Intervista con Maria Regina Canale, missionaria cabriniana nel sud dell'Etiopia

E in dieci anni
il deserto di Dubbo è fiorito


di Giulia Galeotti

Dieci anni sono bastati a uno sparuto gruppo di suore cabriniane per trasformare un pezzetto di deserto, nel sud dell'Etiopia, in una missione bella, accogliente e ricca di iniziative:  asilo, scuola, orfanotrofio, ospedale, pozzo, chiesa, noviziato, casa per i volontari. Tra le artefici, madre Maria Regina, un'intellettuale sulla quale pochi avrebbero scommesso. Dottore di ricerca in spiritualità alla Gregoriana, studiosa degli scritti della fondatrice, responsabile della formazione dei laici, quando si seppe che sarebbe partita per l'Africa, molte rumoreggiarono. "Chi l'ha detto che i poveri devono avere gente ignorante?" fu la risposta di madre Lina Colombini, allora superiora generale.

La missione è stata aperta a Dubbo nel 1999:  perché lì e in quell'anno?

In previsione dell'anno santo, Giovanni Paolo II scrisse che anche noi cristiani del duemila dovevamo "fare qualcosa" secondo quella che, in origine, era la prassi del giubileo. Madre Lina volle quindi cercare un posto dove ci fosse veramente bisogno di riparazione. La riparazione per noi è un nodo cruciale:  madre Cabrini la intendeva anche nella missione. Così la missione di Dubbo è sorta proprio per riparare. Il senso, per noi, è quello di aiutare a riparare la sofferenza dell'umanità, dare una mano, insieme a Gesù, a chi ne ha bisogno:  la congregazione ha aperto la missione come segno di solidarietà con i Paesi più poveri, come l'Etiopia. Dove si muore per malattia, fame, aids.

Dove si trova precisamente la missione?

A 450 chilometri da Addis Abeba, nel profondo sud dell'Etiopia, nel Wolajta. È la regione degli ex schiavi:  ci vivono, quindi, i più disprezzati, i più dimenticati, anche oggi. Pensi che, secondo la nuova struttura di divisione politica del Paese, gli abitanti non vengono chiamati con il nome della regione, ma "i popoli del Sud":  emarginati tra gli emarginati. Ogni volta che vado ad Addis Abeba, ci ferma la polizia. Un giorno dissi all'autista:  "La prego, cerchi di guidare meglio, altrimenti qui ogni volta ci fermano!". Mi rispose:  "Non è un problema di come guido, suora:  ci fermano perché vedono la targa del sud".

Una missione nel deserto:  se non sbaglio, tutto è iniziato con un pozzo.

Sì, la missione è iniziata con il pozzo. Abbiamo cominciato a costruirlo (grazie anche a generosi italiani):  5 rubinetti, 144 metri di profondità e quando altri se ne sono appropriati, con pazienza, da brave cabriniane, ne abbiamo fatto un altro. Di fronte, ho fatto costruire una veranda dove le persone possono sedersi e ripararsi dal sole cocente o dalla pioggia perché a volte debbono aspettare anche ore. Finita la costruzione, si è posto il problema di come dare l'acqua con dignità. All'inaugurazione del pozzo, dissi a madre Lina che avremmo dovuto far pagare 10 centesimi a chi fosse venuto. Mi rispose:  "No, l'acqua è un dono di Dio, la devi dare gratis". "Va bene, madre, la diamo gratis:  rispetto la sua volontà, anche se non sono d'accordo". Non ero d'accordo perché avevo già capito la situazione. Ricevendo l'acqua gratuitamente, infatti, finivano per non avere alcun rispetto. Successe di tutto, fu un disastro - per esempio, la prendevano per poi rivenderla. Alla fine chiamai madre Lina, che mi disse:  "Fai quello che ritieni meglio fare". Adesso per prendere l'acqua pagano 10 centesimi di bir, una somma irrisoria. È solo simbolica, ma, giacché la pagano, si mettono in fila, rispettano gli altri, apprezzano. C'è anche una guardia. Non bisogna essere ipocriti:  i poveri sono anche difficili. Hanno il peccato originale esattamente come noi! Comunque al di là di tutte le difficoltà - è difficile mantenere un pozzo! - è una gioia enorme.

Avete investito molto nelle adozioni a distanza. Anche qui, però, nessuna elemosina.

