A colloquio con il cardinale Mejía a proposito dei suoi appunti sul Vaticano II

Per ricordare un concilio
che non tramonta


di Marta Lago

Unisce la freschezza dell'articolo giornalistico al volo e alla rapidità della testimonianza diretta e dell'osservazione ponderata e dettagliata. Il volume Una presencia en el Concilio:  Crónicas y apuntes del Concilio Vaticano II (agape Libros, 2009, 588 pagine) celebra anche il 50º anniversario dell'annuncio di un evento imprescindibile nella vita della Chiesa. Rispondendo alla richiesta di numerose persone - ad esempio del vescovo Carlos Malfa -, il cardinale argentino Jorge María Mejía ha compiuto uno sforzo di revisione e di riepilogo, consapevole che le sue note possono contribuire a riscoprire - e spesso a conoscere - la genesi e i documenti di un concilio "che non tramonta". Il cardinale ne ha parlato in questa intervista rilasciata al nostro giornale.

Ha iniziato a seguire il concilio come giornalista, inviato dalla rivista "Criterio". Perché la preoccupava, come dice nelle sue cronache, l'eco mediatica di quella sfida informativa?

Nel primo periodo conciliare, dei quattro che vi furono, l'informazione ufficiale fu abbastanza carente. C'era una certa distanza fra quello che accadeva all'interno e la comunicazione all'esterno. Noi giornalisti dovevamo quindi rivolgerci direttamente ai partecipanti del concilio, con la logica prudenza. L'inefficace informazione ufficiale suscitò le proteste dei giornalisti, fra i quali il cardinale Tucci, l'allora direttore di "Civiltà Cattolica". L'informazione migliorò a partire dal secondo periodo conciliare.

In quel momento lei fu nominato esperto conciliare. Come armonizzò i due profili?

Come a qualsiasi altro cronista, non mi era consentito accedere all'aula conciliare, ma mi mantenevo molto ben informato grazie a don Cipriano Calderón - poi vescovo - che era fra i responsabili dell'informazione in lingua spagnola. La nomina pontificia come esperto conciliare mi giunse inaspettatamente. Da quel momento potevo seguire il concilio dal di dentro, per cui le mie cronache acquistarono un altro rilievo. Nel dicembre 1963 iniziai a scrivere le mie note attingendole direttamente dal latino. Le ho raccolte in questo libro.

Come ha vissuto questa responsabilità?

Il concilio mi interessava come cristiano e come sacerdote, ossia da un punto di vista pastorale. Mi rendevo conto che bisognava riuscire a trasmetterlo alla gente, e non era facile né come cronista né come esperto. Durante il suo svolgimento, con un gruppo di persone, mi sforzai di avvicinarlo, attraverso conferenze, alla gente, ai miei studenti della facoltà di teologia e ai miei colleghi. Nel concilio ero l'unico esperto argentino, e di latinoamericani ce n'erano veramente pochi. Era una grande responsabilità. Nei mass media mancavano criteri per comprendere il concilio, il cui linguaggio era molto tecnico, non solo per il latino, ma anche per i suoi contenuti. Inoltre incontrai a volte grandi difficoltà per la notevole resistenza che suscitava, in Argentina come in molti altri Paesi. Certamente il concilio suscitò grande interesse e apertura, ma anche resistenze. Occorreva saperlo comunicare.

Ha dovuto quindi fungere da ponte fra Roma e l'America Latina?

Proprio così. E insisto, non fu facile. Ad esempio, quando nel Celam fui segretario del dipartimento delle relazioni ecumeniche e interreligiose, la gente continuava a mostrare resistenza a tale dialogo. Ricordiamo che persino all'interno stesso del concilio ci fu una certa resistenza a questo e ad altri temi. Perciò ho voluto trascrivere - e credo che non lo si è fatto spesso - le votazioni finali dei documenti conciliari alla presenza del Papa. Mi ha colpito molto il fatto che uno dei documenti che ottenne più voti negativi fu la costituzione Gaudium et spes. Ciò dimostra che ci fu una resistenza interna. Lo stesso avvenne con la dichiarazione sulla libertà religiosa, la Dignitatis humanae, molto dibattuta. I conflitti interni al concilio ebbero le conseguenze che conosciamo, poiché c'erano persone che non riuscivano ad accettare nel profondo ciò che non coincideva con le loro idee.

