A colloquio con madre Maria Barbagallo delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù
nel giorno della memoria liturgica di santa Francesca Saverio Cabrini

Passione per l'avventura


di Giulia Galeotti

Negli anni, è cambiata poco. Soprattutto non sono cambiati i suoi occhi curiosi, vigili, appassionati e dolci. È madre Maria Barbagallo, dal 1974 missionaria del Sacro Cuore di Gesù e per 12 anni superiora generale delle cabriniane.

Leggendo la vita della madre Francesca Cabrini, e la sua vita, sembra di assistere alle avventure di indomite esploratrici:  mondi nuovi, difficoltà, guerre, cataclismi. Un ruolo femminista di tutto rispetto - la Fondatrice lo sapeva bene, anche se non lo teorizzò mai - che dimostra con i fatti ciò di cui le donne sono capaci. Da storica e da femminista, posso inserirvi nella storia dell'emancipazione femminile?

Madre Cabrini sì. Me no! (Ride). Lo spirito che anima le Missionarie del Sacro Cuore, come le missionarie in genere, è il desiderio profondo di comunicare agli altri l'amore di Dio in cui abbiamo creduto e che ci ha riempito la vita. Naturalmente ciò è bello a dirsi, ma non sempre a farsi, perché a volte le circostanze ci mettono in condizioni drammatiche, in cui magari sviluppiamo talenti che non credevamo di avere. Anche se siamo in cappella a pregare, il senso di una missionaria è quello di ricevere da Dio qualche luce particolare per comunicarla agli altri. Non sempre l'avventura è segno di missionarietà, ma qualche volta ci si trova quasi a essere pioniere. Seppure con i limiti personali o con i limiti del tempo, le Missionarie del Sacro Cuore riescono ancora ad aprire spazi che non si sarebbero mai sognate di poter aprire.

Qualche vostra recente "avventura"?

Oggi vedo due posti in cui la Congregazione è veramente pionieristica. Il primo è la Russia. Vi arrivammo circa 16 anni fa:  sembrava solo un sondaggio, un sogno da accarezzare. Era un'avventura perché veramente non sapevamo nulla del Paese, tranne quello che avevamo letto nei magnifici romanzi della letteratura russa dell'Ottocento. Eppure, nonostante sia molto difficile la realizzazione missionaria - basti pensare che non si può predicare - le suore davvero hanno creato una possibilità, un piccolo segno dell'avventura di Dio. Abbiamo aperto una casa, e oggi ci sono due suore che sono in amicizia con gli ortodossi e con la gente. Facciamo una pre-evangelizzazione:  semplicemente, comunichiamo ciò che siamo. Un'altra missione che ha molto dell'avventura di Dio - non è l'avventura nostra:  è una sofferenza! - è quella che pochi mesi fa abbiamo aperto in Messico alla frontiera con gli Stati Uniti d'America, dove ogni giorno passano centinaia di emigranti. È un posto dove ne muoiono tantissimi, vittime e preda dei malviventi che, con le minacce, li utilizzano per trasportare la droga. Le tre suore che stanno lì, vivendo quello che oggi è il dramma dell'emigrazione, vivono quasi teologicamente un'avventura. Una di loro ha fatto il viaggio che compiono gli emigranti per attraversare la frontiera, raccontando di essersi sentita profondamente una missionaria e un'emigrante, emarginata finanche da quanti vorrebbero aiutare gli emigranti perché non parla inglese.

È uno degli aspetti del vostro impegno che mi ha più colpita:  lo stato del migrante, voi religiose (come la Cabrini) lo vivete in primis sulla vostra pelle.

Sì, noi soffriamo in prima persona le stesse situazioni. Anche se poi a noi ci va bene:  Dio fa capire che chi si occupa di Lui non perde niente, perché Lui si occupa di noi. Le suore che sono in Messico lo dicono sempre:  non ci manca nulla! Quando sono arrivate lì, la casa era fatiscente e vuota, ma la gente ha subito portato doni:  le suore si sono trovate con 3 frigoriferi, 3 televisori - oggetti che poi hanno restituito - perché tutti volevano dare qualcosa! Questo non accadrebbe mai in una zona più tranquilla, come potrebbe essere l'Italia.

