchiudere un'urgenza più profonda.

Da un lato c'è il desiderio di creare un parallelo, perché Martina nel film diventa la testimone per tutti i bambini che vengono massacrati attorno a lei. Dall'altro, il suo sguardo è lo specchio della nostra infanzia che ci dà energia, coraggio, curiosità, gioia. Quando, però, incontra le incoerenze dell'adulto, Martina cerca di capirne l'origine e il perché, senza trovarli. Dobbiamo ritornare bambini, trovare quello sguardo di ingenuità per denunciare queste incoerenze e mettere a fuoco il bene vero dell'uomo.

Nel film il rifugio è offerto dalla piccola chiesa, dal sacerdote che accoglie, dalla recita del Rosario, dallo stare insieme al cospetto della croce e dell'altare. È qualche cosa di vero, reale, non una superstizione, una fuga, un'illusione. È l'ultimo baluardo, l'ultima speranza per la gente di Monte Sole.

Per la gente di quel tempo e di quelle zone era così. La quotidianità era impregnata di fede popolare, il rapporto con Dio faceva parte della vita d'ogni giorno, il senso e l'affidamento a Dio erano una delle autentiche gioie della vita. Credo, però, che ci fosse anche un poco di rassegnazione, come spesso trovo oggi. Dovremmo essere meno rassegnati e più combattivi, assumendo la responsabilità matura di dover portare al mondo non solo la Buona Novella, ma anche i buoni fatti.



(©L'Osservatore Romano 23 ottobre 2009)
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