In un ambito così vigoroso, come ricorda i Pontefici?

Giovanni XXIII iniziò il concilio e lo presiedette molto bene, prendendo decisioni di grande rilevanza nel primo periodo. Paolo VI lo presiedette per tre anni, e in quella fase si percepivano pressioni di ogni tipo. Credo che il grande merito di Paolo VI, e lo dico molto consapevolmente, fu il modo in cui guidò il concilio e lo portò a termine, ottenendo una notevole unità conciliare, quasi l'unanimità. Di fatto su molti documenti vi fu l'unanimità, in altri la si ottenne quasi. Paolo VI cercò con tutti i mezzi di far sì che i padri conciliari si accettassero e comprendessero reciprocamente. Poi dovette affrontare il calvario del periodo postconciliare. Ma mantenne sempre la stessa linea fino al termine della sua vita.

Il suo Pontificato si aprì al desiderio di dialogo con il mondo intero.

Ancora prima, nel primo periodo conciliare, alla fine del 1962, Montini fece un significativo intervento sulla Chiesa e sul mondo moderno. Fu la scintilla su come bisognava contemplare il mondo moderno. E quando pronunciava i suoi importanti discorsi in latino, alla fine tornava sul tema dell'amore di Dio per il mondo e sul nostro dovere di amare e di servire il mondo. Rileggendolo, a distanza di più di cinquant'anni, mi rendo conto dell'importanza di quei discorsi. E naturalmente del suo discorso di chiusura del concilio, come pure dell'enorme importanza dei suoi gesti, come ad esempio la decisione di consegnare a persone di diversi settori i documenti conciliari:  a rappresentanti della scienza, della cultura, del mondo delle donne, e, prima che il concilio terminasse, anche grazie ai suoi collaboratori - il cardinale Bea e monsignor Willebrands, poi porporato -, la remissione delle scomuniche del 1054, con la dichiarazione congiunta fra Paolo VI a Roma e il Patriarca ortodosso Athenagoras a Costantinopoli. Quel gesto fu meraviglioso. E cambiò la situazione ecumenica. Dimostra quanto fu intenso l'impegno del Papa e dei vescovi accanto a lui.

Benedetto XVI sta riprendendo molte chiavi del Pontificato di Paolo VI. Come ricorda il teologo Ratzinger nel concilio?

Eravamo tutti nella stessa tribuna. Mi colpì molto quel giovane esperto. Sapevamo che era molto vicino al cardinale di Colonia, Joseph Frings, una delle personalità più importanti del concilio, i cui interventi - ascoltati allora e letti ora - spiccavano per il loro acume, per le informazioni e l'amore per la Chiesa, sullo stile di Ratzinger, a mio parere. Un esempio di ciò fu la dura critica del porporato al Sant'Uffizio, che provocò la forte reazione del suo allora segretario, il cardinale Ottaviani. Credo che Paolo VI prese da lì idee e principi per la riforma del Sant'Uffizio, prima che il concilio si concludesse.

Il concilio continua a essere attuale?

È mia intenzione sottolineare proprio ciò nel mio libro. Ci furono grandi cambiamenti, come il crollo del comunismo, che ebbe grande importanza per il concilio. Riuscirono a venire a Roma vescovi di Paesi a regime comunista, come lo straordinario cardinale Wyszynski e il giovane vescovo polacco Wojtyla, con cui studiai due anni nell'Angelicum. Il panorama ora è cambiato; ci sono sfide simili e più grandi, come l'individualismo o l'ingiustizia, un altro tema di grande interesse conciliare, come si vede nella Gaudium et spes. I Pontefici hanno continuato a condannare la piaga dell'ingiustizia. Ciò non significa che il concilio fu poco utile, anzi conserva tutta la sua attualità perché offre l'essenza di quello che oggi è l'obbligo di ogni cristiano rispetto a se stesso e rispetto al prossimo, e della Chiesa di fronte ai cattolici, ai cristiani, al resto delle religioni e al mondo. Il concilio è la chiave per orientarsi nella situazione presente. Ricordiamo qui il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005 sull'attualità del concilio. Mi ha lasciato stupefatto. Il Papa ha sottolineato la necessità di interpretarlo conformemente allo stesso spirito conciliare, sottolineando che "se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa".



(©L'Osservatore Romano 15 novembre 2009)
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