Come fate a scegliere i nuovi posti in cui aprire le missioni?

Dietro v'è un grande lavoro di discernimento. Alcune richieste vengono fatte alla madre generale dai vescovi, ma ci sono anche le spinte dal basso, dai capitoli generali, dalle assemblee, dalle suore più giovani che, di solito, sono le più desiderose di aprire nuovi spiragli missionari. Poi si fa un discernimento anche abbastanza lungo. A esempio andiamo a vedere se l'ambiente è consono al nostro spirito:  ci sono mille posti in cui si potrebbe andare, ma può succedere che noi non siamo adatte per quel posto o che lì non ci garantiscono la giusta libertà. Invece, per le congregazioni femminili è cruciale difendere la propria autonomia. Madre Cabrini era molto autonoma. È un problema che si presenta anche nella Chiesa:  i sacerdoti, i missionari, i vescovi - anche se a volte i vescovi sono più aperti degli stessi missionari! - hanno l'idea che le suore siano sempre al servizio anche loro, mentre in genere noi suore vogliamo mantenere, finché possiamo, il nostro spirito. È ovvio che l'autonomia assoluta non esiste - abbiamo bisogno gli uni degli altri! - né quello che noi vogliamo è il potere. È un'altra cosa. Adesso, alla mia età, capisco davvero che questa autonomia di cui la Cabrini ha sempre parlato, e per la quale ha lottato tanto, è veramente una conditio sine qua non. Se tu non puoi lavorare con il tuo spirito e con la tua libertà è molto difficile fare del bene. Se fare del bene è sempre complicato, farlo in condizioni estremamente limitate è ancor più difficile. Perché molte energie se ne vanno solo per stabilire rapporti, per non offendere questo o non dipendere da quell'altro. È stato un problema per la Cabrini, ed ora lo è per noi.

Nella sua autobiografia, Missionaria (1998) lei scrive che da giovane la sua vita "era un misto di aspirazioni profane e mistiche. Mi piaceva ballare e divertirmi, farmi notare dai giovanotti, ed ero vanitosissima. Allo stesso tempo mi piaceva stare sola per delle ore, guardare il cielo e pensare a che cosa poteva esserci al di là". Ha portato con sé qualcuna di queste aspirazioni profane entrando nell'ordine?

Sì! A volte dico purtroppo, altre volte dico meno male! Tutte le cose mondane di un certo spessore che ho conservato mi sono servite per capire gli altri. Io ho un'autentica passione per la bellezza:  se vedo una cosa brutta - può essere un altare malfatto o una casa squallida - mi allontano immediatamente! Quando ero maestra delle novizie volevo che le novizie si vestissero bene. Ho fatto di tutto, eppure alcune erano ostili - non rientrava proprio nella loro natura vestirsi bene; adesso è diverso. È un discorso che vale per tutto. Vale per l'ordine:  le suore sviluppano un certo ordine nella missione, un po' perché sono educate a questo, un po' perché, non essendo persone dello stesso sangue, ci abituano a essere rispettose le une delle altre. Oppure, la passione per l'arte che, insieme a quella per la musica o la letteratura, aiuta molto nella missione. Sono giorni che aspetto le mele cotogne per fare un centrotavola. Il fruttivendolo mi ha chiesto:  madre, fa la marmellata?

Certamente si sarà portata dietro il suo essere donna, un aspetto delle religiose che non viene molto compreso. In Stabat mater di Tiziano Scarpa, la protagonista scrive "ora sto diventando una donna, qualcosa di completamente diverso da ciò che sono stata finora. Le suore non mi possono aiutare in questo. Anche se suor Teresa mi vuole bene, non sa niente di che cosa vuol dire essere una donna".

Orribile!

In  missione,  aiuta  il  fatto di essere donne?

