Intervista a Margarethe von Trotta regista del film sulle visioni di Hildegarde von Bingen presentato a Roma

Donna, ecologista e contro il potere (ed era il XII secolo)


di Luca Pellegrini

Tutti i film di Margarethe von Trotta parlano di donne. Ciascuna agisce ben radicata nel proprio tempo storico, dimostrando forte volontà e intrepida coerenza morale. Molte sono vissute nei momenti più difficili del secolo scorso:  prima della rivoluzione russa, nella Germania del nazismo e in quella del comunismo, negli anni delle utopie e del terrorismo. Ogni volta la regista tedesca si è domandata per loro, con loro:  "Che cosa puoi fare realmente vivendo nel tempo che non ti sei scelta? Che cosa scegli tra bene e male? Qual è l'eredità che vuoi lasciare?". Poi, quel tempo vicino le è divenuto stretto e lo ha percorso a ritroso fermandosi, in questo suo viaggio, al 1106, quando Hildegarde, la futura "profetessa della Germania", il "gioiello di Bingen", la "luce del suo tempo e del suo popolo" - come la descrive nel 1979 Giovanni Paolo II nella lettera al cardinale Hermann Volk, vescovo di Magonza, in occasione dell'800° anniversario della morte di santa Ildegarda - entra a otto anni nel monastero benedettino di Disibodenberg nell'Assia-Palatinato e dove prende i voti tra il 1112 e il 1115 dalle mani del vescovo Ottone di Bamberga.
"Questa donna - ci dice la regista di Vision, in concorso al Festival internazionale del film di Roma - mi ricorda Andrej Rubliov:  è moderna nella ricerca della sua identità, ma non si considera libera di sprecare i talenti che le sono stati affidati. Se Dio ti dà un talento, hai l'obbligo di conoscerlo e di realizzarlo nel luogo e nel modo che Lui ti indica. Lei ha seguito la sua strada, quella del convento, dove ha realizzato tutti i suoi doni. Non che sia facile moltiplicare i talenti ricevuti. Heidegger ha detto:  "Lottare e anche ringraziare". Lei deve lottare per trovare la sua identità nel mondo di allora, come donna, come credente e come suora. Lotta, trova e ringrazia Dio".

Un insegnamento per le donne del nostro tempo?

Percorrere la strada per trovare la pienezza della propria identità e, insieme, appagare i propri desideri, ossia raggiungere la propria realizzazione personale. Le visioni sono la congiuntura tra questi due aspetti, la cerniera tra il divino e l'umano. Venivano da Dio, ma in esse Hildegarde vede anche ciò che lei stessa desidera per potersi realizzare pienamente. Così avviene quando decide di fondare il monastero di Rupertsberg, vicino a Bingen, e poi quello di Enbingen, l'uno sulla sponda destra e l'altro su quella sinistra del Reno. Navigando il fiume arrivavano dal sud dell'Europa pellegrini, commercianti, uomini di lettere e di cultura. Per lei non rappresentava soltanto la fonte di sostentamento materiale per le comunità religiose, ma la possibilità di entrare in contatto con la cultura e la scienza, senza le quali non poteva vivere.

La modernità di Hildegarde è dimostrata proprio dalla sua curiosità intellettuale e dal suo rapporto con il potere, all'epoca una prerogativa esclusivamente maschile.

Ci sono tre aspetti che ho trovato interessantissimi nella vita di questa santa. Il suo approccio olistico alla medicina:  la sua preparazione era profondissima, ma prima di tutto prescriveva di curare l'anima e soltanto in un secondo momento il corpo. La sua sensibilità ecologica e il rispetto per la natura, i cui elementi, che lei studia fin da piccola e con grande passione, sono principi da tutelare, non da aggredire. Infine, il potere:  Hildegarde lo rispetta, lo affronta, lo mette in guardia dal male.

Jutta von Sponheim, che nel convento riceve il compito di educare Hildegarde alla virtù e all'obbedienza, insegna alla futura badessa che l'invidia è il peccato peggiore e quello nel quale diventiamo più vulnerabili.

L'invidia per loro è strettamente collegata all'avidità e insieme sono uno dei mali peggiori. Quando Hildegarde incontra Barbarossa, gli profetizza la corona imperiale, ma lo mette anche in guardia dall'avidità generata dal potere che offusca la giustizia. Hildegarde potrebbe parlare con le stesse parole anche ai potenti di oggi.

Nel film le visioni di Hildegarde sono solo suggerite dalla luce accecante e dall'intensità dello sguardo di Barbara Sukowa, l'attrice protagonista.

È una scelta di stile. Non era possibile tradurre in un linguaggio visivo accettabile le visioni di Hildegarde. Meglio  lasciare  allo spettatore la libertà  di  intuirle  attraverso  le  paro- le con le quali Hildegarde le descrive:  la loro forza evocativa è altrettanto forte.

Oggi  le  visioni  di una santa mistica del XII secolo potrebbero essere interpretate come una debolezza psicologica o un male fisico.

Io non posso immaginare come e perché Dio permetta a una persona di vedere oltre la realtà contingente, oltre il tempo e lo spazio. Ho cercato, però, di rendere comprensibili e accettabili le visioni anche al pubblico di oggi. So che Dio ha creato tutto:  la natura e l'uomo. Se dentro di noi si materializzano delle immagini e queste sono per il bene nostro e del prossimo, allora non possono che venire da Lui.

Lei descrive Hildegarde come una rivoluzionaria del medioevo.

È una donna che non dice:  "Io voglio", ma dice:  "Dio vuole attraverso di me". Questa è la vera rivoluzione.



(©L'Osservatore Romano 24 ottobre 2009)
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