In un'intervista al cardinale Giovanni Battista Re alla vigilia della visita del Papa a Brescia

Il profondo legame
tra Montini e Ratzinger


di Mario Ponzi

L'8 novembre prossimo Benedetto XVI si recherà a Brescia e a Concesio per onorare Giovanni Battista Montini nella terra delle sue radici e inaugurare la nuova sede dell'Istituto Paolo VI, costruita accanto alla casa natale del compianto Pontefice. Sarà l'ennesima manifestazione di quell'intimo e profondo legame con Papa Montini che, - come ha detto il vescovo diocesano, monsignor Luciano Monari, annunciandone l'arrivo - lo porterà a vivere una giornata intensa di preghiera e di ricordi. In realtà Joseph Ratzinger, creato cardinale proprio da Paolo VI, ha sempre avuto per il Papa bresciano ammirazione e amore sincero. "Due Pontefici accomunati dalla loro altissima spiritualità" dice il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi, altro bresciano doc. "A unirli - sottolinea ancora - è soprattutto una profonda vita interiore e una comune donazione a Cristo e alla Chiesa".
In questa intervista al nostro giornale, nell'imminenza della visita, il cardinale Re traccia un approfondito parallelismo tra Papa Montini e Papa Ratzinger, mostrando la continuità tra i due pontificati.

"Sovrumano":  così Benedetto XVI ha definito il 3 agosto dello scorso anno, "il merito di Paolo VI nel presiedere l'assise conciliare, nel condurla felicemente a termine e nel governare la movimentata fase del post-Concilio". Dal canto suo Paolo VI definì Ratzinger "insigne maestro di teologia". Quando è nato questo feeling tra i due Pontefici?

Dopo il concilio Vaticano II. Infatti, anche se il professor Ratzinger fu presente al concilio come perito, non risulta che il Paolo VI lo abbia incontrato in quel periodo. I periti conciliari con i quali Montini ebbe diretti contatti furono soprattutto monsignor Carlo Colombo, il francescano Umberto Betti e i gesuiti William Bertrams e Sebastian Tromp.
Paolo VI cominciò soltanto dopo a seguire il lavoro teologico dell'allora professor Ratzinger. Nella biblioteca personale di Montini vi era, dal 1970, per esempio, il volume Introduzione al cristianesimo di Joseph Ratzinger. Ora tale volume è conservato proprio presso la biblioteca dell'Istituto Paolo VI di Brescia.
Il 25 marzo 1977, Paolo VI nominò il professor Ratzinger arcivescovo di Monaco e Frisinga e lo creò cardinale nel Concistoro del 27 giugno seguente, qualificandolo - nelle parole espresse in quell'occasione - come "insigne maestro di teologia". Questo a dimostrazione della sua profonda ammirazione.

Volendoci soffermare sul loro cammino pastorale, cosa hanno da condividere i due Pontefici?

Intanto l'inizio del loro ministero episcopale è stato quasi simile. Monsignor Montini, alla fine del 1954, si era trovato di colpo proiettato a guidare la più grande diocesi per numero di sacerdoti, di parrocchie e di istituzioni e ad affrontare i complessi problemi pastorali della città di Milano che, dal punto di vista economico e sociale, rappresentava, più che altre metropoli, la rapida crescita del nostro Paese dopo la ricostruzione post-bellica, ma in pari tempo era segnata, dal punto di vista religioso, dall'avanzare della secolarizzazione.
Altrettanto, monsignor Ratzinger, nel 1977, per volontà dello stesso Paolo VI, come detto, fu messo a capo della grande arcidiocesi di Monaco di Baviera, vedendosi così proiettato dal mondo accademico alla vita pastorale, in un contesto contrassegnato dalle notevoli sfide poste alla missione evangelizzatrice della Chiesa dai profondi mutamenti sociali allora in atto.

Come formazione i due Pontefici sembrano molto diversi l'uno dall'altro.