Decisamente. Noi donne abbiamo un grande dono:  quello di essere donne! La nostra femminilità ci aiuta tantissimo. Perché siamo più attente, sappiamo intuire di più le cose nelle situazioni difficili. Al tempo del terremoto sono stata per due mesi in un camion in giro per il Guatemala per tentare di rianimare la gente indigena - era la più colpita, anche perché pensava che Dio li avesse castigati per qualcosa di male che avevano fatto. Ebbene, ogni sera mi lavavo e mi mettevo il pigiama. Le altre dormivano vestite, ma io non potevo dormire vestita! Le giovani mi prendevano in giro:  quando mangiavamo sotto gli alberi senza posate, una suora staccava un ramo e mi diceva:  questo è il cucchiaio, questa è la forchetta! In Nicaragua i padri ci accusavano di non avere spirito missionario perché usavamo troppa acqua:  no, lo abbiamo, ma siamo donne. Abbiamo uno spirito missionario adeguato al modo di comportarsi della donna - e siamo pulite! Per noi è importante la privacy, il rapporto con gli altri che non sia promiscuità, avere intorno un ambiente bello, pulito e ordinato. Diversi anni fa abbiamo preso in affitto una casa per anziani già avviata. Quando siamo entrate era un disastro, ma dopo pochi mesi era cambiato tutto. Intanto per la pulizia - la Cabrini era quasi ossessiva sulla pulizia - poi perché c'erano i fiori a tavola, le tende alle finestre, i colori ben abbinati nelle camere. Cose piccole, banali, ma cruciali, cose che noi donne facciamo costantemente, e che hanno un grande significato. A volte la gente con cui lavoriamo vive in ambienti veramente molto difficili, e fa davvero una gran differenza se, andando in ospedale, trova accoglienza e un letto pulito, se andando a scuola trova la maestra che sorride e i bimbi ben vestiti. La femminilità è un dono enorme per la Chiesa:  se non avesse le donne, non so come andrebbe a finire.

Lei racconta che il suo è sempre stato un rapporto molto diretto con Dio. "Non sono stata attratta né da persone, né da suore, né dall'abito, né dalla quiete del chiostro. Ho dovuto sempre affidarmi a Dio e a Lui solo. E non c'è niente di più drammatico, ma anche di più sicuro". Crede che, a volte, la congregazione possa rischiare di essere una cortina tra le religiose e Dio?

Dipende dall'approccio. Entrando, sicuramente trovi le regole, la vita comune, trovi molte persone che non la pensano come te, che hanno un altro livello di aspirazioni - trovi, però, anche molta discrezione. Quindi sì, c'è il pericolo che una persona venga limitata nel suo desiderio di incontro con Dio da una serie di infrastrutture. Si immagini che, quando siamo entrate noi, non potevamo leggere i libri che volevamo (nemmeno tutta la Bibbia). È qui che interviene un fattore assolutamente libero:  il rapporto personale con Dio. Dio ti rivela cose sia attraverso la tua stessa natura e le tue aspirazioni, sia attraverso la congregazione. Così, se a volte la congregazione ha queste strutture rigide - anche se oggi non più tanto - essa offre però mille altre cose stimolanti, come ad esempio la missione che è un'esperienza spettacolare. Attraverso la missione intuisci cose che prima non avresti nemmeno immaginato. Le faccio un esempio:  l'opzione per i poveri. Io non la capivo, cioè la capivo solo sociologicamente. Invece poi, vivendo a contatto con la gente semplice e povera, vedendo quant'è difficile, quanta poca sintonia a volte io posso stabilire con queste persone, ho capito che non è un'opzione sociologica:  è un'opzione teologica. Tu ami i poveri perché ti rivelano un altro mondo:  il mondo delle preferenze di Dio per i poveri. Non li ami perché ti danno soddisfazione - io non avevo soddisfazione:  costruivamo e loro distruggevano. La congregazione, le strutture, i superiori, le comunità possono mettere muri e paletti, però il nostro spirito è assolutamente libero. Se non sbaglio, lei ha raccontato su questo giornale la storia di Liliana Segre, la bimba rinchiusa in campo di concentramento che guardava una stellina in cielo e diceva:  io sono quella stellina. Cioè io sono libera. C'è qualcosa dentro di noi che esce dagli schemi. A volte esce anche fuori (e crea un caos), ma se riesci a mantenerla dentro gli spazi, con Dio c'è quella che chiamano "la nube della non conoscenza":  quando ti rapporti con Lui, vedi che c'è questo grande mistero, gli altri non ti possono separare. È una cosa che si percepisce nella vita religiosa con il tempo.

