A colloquio con il cardinale Cordes sulla plenaria del Pontificio Consiglio "Cor Unum"

Percorsi formativi
per gli operatori della carità


di Mario Ponzi

È dedicata agli operatori della carità l'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio "Cor Unum", riunita a Roma dal 12 al 14 novembre. Una riflessione importante, vista la proliferazione di movimenti, associazioni, organizzazioni e agenzie che si dedicano alla raccolta di fondi per iniziative umanitarie. E non va neppure dimenticato che si tratta della gestione dei frutti di un vastissimo movimento mondiale di solidarietà, che devono effettivamente raggiungere la loro destinazione finale. Non a caso lo scorso anno, nel presentare il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima, il presidente di "Cor Unum", il cardinale Paul Josef Cordes, aveva posto la questione dei costi eccessivi di certe agenzie caritative, che, in alcuni casi, raggiungono circa il cinquanta per cento delle entrate. Diversa la situazione nelle organizzazioni cattoliche dove i costi - l'ultima statistica risale al 2006 - non superano importi che vanno dal nove per cento della Caritas Italiana al tre per cento delle fondazioni Giovanni Paolo II per il Sahel e Populorum Progressio. Anche in questa ottica, dunque, assume rilievo l'iniziativa del Pontificio Consiglio "Cor Unum" di dedicare la plenaria alla formazione degli operatori della solidarietà. Ne abbiamo parlato proprio con il cardinale Cordes.

"Percorsi formativi per gli operatori della carità":  perché la scelta di questo argomento?

Seguiamo un'indicazione di Benedetto XVI. Nella sua enciclica Deus caritas est egli richiama infatti l'importanza della "formazione del cuore". Fino a oggi al centro della riflessione sulla lotta alla miseria c'era solo la prospettiva degli scopi da perseguire nell'impegno caritativo. Ora vogliamo superare questa limitazione e concentrarci sulle qualità umane e spirituali di tutti coloro che operano nelle agenzie caritative cattoliche, siano essi professionisti o volontari. Vogliamo così rispondere concretamente al suggerimento del Papa e porre l'accento sui percorsi formativi di base da realizzare per la preparazione dei nostri operatori.

C'è stato bisogno dunque di un lavoro particolare per preparare questa plenaria.

In effetti si è trattato di un lavoro che ha richiesto diverse fasi di sviluppo. Abbiamo iniziato nella primavera scorsa inviando a tutti i nostri membri un questionario. Si chiedeva di descrivere esperienze e modelli utilizzati dai diversi organismi per formare i propri collaboratori. Abbiamo raccolto materiale consistente e anche piuttosto interessante. Lo abbiamo affidato all'analisi di un esperto, il professor Klaus Baumann dell'università di Friburgo, perché lo rielaborasse e ne offrisse una lettura complessiva. Baumann è titolare della cattedra di teologia della carità, istituita più di ottant'anni fa nella facoltà di teologia, per offrire la possibilità di seguire un corso di studio accademico sull'attività diaconale della Chiesa. Con il suo lavoro Baumann ha messo in evidenza alcuni spunti per un'ulteriore discussione. Lo faremo nel prosieguo dei lavori della nostra plenaria. Anzi, proprio partendo da questo dibattito, speriamo di essere in grado di offrire delle indicazioni pratiche per la formazione di professionisti e volontari degli organismi cattolici di carità.

Il numero delle organizzazioni caritative nel mondo è molto elevato:  solo negli Stati Uniti se ne contano oltre un milione e quattrocentomila. Formare tutti non sarà un'impresa facilissima.

È vero. L'impegno nel mondo della carità è molto vasto nella Chiesa:  si tratta di una testimonianza concreta che apre le porte di molti cuori. Anche la filantropia è molto diffusa ed è certamente una grande verità che il cristianesimo ha seminato nei solchi della cultura moderna. Proprio per questo è fondamentale che chi lavora in questo settore lo faccia con criteri non solo di umanità ma anche di professionalità e sia motivato dalla fede.

Per "Cor Unum" sarà comunque un bell'impegno. Come pensate di affrontarlo?

Abbiamo già cominciato a farlo. E la plenaria sarà un'ulteriore occasione per andare avanti. Per esempio, mi auguro che possa favorire la realizzazione del compito che l'enciclica Deus caritas est affida al nostro dicastero, ai fini dell'"orientamento" del "coordinamento" delle organizzazioni caritative della Chiesa. La prima iniziativa che abbiamo assunto è stata la promozione dei corsi degli esercizi spirituali riservati ai presidenti e ai responsabili delle Caritas nazionali e diocesane, e aperti anche agli altri organismi che operano nell'ambito della carità all'interno della Chiesa, ad esempio la Società di San Vincenzo de' Paoli. L'anno scorso si sono svolti nel mese di giugno a Guadalajara. Vi hanno partecipato circa 500 persone tra sacerdoti, religiosi e religiose, laici e laiche, tutti impegnati nel settore della carità nel continente americano. Data la risonanza positiva che ha avuto - e con l'incoraggiamento del Papa stesso - abbiamo ripetuto l'esperienza anche quest'anno. A settembre, a Taipei, abbiamo organizzato gli esercizi spirituali per gli operatori del continente asiatico.

Esperienze dunque da ripetere?

Probabilmente sì, anche per gli altri continenti. Del resto molti di quelli che hanno partecipato hanno voluto ripetere l'esperienza in ambito locale e hanno organizzato incontri simili nelle loro rispettive diocesi. Questo significa che c'è sete di spiritualità in questo campo. Siamo contenti di poter dare il nostro contributo nell'individuare e nel soddisfare questo bisogno. Molti hanno manifestato la loro soddisfazione inviandoci lettere di ringraziamento. Ne cito una per dare un'idea di quale sia stato lo spirito di questi incontri:  "Gli esercizi spirituali che ho vissuto a Taipei mi hanno dato un messaggio chiaro:  Cristo è alla base delle nostre attività caritative e delle nostre opere. Personalmente ho capito che, come direttore di un'opera sociale, ho dato poco spazio alla preghiera. Altre volte ho compromesso i valori del Vangelo. Gli esercizi spirituali mi hanno arricchito di una nuova consapevolezza:  devo restare in comunione con Cristo ogni momento della mia vita, mantenendo la mia identità di sacerdote e dando testimonianza agli altri quando rappresento il mio organismo". Per noi è stato un grande successo, oltreché una soddisfazione. Ora vorremmo che tutti imparassero che la carità evangelica non può essere disgiunta dal suo radicamento nella Parola e che essa deve essere sempre alimentata dalla preghiera. Parola di Dio e preghiera:  c'è un percorso migliore per la carità?



(©L'Osservatore Romano 13 novembre 2009)
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