Effettivamente provengono da radici, da ambienti formativi, da tradizioni ed esperienze alquanto diverse. Sono due personalità molto differenti ma ambedue di eccezionale intelligenza e profonda spiritualità, impegnate nel confronto con la modernità. Il giovane prelato bresciano aveva esercitato a Roma il ministero sacerdotale negli ambienti universitari della Fuci, riuscendo in seguito a mantenere, nonostante il crescere delle responsabilità, una cerchia di amici appartenenti al mondo della cultura, con i quali condivideva un appassionato approfondimento della verità, in un costante sforzo di dialogo col mondo contemporaneo con un linguaggio aperto ai grandi interrogativi dell'umanità.
Così, il rapporto del professor Joseph Ratzinger con i suoi numerosi studenti universitari fu certamente ispirato dallo stesso amore per lo studio e dal medesimo desiderio di veder crescere nel cuore dei giovani allievi il germe della verità che rende liberi.
Sgorga da qui un tratto singolare comune a entrambi i Papi:  la loro cultura e la loro apertura al dialogo. Paolo VI apprezzò profondamente gli uomini di cultura e gli artisti e cercò di aprire il dialogo anche con quanti di essi erano lontani dalla fede cattolica. Egli ha amato intensamente il nostro mondo moderno, circa il quale nel testamento dirà:  "Non si creda di giovare al mondo assumendone i pensieri, i costumi e i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo". La sua prima enciclica sarà proprio dedicata in ampia parte al dialogo; un dialogo ispirato da una profonda ansia pastorale.
Così è anche Benedetto XVI. È un uomo di cultura superiore, aperto al dialogo col mondo, che ha vissuto per anni nelle aule universitarie. In una conferenza del 1982 il teologo Ratzinger disse:  "Ma cos'è effettivamente il dialogo? Il dialogo non si realizza semplicemente per il fatto che si parla:  le mere chiacchiere rappresentano lo svilimento e il fallimento del dialogo. Il dialogo nasce soltanto dove non c'è solo il parlare, ma anche l'ascoltare e dove nell'ascoltare si compie l'incontro, nell'incontro la relazione e nella relazione la comprensione quale approfondimento e trasformazione dell'esistenza".

In che cosa si può identificare la continuità tra i loro due pontificati?

Ambedue i Pontefici spiccano per la fedeltà al concilio Vaticano II e per l'impegno nel difendere il vero spirito del concilio. Nell'allocuzione alla Curia romana, in occasione del Natale 2005, Benedetto XVI, affrontando il tema della recezione del concilio e parlando dell'ermeneutica della continuità e della discontinuità, confermava di fatto l'interpretazione del concilio Vaticano II data a suo tempo da Paolo VI:  continuità nel rinnovamento.
Questa sollecitudine per la giusta interpretazione del concilio mostra il grande amore dei due Papi per la Chiesa, chiamata a custodire e trasmettere il depositum fidei e ad essere comunità unita dall'amore. Paolo VI, nella sua prima enciclica Ecclesiam suam, presentando il volto della Chiesa, nella parte riguardante il suo rinnovamento, si soffermò sulla carità, ponendo la domanda:  "Non è forse la carità la scoperta sempre più luminosa e più gaudiosa che la teologia da un lato, la pietà dall'altro, vanno facendo nella incessante meditazione dei tesori scritturali e sacramentali, di cui la Chiesa è l'erede, la custode, la maestra e la dispensatrice?". E concludeva chiedendosi:  "Non è forse questa l'ora della carità?".

Una domanda che è stata ripresa da Benedetto XVI nella sua prima enciclica, Deus caritas est.

Sì, a tale domanda ha dato risposta nella seconda parte dell'enciclica, presentando la Chiesa come "comunità d'amore" e indicando alla comunità ecclesiale che il suo compito è la carità. Inoltre, ambedue i Papi, convinti della preziosità della fede, sono particolarmente impegnati nel servire la verità della fede e nell'offrire questa verità a quanti la cercano.