Lei ha scritto che "la crescita interiore consiste, sostanzialmente, in un lavoro di smontaggio dei nostri progetti. È molto complesso perché ha a che vedere con la nostra personalità, la nostra cultura, l'educazione, la nostra capacità di capire, di intuire, di creare".

Occorre perdere tutte le strutture che uno si è creato credendo di raggiungere con esse Dio. Invece Dio ti fa capire per esperienza, e non perché ti appare un giorno e ti dice:  questo è sbagliato. Per esperienza capisci che tanto è inutile, come dice il salmo, che ti alzi di buon mattino e la sera vai tardi a dormire:  Dio, se vuole, ti parla anche nel sonno. Le cose ti vengono come dono da Lui. Certo è difficile, è quel che oggi i nostri giovani fanno più fatica a capire. Noi, invece, avevamo queste aspirazioni, perché un tempo nell'Azione cattolica e nella Chiesa c'era un filone che ti portava a queste cose  alte,  anche  se poi non le raggiungevi.

Per il lavoro di smontaggio occorre essere molto umili (sai che non sei tu che decidi), ma al contempo un po' presuntuosi (in senso buono):  anche se "mi smonto", affidandomi a Dio, rimango io!

Brava. Non è lo smontaggio psicologico di cui parla la psicoterapia, è lo smontaggio spirituale che fa Dio. Questo oggi è molto difficile da capire. Il problema è che poi noi alziamo difese verso Dio perché abbiamo paura di Lui. È terribile questa paura di Dio. Se leggi la Scrittura, Dio ti chiede continuamente. Gesù non ti dice:  prendi la mia croce e seguimi, però non ti preoccupare se non la puoi portare, tanto ci sono io. No. Dice:  la devi portare - che poi Lui dica "starò con voi fino alla fine del mondo" è un'altra cosa. Però è dura, bisogna affidarsi, e anche questo è un dono di Dio. Questo smontaggio è un dono, e ti porta a toccare il fondo della tua inutilità. Perché materialmente puoi fare delle cose (senti che Lui ti aiuta anche ad aiutare gli altri), ma è spiritualmente che non puoi costruire (se spiritualmente non c'è Dio, dentro si rimane vuoti). Perché poi l'evangelizzazione ti prosciuga. Appena ti vedono, ti rovesciano addosso tutte le loro sofferenze e tu dici:  ma come faccio a sopportare tutto questo? Poi, però, capisci che non facciamo tutto noi:  c'è Lui, e ci sono gli altri. Tante volte mi consolo dicendo:  non sto concludendo niente, però c'è qualcuno che conclude. Ci sono le nostre sorelle, c'è la Chiesa, c'è la preghiera della Chiesa che risolve quello che noi non riusciamo a fare.

Forse il riassunto di ciò che s'è detto fin qui lo si trova nella enciclica Caritas in veritate:  "ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza". Del resto, è anche quello che lei scrive:  "Dio sa cosa ci serve, non accetta consigli".

Sì, è questo!

Se mi permette l'azzardo, ne esiste anche la  versione laica. È di Daniel Pennac:  "lo sa qual è l'unico modo per far ridere il  buon  Dio? Raccontargli i propri progetti".

(Ride). È veramente molto carino!

La Cabrini, patrona degli emigranti. Nel tempo il fenomeno migratorio è mutato radicalmente e voi, di conseguenza, avete trasformato la vostra vocazione. Penso alla distanza, ma anche all'inscindibile legame, tra la scuola per figli di immigrati italiani che la Cabrini aprì nel 1889 a New York e la scuola elementare Cabrini di Milano frequentata da molti bimbi extra-comunitari.

Il cristiano deve avere questa capacità di cambiare. Prima di tutto, c'è il cambiamento nella crescita. Poi v'è il cambiamento mentale rispetto alla società e alla storia che viviamo, il che è fondamentale per la maturità umana e cristiana. Sebbene sia molto difficile, v'è anche la necessità di cambiare le strutture, e una congregazione molto gerarchica - come era la nostra - a volte fa fatica. Oggi, però, siamo arrivate al punto da aver cambiato quasi tutto. Delle stesse opere della Cabrini sussiste ben poco:  magari c'è la casa, ma dentro si svolge un'attività completamente diversa. È il caso di Codogno:  prima c'era la scuola e le ragazze che imparavano a ricamare, oggi c'è il Museo Cabriniano, una casa di riposo e un centro di spiritualità. Perché questa è la sfida della missione:  cambiare continuamente. E a volte ricominciare tutto da capo.