Ogni mese dall'Italia arrivano aiuti per questi bambini - sono 250 euro all'anno. In modo però che non fosse un'elemosina per gli etiopi, abbiamo ideato questo sistema:  ogni settimana un membro qualsiasi della famiglia deve venire a lavorare alla missione per una mattinata. Così, quando a fine mese si dà l'adozione, non si sta dando elemosina, ma salario. E con tutta questa gente che viene a lavorare, non solo la missione è diventata bella, pulita e ordinata, ma è sentita come la loro missione.

Il Papa nell'ultima enciclica nota come la società di oggi "ci rende vicini, ma non ci rende fratelli". Voi ci riuscite, ma non deve essere stato facile.

È vero. Per esempio, quest'anno abbiamo comprato quattro mucche da latte, fatto una stalla e recintato tutto, con due guardie a presidio. Ebbene, la prima notte hanno rubato tutto il filo spinato:  abbiamo chiamato la polizia e le guardie sono state arrestate. Ma non mi sono lasciata scoraggiare. Sono andata dal governatore e ho chiesto l'autorizzazione per convocare una riunione con tutti i locali coinvolti nell'adozione, circa un migliaio di persone. Sono stata molto chiara:  "Questa è la vostra missione e le mucche servono per dare il latte ai vostri bambini, quindi se non ci aiutate a proteggerla, è finita per voi. Questo mese non riceverete l'adozione:  con questi soldi ricompreremo il filo che avete rubato". E ha funzionato.

La catechesi è ancora una parte importante del suo lavoro?

Per me, è la gioia più grande. Spesso la faccio con le pitture, parlando in inglese con un traduttore - nonostante sia la seconda lingua ufficiale, nella regione l'inglese è parlato solo dal due per cento della popolazione. Hanno pitture davvero belle, su pelli di capra o di mucca con scene bibliche. Gli etiopi sono molto legati all'Antico Testamento:  dico sempre ai catechisti che per loro Gesù non è ancora risorto! Hanno un grande senso dell'umorismo e della drammatizzazione, e rappresentiamo continuamente le parabole:  in dieci minuti fanno recite bellissime. Alla chiusura di ogni corso, c'è la celebrazione del caffè - tipica dell'Etiopia, con fiori per terra al posto del tappeto - durante la quale non manca mai la messa in scena di un passo del vangelo.

Una parte cruciale del vostro lavoro è con le donne.

Abbiamo cominciato subito a lavorare con loro. C'era l'80 per cento di analfabetismo femminile! Quando abbiamo iniziato con le adozioni a distanza, avevamo 50 bambini adottati, di cui 48 maschi. Il mio aiutante mi disse:  "Suora, non si stupisca, qui la preferenza è sempre per i maschi". Anche per la scuola:  hanno 7-10 figli e se un padre decide di mandarne due a scuola - l'istruzione non è obbligatoria, anche se c'è la scuola governativa - ovviamente sceglie tra i maschi. Ma abbiamo trovato la soluzione, dicendo a chi viene per l'adozione:  "Sì, signora, abbiamo un posto per lei, però è un progetto per lo sviluppo della donna:  se ha una bambina, gliela posso mettere in lista, se no non posso". "Sì, vado a prenderla". E così fanno studiare le bambine! Uno degli aspetti obbligatori dell'adozione è la scuola:  se i bimbi non vanno a scuola, non diamo l'adozione. Così abbiamo favorito lo sviluppo della donna! E non facciamo discriminazione al contrario:  maschi e femmine sono in parti uguali.

Dunque lo sviluppo della donna parte con le bambine.

Sì, e abbiamo un altro bellissimo progetto, quello delle "franceschine". Alla missione viene un gruppo di queste bambine. Al pozzo facciamo loro la doccia - non sapevano nemmeno cosa fosse - le cambiamo, facciamo catechismo e scuola - insegnando anche elementari norme igieniche, fondamentali per arginare tifo e malaria. Alla fine diamo sempre qualcosa da mangiare. Questo progetto lo abbiamo chiamato delle "franceschine" per ricordare la Cecchina, cioè santa Francesca Cabrini quando era piccola. Ora sono cinque gruppi:  quasi 200 bambine. Ma abbiamo anche le scuole materna, primaria e secondaria, nonché corsi per adulti. Per noi l'alfabetizzazione è centrale.

Le adozioni a distanza sono incentrate su cibo, scuola, salute, e avete anche un ospedale.