Anche la fede è un terreno d'incontro naturale per i due Pontefici.

Certamente. Fu grande lo sforzo di Paolo VI per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa, in un momento in cui non mancavano prese di posizione a carattere dottrinale che sembravano scuotere le supreme certezze della fede. Basterà al riguardo ricordare tanti suoi discorsi, ma soprattutto il "Credo del Popolo di Dio".
Così oggi Benedetto XVI invita continuamente a ripensare che cosa vuol dire essere cristiani nel nostro tempo:  sia nella dimensione personale della fede e in quella ecclesiale dell'annuncio cristiano, sia nella dimensione etica, perché la fede plasma la qualità dei modi di agire. Proprio come diceva Paolo VI:  "L'uomo dei nostri giorni ascolta più volentieri i testimoni che i maestri e se ascolta i maestri è perché questi sono prima testimoni".
Poco più di un mese prima di morire, Papa Montini, tracciando un bilancio del suo pontificato nella basilica Vaticana il 29 giugno 1978, concludeva:  "Fidem servavi:  possiamo dire così con umile e ferma coscienza di non avere mai tradito il santo vero".
Anche del magistero di Papa Benedetto XVI è evidente proprio il grande impegno per la questione della verità della fede cristiana nell'attuale situazione storica e in rapporto alle forme di razionalità oggi prevalenti. Egli dedica grande attenzione al rapporto tra la fede e la ragione e chiede che gli spazi della ragione siano allargati. È infatti un sostenitore dell'armonia tra fede e ragione ed è convinto che la luce della ragione umana e quella della fede, quando camminano insieme, diventano sorgente di benedizione per la persona umana e per la società.

E per quanto riguarda il rapporto con le altre Chiese e confessioni cristiane?

Sia Papa Montini che Papa Ratzinger ritengono l'impegno per l'ecumenismo parte integrante del servizio petrino. Una svolta importante in questo ambito, com'è noto, si verificò alla chiusura del concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965, con l'eliminazione dalla memoria della Chiesa cattolica e di quella ortodossa delle scomuniche reciprocamente intercorse nel 1054. Fu un evento che diede inizio a una nuova stagione di rapporti fra le due Chiese, con sentimenti di vicendevole considerazione e di amicizia.
Rimane nella memoria di tutti l'incontro a Gerusalemme tra Paolo VI e il Patriarca di Costantinopoli Atenagora. Di particolare significato ecumenico, nel Pontificato di Benedetto XVI, sono le parole con cui, proprio all'inizio del suo pontificato, disse che l'impegno ecumenico era per lui fra le finalità prioritarie. Di fatto, il nuovo Papa ha cercato subito di intensificare i contatti e i rapporti con i capi delle Chiese ortodosse e delle varie comunità ecclesiali. Basti al riguardo ricordare la presenza a Roma, per l'apertura dell'Anno paolino, del Patriarca Bartolomeo e i pellegrinaggi del Papa in Turchia, del novembre 2006, e in Terra Santa, del maggio scorso.
Un'altra circostanza indicativa del dialogo particolarmente intenso con le Chiese ortodosse è la presenza, dal pontificato di Paolo VI in poi, di una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli ogni anno nella basilica vaticana in occasione della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo. Nel 2008 fu presente lo stesso Patriarca Bartolomeo.

È possibile individuare questo spirito di continuità nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, rileggendola alla luce della grande enciclica montiniana Populorum progressio?