Una missione urgente sono oggi gli hospice, strutture tipicamente moderne dei Paesi occidentali.

Questa è una missione che ha dato molto frutto, anche spirituale. Le urgenze sono una sorta di ispirazione, sono motivazioni che Dio dà. In occasione del Giubileo, pensammo all'hospice, un luogo in cui c'è veramente bisogno di riparazione. Se ne parlava da tanti anni (ne avevamo già due negli Usa), ma era difficile perché mantenere un hospice è costosissimo e la congregazione non se ne poteva fare carico. Ma quando abbiamo potuto fare la convenzione con l'ospedale Sacco, è stato tutto più facile! È una cosa bellissima:  gli hospice non fanno del bene, fanno del benissimo. Gli ultimi periodi della vita sono così importanti. Lo sto capendo ora. Prima pensavo:  tanto uno muore, va in paradiso ed è finita. Invece prima di morire c'è un'altra vita intera che si vive, una vita di cui nessuno sa, perché noi crediamo che la gente malata aspetti solo la medicina

Immagino che per voi sia un impegno molto duro anche spiritualmente.

Sì. Io, a esempio, direttamente non potrei farlo. Ci vuole una grazia specifica. Suor Bartolomea la ha. A volte viene maltrattata, entra dicendo buongiorno e ottiene un "per favore suora, se ne vada, non mi faccia prendere più nervi di quelli che ho" - poi magari è lui che la richiama chiedendole scusa. Alcuni sono in contrasto con la famiglia, e comincia tutto un lavoro di riconciliazione. Credo che anche questo sia il cambiamento delle opere:  rispondere a un carisma che uno si porta dentro. Non perché siamo brave, ma perché Dio è fedele.

Beh, un po' brave lo siete. Per cambiare ce ne vuole di coraggio.

Non è che ne abbiamo tanto di coraggio. Però poi quando siamo lì, viene fuori! Le suore veramente, anche le più semplici, fanno cose incredibili, si mettono nel conflitto e nel dolore, riuscendo a creare dal nulla. A Duqualì, in Nicaragua, quando arrivarono le suore, il barrio era uno strazio:  dopo 10 anni, il quartiere era tutto cambiato. C'era una scuola (mille bimbi, un turno la mattina, l'altro il pomeriggio), otto classi di asilo, la chiesa, la gente si era comprata la casa e lavorava.

È proprio in questo senso che io all'inizio richiamavo l'avventura.

Questo sì. Sviluppiamo energie che non sapevamo di avere. La Cabrini correva questo rischio - perché è un rischio:  metteva le persone in situazioni difficili, e là o una si sviluppava e diventata un genio, o le veniva la depressione e moriva. Madre Cabrini quando vedeva che stava per morire la tirava via! In questo bisogna avere molta discrezione, perché molte persone, semplicemente, non possono. Ricordo una suora molto colta in Nicaragua, che arrivò durante il sandinismo:  prima le venne l'orticaria, poi la psoriasi. Era bravissima, aveva studiato tutto della povertà e della teologia della liberazione, ma non ce l'ha fatta:  la vedevamo deperire giorno per giorno, finché giunse la madre generale che la spostò. Eppure lei aveva espressamente chiesto di andare con i poveri:  ma con i poveri non si può andare, è una grazia che devi ricevere per stare l
ì. Sia chiaro:  lo stesso vale con i ricchi!
L'individualità delle sorelle come persone rimane completamente.

Certo! Molto di più adesso. Prima si stava un po' meno attente, ma la comunità religiosa era più protetta. Ad esempio per la suora che arrivava in Argentina, se il lavoro fuori era sfiancante, v'era comunque la comunità che la proteggeva - magari erano 30 suore:  per una che sbandava, ve n'erano 29 ad aiutarla. Adesso non è più così:  le comunità sono anche molto piccole, c'è davvero tanta solitudine, ricordo che leggevo anche i foglietti che trovavo nel cestino della carta straccia. Dopo, piano piano, incontri le persone, cominci a capire la lingua. Per una missionaria è un continuo distacco, il famoso distacco cabriniano. Ma guai se non ci fosse!