Sì, la struttura, un po' aiutata anche dal nostro ospedale di Roma, nacque come ambulatorio per mamme e bambini. Alla fine del primo anno intervenne il governo locale - che annualmente dà il permesso per la struttura. Vennero, videro che tutto era bello, pulito, funzionante, al punto che condizionarono il permesso all'apertura a tutti:  così è diventato il Piccolo Ospedale Saint Mary, aperto a uomini e donne. Ricordo che una mia consorella era disperata:  "Maria Regina, l'ospedale è pieno di uomini. Lo abbiamo aperto per le donne, e questi disgraziati vengono solo loro". Chiamammo il responsabile, facendo presente che il nostro progetto era stato completamente travisato. La risposta fu di mettere la retta alta per gli uomini e bassa per le donne. Un consiglio ottimo! Tutelare le donne è una scelta obbligata:  la loro salute è continuamente minacciata. Per esempio, arrivano al parto in condizioni critiche:  la cultura locale vuole che il primo figlio nasca nella casa della suocera, ma per loro il primo figlio è anche il più difficile perché sono circoncise. A volte le portano troppo tardi.

Avete anche un orfanotrofio.

Aprirlo non rientrava nel nostro progetto iniziale. Ma poi è venuto da sé:  sono molti i bimbi abbandonati che troviamo o che ci portano. Facciamo la prima accoglienza. Quando abbiamo la documentazione pronta, subentra la seconda parte dell'adozione, quella giuridica, che può durare fino a un anno. Dopo qualche tempo, i bambini partono per Addis Abeba, perché il governo ha il controllo delle adozioni. Spesso per i bimbi - e per noi - è un'enorme sofferenza:  prima l'abbandono dei genitori, poi il nostro.

Ha accennato anche alla casa dei volontari.

Sì, vengono da tutto il mondo e ci aiutano moltissimo. Stanno con noi tre o quattro settimane, lavorando a progetti ben definiti. Ovviamente, con qualche problema, perché non è facile piombare così nel cuore del deserto. Magari la sera vogliono uscire, ma alle 18.30 la missione chiude ed è sorvegliata da guardie armate. C'è anche il pericolo delle iene:  adesso con la muraglia che abbiamo costruito, le sentiamo solo gridare intorno, ma quando arrivammo dieci anni fa venivano fino alla porta. Del resto, noi non stiamo solo nella missione:  andiamo nei villaggi a trovare le famiglie, i malati, portiamo la comunione agli anziani. Dobbiamo anche tenere sotto controllo i bambini adottati. I volontari sono preziosi!

Asilo, scuola, ospedale, orfanotrofio, ma a Dubbo avete persino il noviziato.

È una benedizione. Non ha idea di quanto sia bella adesso la vita comunitaria grazie alle giovani che sono entrate. In Etiopia non sono pagani - come in Swaziland, dove abbiamo un'altra missione:  c'è una base cristiana della popolazione. Alcune ragazze ci hanno detto che volevano farsi suore, ma abbiamo aspettato quasi otto anni prima di aprire il noviziato. Oggi abbiamo le prime sei suore missionarie del luogo, giovani e belle. Secondo la tradizione, discendono da Salomone e dalla regina di Saba, in un mondo più rivolto verso l'Oriente, che verso l'Africa. Non si ritengono africani, ma etiopi:  quando, dieci anni fa, chiamai il provinciale dei cappuccini mi risposero che era "in Africa" perché si era recato in Tanzania. È importante ricordare che queste sei ragazze, ora suore, prima del noviziato le abbiamo fatte studiare. Siccome il loro mondo è davvero povero, non vogliamo che siano spinte a scegliere la vita religiosa per sistemarsi. Così a tutte abbiamo prima messo in mano un lavoro. Una è diventata infermiera, una sarta, due maestre di scuola materna, una contabile, e una, Anna, oggi sta finendo farmacia. Pensi che la suora diventata contabile - ora dell'ospedale - quando arrivò alla missione aveva un curriculum scolastico talmente basso che chiesi al prete che me l'aveva mandata cosa potevo farle fare con quei voti. È diventata la prima della classe, e all'esame finale di contabilità era più brava dei commissari venuti da Addis Abeba per esaminarla. La scelta di avere dato a tutte prima un titolo di studio è stata criticata, e c'è chi dice che vengono per studiare e poi se ne vanno! Ma non c'è problema, perché abbiamo comunque preparato una donna per la società, la famiglia e la vita cristiana. Se restano, è perché vogliono davvero restare.

Tutto questo in soli dieci anni! Come fate sul versante economico?