Direi che esaminando questi due grandi documenti magisteriali lo spirito di continuità appare con luminosa evidenza. In tutta l'enciclica sociale di Benedetto XVI è presente la prospettiva indicata da Paolo VI nella Populorum progressio. L'intero primo capitolo della Caritas in veritate è una ripresa ed un rilancio degli spunti della Populorum progressio. Al riguardo, Benedetto XVI scrive al numero 8:  "A oltre quarant'anni dalla pubblicazione dell'enciclica (Populorum progressio), intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell'ora presente". Negli ultimi capitoli, la Caritas in veritate fa proprie tre prospettive dell'enciclica Populorum progressio.
La prima è l'idea che "il mondo soffre per la mancanza di pensiero". La Caritas in veritate svolge questa riflessione sottolineando il tema della verità dello sviluppo e rilevando l'esigenza di una interdisciplinarietà ordinata dei saperi e delle competenze a servizio del progresso umano.
La seconda è che "non vi è umanesimo vero se non aperto verso l'Assoluto". La Caritas in veritate è articolata nella prospettiva di un umanesimo veramente integrale, di ogni uomo e di tutto l'uomo, illuminato dalla luce che viene da Dio.
Infine, là dove Paolo VI faceva appello alla carità e alla verità ed esortava a operare col cuore e con l'intelligenza, la Caritas in veritate pone questo tema già nell'incipit e lo articola in vari passaggi, vedendo all'origine del sottosviluppo una mancanza di fraternità e di solidarietà.
Ambedue i Papi sono convinti che il primo contributo al bene di ogni uomo e di ogni donna e allo sviluppo integrale dei popoli sta nell'annuncio della verità di Cristo, che educa le coscienze e insegna l'autentica dignità delle persone, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell'uomo.

Pensando a un santo, chi, secondo lei, ha ispirato di più la vita dei due Pontefici?

Credo che, dovendone indicare uno che li accomuni e che sia stato per entrambi fonte di ispirazione, si possa pensare  a  san  Benedetto.  In Joseph Ratzinger ciò appare evidente anche nella scelta del nome preso da Pontefice e, soprattutto, nella sua assidua pratica dell'ora et labora, assunta a regola quotidiana di azione e costantemente proposta ai sacerdoti e ai fedeli come itinerario di formazione cristiana.
Per parte sua, Paolo VI ha sempre nutrito simpatia per i benedettini con i quali ha avuto numerosi rapporti fin dalla giovinezza. Negli anni dell'adolescenza il giovane Montini ha frequentato l'abbazia benedettina che allora esisteva presso Chiari. Il 24 ottobre 1964 Paolo VI fu a Montecassino per consacrare la chiesa ricostruita dell'abbazia e, in quell'occasione, proclamò san Benedetto patrono d'Europa, additandolo come uno dei principali artefici delle radici cristiane del vecchio continente alla cui spiritualità occorre attingere ancora oggi. Per certi aspetti, lo è ancor più sant'Agostino, profondamente studiato da ambedue.

Se dovesse indicare un elemento solo per esprimere la continuità di questi due grandi pontificati?

Direi l'amore per Cristo e per la sua Chiesa. Un amore che diventa anche coraggiosa chiarezza nel denunciarne difficoltà ed errori:  amore nella verità, Caritas in veritate. Fortissimo fu il grido di denuncia pronunciato da Paolo VI, il 29 giugno del 1972:  "Si credeva che dopo il concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio... Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio".
Quasi  eco  di  queste parole suonano le meditazioni scritte dal cardinale Ratzinger per la Via crucis al Colosseo del 2005, in quell'indimenticabile venerdì santo quando Giovanni Paolo II, stretto, quasi aggrappato al Crocifisso, in una struggente "icona" di sofferenza, ha ascoltato in silenzioso raccoglimento le parole di colui che sarebbe divenuto il suo successore sulla cattedra di Pietro poche settimane dopo. "Non dobbiamo pensare anche - è stato il suo vibrante invito nella meditazione della nona stazione - a quanto Cristo debba soffrire per la sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c'è in tante teorie, quante parole vuote!". E questo amore vibrante per la Chiesa richiama ancora alla mente le parole di Paolo VI, lasciateci nel suo "Pensiero alla morte".



(©L'Osservatore Romano 4 novembre 2009)
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