Mi ha anticipata:  le suore vengono continuamente spostate da un Paese all'altro, da un lavoro all'altro, per cui si richiede loro la "condivisione profonda con le sorti di un popolo, e allo stesso tempo la valigia sempre pronta per aprirsi alla condivisione con un altro popolo".

>Noi davvero cambiamo molto, giriamo da una missione all'altra:  essere missionarie è anche avere la capacità di questo distacco continuo. Sia chiaro, si soffre spostandosi, anche perché quello della costruzione è un lavoro lento. E poi sul più bello arriva un'altra suora!

È come spostare un contadino dopo la semina ma prima del raccolto.

Esatto. Entri in crisi:  e adesso come andrà? Eppure, devi anche accettare che quella costruzione crolli (il che succede). Noi, però, abbiamo una via di uscita:  perché è lì che interviene la mistica della fede, la fede che dice che certi seminano e altri raccolgono. Quello che conta per noi è la volontà di Dio nel senso più profondo della parola:  dobbiamo affidarci. Magari una ha intravisto dopo tanti anni e tanto lavoro una stradina da percorrere, sa che la può percorrere con un po' di pazienza. Magari invece un'altra non la vede, e così quella strada viene chiusa per sempre. Eppure è qui che interviene la mistica, il rapporto con Dio:  ti appare un altro cammino, per cui, con gli anni, capisci che era un bene. Ma sta tutto lì:  devi fidarti del progetto di Dio, non dei tuoi.

Nel vostro lavoro vi siete spesso scontrate, e sempre più vi scontrerete, con i grandi temi della bioetica. Ricordo l'esperienza di suor Preverali in Canada:  nella veste di Direttrici generali dei vostri ospedali, siete state duramente attaccate per esservi rifiutate di eseguire aborti e sterilizzazioni.

Io l'ho sperimentato in America Latina. Il lavoro delle suore è "dare coscienza":  far comprendere alle persone ciò che viene loro detto e ciò che viene loro dato, perché li ingannano, usandoli, ad esempio, per sperimentare le medicine. Con l'Aids danno da mangiare gratis e poi li usano come cavie per testare i farmaci. Le suore debbono chiarire:  guardate, questo può portare questo, siete liberi di accettarlo, ma dovete saperlo. C'è un esercito che agisce contro la libertà di pensiero. Questo lavoro di illuminazione della gente è molto delicato. Le suore debbono stare attente:  possono anche farle fuori.

Da missionaria, lei ha vissuto l'ingiustizia istituzionalizzata, l'emarginazione, lo sfruttamento, la corruzione, i diritti umani calpestati:  qual è il rapporto tra le religiose e la politica?

Nei Paesi in cui i conflitti politici sono molto forti, le suore si schierano dalla parte dei più deboli. È ovvio. E di quelli che hanno più giustizia - non sempre il debole ha la ragione! Si schierano e a volte partecipano - anche se non pubblicamente - con questa forma di catechesi. Ricordo che in Nicaragua al tempo delle elezioni la gente veniva pagata per votare - sul camion su cui li portavano al seggio, davano loro il cibo. Guai a chi non votava, poi li controllavano. Una suora autoctona aveva fatto tutta la catechesi dicendo "dobbiamo mantenere la nostra libertà anche se ci violentano. È una cosa sbagliata votare per chi pratica una politica ingiusta. Votate con coscienza". Quando hanno fatto la riunione la volta seguente, la suora chiese:  com'è andata? Silenzio di tomba tra gli oltre ottanta ragazzi presenti. "Abbiamo avuto paura per le nostre famiglie, per i nostri figli e fratelli, per il nostro lavoro". Ricordo che quella sera la suora pianse per ore. Le dissi:  vedrai che piano-piano le cose andranno avanti. Infatti, c'è stata la rivoluzione. Come  fu  drammatico  lì allora, così lo è oggi in tanti altri posti.

Avete mai ricevuto pressioni dai vertici  ecclesiali  per   motivi   politici?