Ci sono i benefattori. Quando si bada ai poveri, il Signore manda la Provvidenza:  non abbiamo mai avuto problemi economici. Tra i benefattori, un medico della Columbus di Milano, per ricordare la figlia quindicenne morta in un incidente stradale, ha costruito l'asilo. E ogni anno mi manda i soldi per nutrire 250 bambini. Un'altra benefattrice di Milano ci ha costruito il noviziato, un'altra ancora la casa delle ragazze. Abbiamo sempre avuto chi ci ha sostenuto e aiutato!

E le difficoltà con la cultura locale?

Le faccio due esempi. Tra i miei compiti, preparo i catechisti. In Etiopia sono tutti uomini sposati:  i primi tempi ero depressa. Una volta il vescovo mi invitò a tenere una tre giorni ai catechisti. Mi trovai davanti 90 uomini, solo uomini e lo dissi al vescovo. "Ma come, suor Maria Regina", mi fece lui, "è stato un grandissimo successo:  i catechisti sono così contenti!". "Già, loro sono contenti, ma io no. Neanche una donna". Al termine del ritiro lo dissi anche a loro:  sono contenta di aver fatto il corso, ma mi sarebbe piaciuto vedere anche qualche volto femminile. La risposta fu unanime:  per venire, c'era chi aveva camminato tre ore, chi quattro, chi un giorno intero, chi aveva dormito all'aperto:  "Le nostre donne sono sempre incinte, hanno i bambini, come fanno?". Un altro esempio è quello del gravissimo problema della circoncisione femminile, l'infibulazione che in certe tribù e in certe zone è molto diffusa. Come lottare contro questa aberrazione? Da dove cominciare? Si potrebbero istruire le mamme. Ma anche gli uomini, perché nessun maschio etiope sposerebbe una ragazza non circoncisa e così, la prima cosa che una madre fa è fare circoncidere la figlia. È un lavoro lento, lentissimo. Culturalmente cruciale, ma difficile.

Il panorama è davvero complesso:  da un lato lei dice che "se non ci fossero i missionari in Africa sarebbe la fine del mondo", dall'altro i rapporti con le autorità locali sono spesso delicati.

Sì, dobbiamo stare attente:  siamo sempre guardate come stranieri, come tutti i missionari. Da noi si aspettano soprattutto aiuti materiali e istruzione, ma senza interferire nelle loro cose. Ci tengono sempre a bada. Ogni anno dobbiamo rinnovare il permesso di stare qui in missione. E dobbiamo pagarlo molto. Del resto, non è nemmeno facile entrare:  vogliono solo persone altamente qualificate. Un'infermiera o una maestra normali non le vogliono:  ti dicono che anche loro le hanno. Vogliono solo diplomate specializzate. Io ho due lauree e lo stesso mi hanno fatto molte difficoltà perché il mio dottorato alla Gregoriana era in latino - l'ho dovuto fare tradurre in inglese da uno specialista. Sono veramente esigenti.

Com'è accolto il messaggio religioso nella zona in cui vivete?

In Etiopia la Chiesa cattolica è minoritaria - l'uno per cento - ma molto vivace. Ad Addis Abeba e nel Wolajta c'è una buona presenza di cattolici. Per esempio nella nostra missione, i cattolici sono forse il quindici per cento della popolazione. Sicuramente il Wolajta accetta l'evangelizzazione. Forse perché è una zona veramente povera, dove vivono gli antichi schiavi:  la regione oppose molta resistenza all'invasione dal nord, e il risultato furono massacri e la riduzione in schiavitù del resto della popolazione. Si risente ancora di questa situazione. Pensi che le ragazze hanno un marchio in volto:  è il marchio degli schiavi. Quando una ragazza del Wolajta entrò nella nostra casa ad Addis Abeba, dove mandiamo le più grandi a studiare, non vedendo questa macchia sulle altre, iniziò a stare male tanto si sentiva diversa. Disse che le dava dolore, al punto che un dermatologo, un volontario italiano, gliela tolse. Anche all'interno della stessa Etiopia l'incontro con le altre culture crea problemi. Oltre che a Dubbo, abbiamo altri due asili, uno nella cittadina vicina e un altro in una zona poverissima dove c'è una popolazione che è l'ultima categoria della scala sociale. Qui abbiamo un asilo - con due maestre laiche che abbiamo fatto studiare noi - dove si trovano 80 di questi bambini poverissimi.

Avete mai avuto difficoltà perché non collaboravate con le campagne del Governo o delle organizzazioni internazionali?