Succede. Dicono:  quella suora toglietela da lì per evitare problemi. Va detto, però, che le Missionarie del Sacro Cuore, anche le più sfacciate o le più fuori dal coro, raramente sono persone che proprio se la vanno a cercare. Non siamo estremiste. Certo, del male comunque lo riceviamo:  non ci fanno andare avanti una missione, in Cina e in Spagna siamo state in prigione. A me hanno scritto un numero sul petto, mi hanno fatto la foto e l'hanno mandata in tutte le frontiere perché venivo dal Nicaragua come persona non gradita. Anche in Argentina durante la dittatura militare queste cose sono successe.

Una cosa che mi ha sempre colpita è quanto ridete:  fate un voto apposito?

(Ride). Ci siamo sempre divertite molto fra di noi! In effetti, quando vediamo una suora che sorride poco, ci preoccupiamo - ovviamente dipende dal carattere e dall'età:  io, per esempio, dieci anni fa ridevo molto di più. Facciamo tanto teatro, anche per prenderci in giro e per ridere e di ciò che ci capita nelle missioni. Ma facciamo anche teatro serio, come Shakespeare.

Ricordo una serata in una vostra casa di New York, davanti alla tv a seguire John Kerry che lanciava la sua candidatura alla Casa Bianca:  eravate attentissime a plaudire e criticare!

Ma certo. L'altra sera, ad esempio, abbiamo visto la partita dell'Italia. Io prego le nostre sorelle morte per fare vincere la squadra!

Chissà che confusione di preghiere ai mondiali in Sud Africa! Questo ci porta al tema dell'amicizia:  in Missionaria lei spesso scrive che una certa suora "poi è diventata una mia grande amica". È importante l'amicizia nella vostra vita?

Sì. Anche se è difficile l'amicizia in convento:  siamo tutte amiche, tutte sorelle, però poi la vera amicizia, quella in cui ti confidi per le cose vere e profonde, non è semplice. Ma quando c'è, è un dono di Dio. Anche qui, però, ci sono stati grandi cambiamenti. Madre Cabrini non voleva che ci fossero troppe amicizie, diceva:  siamo tutte uguali, l'amicizia può dividere. Allora poi non si parlava di omosessualità, ma nei conventi c'erano delle storie tristi, per cui si era molto rigidi su questo, le suore erano guardate a vista. Ma da quarant'anni non è più così! Ora la vita è più aperta.

C'è stato il Concilio.

Sì, il Concilio ha cambiato tanto la nostra vita. Con il Concilio, alcune regole si sono rivelate buone, altre meno. Per esempio, la proibizione di un'amicizia profonda era un divieto utile per le stupide, ma privo di senso per le altre. Ci sono giovani che hanno proprio bisogno di condividere. Prima era diverso:  avevamo queste grandi comunità in cui vivevano suore giovani, suore di mezz'età e suore anziane. Le anziane, a volte, erano molto materne e molto sagge, se vedevano la suora giovane un po' sbandata l'aiutavano. Adesso invece le suore vanno su internet, parlano tra loro.

A proposito del Concilio lei ha scritto:  "la donna consacrata nella vita apostolica, grazie soprattutto al Vaticano II, ha fatto negli ultimi 30 anni un faticoso cammino di ricerca, di approfondimento, di perdita e di ritrovamento della sua identità. Un modo nuovo di fare cultura, la cultura del Regno di Dio che lotta per uno stile superiore di fraternità, di collaborazione e di partecipazione, di solidarietà e di tolleranza contro ogni ottica di potere, di prestigio e di protagonismo".

Un tempo i conventi davano il senso della trascendenza, mentre oggi la suora deve essere lievito culturale (non lievito dei farisei). Perché la nostra cultura è banale, i discorsi, i giornali, la nostra vita:  è tutto molto banale. Così, quello che noi possiamo provare a fare - perché anche noi abbiamo le nostre banalità - è testimoniare che il Regno di Dio insegna a dare importanza ai valori fondamentali che invece vanno sempre più annacquandosi. Perché su certi valori noi religiose (come, penso, qualunque cristiano buono) non transigiamo. Guardare un ragazzo che sta facendo una cosa sbagliata e domandargli:  perché lo fai? Pensiamo ai discorsi razzisti che tanti fanno sugli emigranti. Oggi non si tratta più di dire che io faccio l'evangelizzazione perché tu possa credere in Dio:  oggi si tratta di far passare i valori del Vangelo. Ma come fanno a passare se non c'è qualcuno che di diverso? Perché, alla fine, noi suore siamo diverse. Ad esempio, se in treno stanno per dire una parolaccia, si trattengono o si scusano. Se stanno facendo un certo discorso, succede che poi ti chiedano "lei, suora, che ne pensa?" Molti oggi dicono di credere in Dio, eppure c'è un abisso tra la fede personale e la vita che conduci. È quello che io chiamo "lo spirito cabriniano". Madre Cabrini puntava allo spirito (non diceva al carisma, ne parla 1 o 2 volte in tutti gli scritti):  il carisma lo hanno tutti - chi non ha il carisma al cuore di Gesù? - però lo spirito era il comportamento, coerente col carisma. Non vorrei esser pessimista, ma in molti non hanno nemmeno il carisma. Basta che io guardi ai miei gesti quotidiani, così antievangelici, nonostante tutto ciò che dico.
Madre Cabrini diceva sempre:  mi raccomando che lo spirito non si perda. Lo spirito è la pratica della virtù. Questa è la cultura del Regno di Dio. Sono le virtù basiche, tra le quali c'è il rispetto per gli altri, l'educazione, l'amore e la comprensione per la persona diversa. In Italia, ad esempio, c'è tanto razzismo, anche se la gente (che è educata) non lo ammette. Una volta ho detto al parroco:  guardi che tra quattro anni saranno questi i suoi parrocchiani, lei non avrà più nessuna faccia bianca, e se non li integra adesso, questi poverini si dovranno fare la loro chiesa come avviene negli Usa dove c'è la chiesa cinese, la chiesa latino-americana. È questa la cultura che dobbiamo fare.

Lei conclude Missionaria scrivendo:  "ho ancora molta strada da percorrere e anche se "si fa sera", non voglio perdere il desiderio dell'avventura che Dio mi ha messo nel cuore e nella mia inafferrabile indole". Era il 1998. E oggi?

Lo spirito d'avventura non è diminuito. Ma con l'età qualcosa cambia:  la testa corre, ma il corpo ti trattiene. Devo inventare una nuova mediazione:  dove posso e dove non posso correre? Se oggi mi dicono:  vieni in Sud America a fare questo e quest'altro, rispondo:  venite voi e io vi aiuto per quel che posso. C'è ancora la mia indole di fare e di inventare, ma devo stare attenta perché gli altri non vogliono fare le cose che invento io - purtroppo la mia esperienza è:  tu te la sei inventata e tu te la fai. Adesso devo capire cosa Dio vuole quando mi da tutti questi input, dato che fisicamente non li posso più seguire. Quello che capisco, faccio. Ma quando non capisco... aspetto la luce divina!

Del resto, lei ha anche scritto:  "per essere amici di Dio occorre una partecipazione attiva, vigilante, talvolta eroica".

A volte eroica. Già. Non è facile:  la fede è una cosa complessa. Cioè sembra facile:  san Francesco scrive "seguire il Vangelo:  che c'è di più facile?". Capirai!  Io direi:  cosa c'è di più difficile?

Il paradosso è che più inizi a seguirlo, più diventa difficile.

Adesso capisco di più madre Cabrini quando dice:  corrobora la mia instabile volontà. Abbiamo un'aspirazione interiore, ma poi vediamo la nube che ci separa da Dio. L'autore ignoto de La nube della non conoscenza scrive che appena l'iniziato si avvicina con il suo desiderio interiore di vedere e di conoscere Dio, viene subito invaso dalla nube. Il Papa nel suo libro ne parla sempre:  la nube è il mistero di Dio. Dobbiamo avere la capacità di vedere attraverso essa. Qualche volta, il Signore ti sta facendo capire una cosa, ma altre volte non te la fa capire:  ti mette, però, una condizione davanti, e tu devi agire per forza. Allora, dovendo agire per forza, capisci che Dio ti voleva lì. Comunque è sempre un mistero. Noi andiamo verso il mistero. Lui è un mistero. Un mistero che verrà svelato quando saremo di là. Oggi io vedo le persone che mi circondano diventare sempre più anziane, mi vedo io stessa diventare sempre più anziana:  mi specchio e gli domando "Signore, com'è il mistero?".



(©L'Osservatore Romano 21-22 dicembre 2009)
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