Noi in Etiopia, no. Ovviamente all'ospedale non pratichiamo aborti, ma non abbiamo mai ricevuto pressioni. Anche perché nella cultura locale è la donna stessa che lo rifiuta. Se la donna non resta incinta, dopo un anno il marito l'abbandona. Hanno un grande rispetto per la vita:  i figli sono un dono di Dio. Più figli hanno, più la donna ha valore. Le campagne per la pianificazione familiare hanno pochissimo seguito. Magari le donne ritirano i contraccettivi, ma poi li buttano senza usarli.

In Etiopia, dopo esser passata per la Gregoriana:  e prima? Qual è la storia della sua vocazione?

Calabra sum, parafrasando san Girolamo - "Perdonami Signore, se sono dalmata". Io stessa sono figlia di emigranti. Mio padre era andato a lavorare al nord, lasciando a casa mia madre e noi otto figli. A un certo punto disse:  "Ho sei figlie e devo stare a Milano solo come un cane? Mi porto una figlia". E tra le femmine scelsero me, che ero la quarta. Giunsi a Milano a dieci anni, non avevo ancora finito le scuole, e nella nostra parrocchia, Santa Rita, vicino a piazzale Corvetto, ci dissero che delle suore avevano una scuola a Sant'Angelo:  erano le cabriniane. A me piaceva molto la vita delle suore, mi piaceva ascoltare i loro racconti sulle missioni. Ricordo che in particolare si soffermavano su due cose:  la solitudine e la stanchezza dei missionari. Suor Leucrazia e suor Annunziata ci facevano pregare per i missionari stanchi che non ce la facevano più ad andare avanti, per i missionari soli. Io pregavo tanto per loro. I primi tempi in Etiopia ho veramente sofferto la solitudine - un po' era anche solitudine culturale, perché la gente viene solo per chiedere aiuto - ma mi dicevo:  "Maria Regina, quanto hai desiderato tutto questo!".

La sua famiglia come prese la decisione di entrare in convento?

Uscita dal collegio e prima di farmi suora, andai in Calabria a salutarli. Erano tanti anni che non li vedevo - a quel tempo non si viaggiava! - e quasi non conoscevo più i miei fratelli e le mie sorelle. Trovai quel mondo cambiato. Dissi che volevo farmi suora. Mia mamma non la prese affatto bene all'inizio, ma mio padre fu netto:  "Le altre figlie hanno fatto quello che hanno voluto - quasi tutte si erano sposate - e anche lei farà quel che vuole". Ho un bellissimo ricordo di mio padre, ricordo che diceva sempre:  "Questa somiglia a me! Tutto da me ha preso!". La superiora mi aveva detto:  "So che la tua famiglia è povera, quindi non è obbligatorio che tu porti la dote, però se riesci a portarla, come le altre, è meglio". Quando lo dissi ai miei genitori, mio padre fu categorico:  "La porterai anche tu". Mia mamma fece fuoco e fiamme:  "Dove li prendi i soldi?". A distanza di anni ho saputo che se li era fatti prestare dal datore di lavoro e dal parroco. Ho sofferto molto quando morì mio padre. Andai al funerale in Calabria, dove usava che la gente alla veglia funebre portasse i pasticcini. Quando arrivammo, io e un'altra sorella rimanemmo colpite da tutta questa gente che mangiava. Mia sorella era davvero furiosa:  prese un vassoio e lo gettò via. Le chiesi perché. "A papà i dolci piacevano tantissimo, ma non li comprava mai perché non aveva i soldi. Adesso che è morto, questi si devono sbafare tutti i pasticcini?". Mio fratello maggiore recuperò il bigliettino del vassoio, per vedere chi l'aveva portato e restituire a suo tempo il dono. Anche lì ho imparato a mediare tra le culture!

Concludo con una domanda in perfetto spirito cabriniano:  progetti per il futuro?

Vogliamo aprire un'altra missione in Africa. Man mano che aumentano le novizie e le giovani suore locali, è bene che vengano smistate. Non dobbiamo fermarci, consapevoli che la nostra missione davvero ha avuto una sorte speciale. Siamo tra quelle che non solo hanno seminato, ma anche raccolto. E ancora la messe è abbondante! È davvero una grazia del Signore in un momento di grande aridità. Ho 67 anni:  50 di vita religiosa, di cui 10 in Africa. Sono la persona più felice del mondo".



(©L'Osservatore Romano 2-3 novembre 2009)
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