Il bilancio di un anno di solidarietà nell'intervista al sotto-segretario di «Cor Unum»

Crisi economica e carità
Resistono solo le offerte dei poveri


di Mario Ponzi

L'"obolo della vedova" non conosce crisi. Resiste e consente, alle piccole realtà cui è destinato, di continuare a vivere e a servire. Si tratta dei pochi euro che la gente comune - in genere madri di famiglia, vecchiette e pensionati che risparmiano sulla spesa quotidiana - invia utilizzando uno dei tanti bollettini che finiscono nella buca delle lettere. Dove invece la crisi si fa sentire di più, invece, è nel settore del finanziamento dei medi e grandi progetti in favore dei Paesi poveri. Sono diminuiti drasticamente sia le donazioni sia i fondi pubblici destinati a questo scopo. Intanto la "macchina della carità del Papa" anche quest'anno ha distribuito circa sei milioni e mezzo di dollari statunitensi, destinati a popolazioni colpite da calamità naturali e al finanziamento di progetti nei Paesi in via di sviluppo. Lo conferma monsignor Giovanni Pietro Dal Toso, sotto-segretario del Pontificio Consiglio "Cor Unum" in questa intervista rilasciata al nostro giornale. Monsignor Dal Toso sottolinea comunque un aspetto importante:  anche se la carità non ha un'esclusiva matrice cattolica o cristiana, è sempre "espressione della traccia di Dio nel cuore di tutti gli uomini", anche di quelli che si professano agnostici.

A quando si può far risalire la nascita della carità?

La carità è nata dalla rivelazione cristiana che Dio è amore e ha impregnato la cultura ben oltre i confini del cristianesimo. Sicuramente nell'azione pastorale della Chiesa ha sempre occupato un ruolo privilegiato. Lo conferma il più recente insegnamento dei Pontefici.

Benedetto XVI ne ha fatto l'oggetto della sua prima enciclica, Deus caritas est. Ha poi ripreso il tema in quella più recente, la Caritas in veritate, pubblicata quest'anno.

E non è un caso. Nella prima il Papa riflette sulle motivazioni dell'agire caritativo della Chiesa e individua in Dio-amore l'origine e la fonte inesauribile dell'azione della Chiesa nel mondo a favore di tutti gli uomini. A partire da questo approccio teologico, disegna anche il ruolo delle opere caritative cattoliche. Invece la Caritas in veritate, più che all'origine dell'attività caritativa, guarda al luogo in cui essa si svolge, là dove l'uomo vive e lavora, la società che dai rapporti umani risulta. Ciò per affermare che la società ha bisogno della carità. Questo significa che tutti i rapporti umani, siano essi economici, politici o anche soltanto familiari, possono essere trasformati dalla carità.

Qual è secondo lei l'aspetto più importante proposto dall'enciclica?

Direi che è l'approccio personalistico. Quando nei rapporti sociali facciamo riferimento alla carità siamo consapevoli che solo le persone possono amare:  le strutture certo non possono farlo! La Caritas in veritate fa esplicito riferimento alla carità ricevuta e donata, dunque a una esperienza personale che diventa significativa per i rapporti sociali. Ciò vuol dire che se non ci sono persone impegnate a vivere per prime questa chiamata alla carità, così come manifestata da Dio, la società nelle sue articolazioni non può essere plasmata dalla carità. Mi pare che questo sia messo bene in evidenza dall'enciclica:  primario è il fatto che ci siano persone che praticano e testimoniano la carità nel vivere sociale.

Non sarà anche la mancanza del concetto personalistico della carità all'origine del fallimento pressoché costante delle politiche di lotta alla fame nel mondo, visto l'aumento del numero di coloro che continuano a soffrirne?

La Chiesa sa che il cuore del problema è l'uomo. Dunque è per questo che al centro della sua azione c'è sempre l'uomo. Se non cambia l'uomo, o meglio il cuore dell'uomo, non potrà mai cambiare la società. Dunque al di là dei grandi disegni, pure giusti e necessari, e del contributo fattivo che si presta per migliorare le condizioni di vita dell'umanità sulla terra, se non c'è un profondo cambiamento dello spirito con il quale ci si accosta alle varie questioni non si arriva al nocciolo. La Chiesa, da parte sua, non può intervenire direttamente nella soluzione dei grandi problemi politici che si giocano sullo scacchiere internazionale:  non è questo il suo compito. Lo ha ribadito a chiare lettere il Papa nel suo discorso alla Curia romana lo scorso 21 dicembre. La Chiesa adempie a quella che è la sua missione:  rinnovare l'uomo attraverso l'esperienza del Dio che ama.

Nel messaggio per la prossima Giornata mondiale della pace il Papa propone nuovamente l'urgenza della protezione del creato. Cosa può fare "Cor Unum" per promuovere e diffondere questa attenzione verso la salvaguardia dell'ambiente?

Noi abbiamo diversi organismi cattolici che si preoccupano di questioni climatiche e ambientali. Il messaggio che cercano di far passare è la necessità di un coinvolgimento sempre più responsabile e allargato in quest'opera. Nella Caritas in veritate si ribadisce che la questione della protezione dell'ambiente naturale non può essere risolta a prescindere, ancora una volta, dall'ambiente umano. Lei pensi allo sfruttamento senza scrupoli delle risorse naturali che avviene nelle nazioni più povere. Ecco:  se non si riesce a incidere su questi comportamenti scellerati ed egoistici che hanno per oggetto l'ambiente altrui, sfruttato per il proprio tornaconto, allora è molto più difficile parlare di protezione ambientale. Non possiamo fare a meno di attingere dalla natura le energie per vivere. Si tratta allora, da una parte, di rispettare l'opera di Dio che si manifesta nella creazione. E, dall'altra, di non dimenticare che Dio ha messo tutte queste potenzialità a servizio dell'uomo, che è il vertice della creazione. In questa ottica di reciprocità virtuosa tra ambiente e persona dobbiamo incamminarci tutti più decisamente, anche dopo il recente summit di Copenaghen.

Il vertice però non sembra aver raggiunto grandi risultati. Entrando a contatto con tante realtà attraverso i progetti finanziati, cosa può fare "Cor Unum" per promuovere una mentalità più rispettosa dell'ambiente?

Di per sé non siamo un'agenzia che finanzia progetti. I doni che realizziamo a nome del Papa vogliono venire incontro alle diverse necessità nel mondo, e sono tante. Lei accenna alla mentalità. Ovviamente un punto fondamentale nell'opera di sviluppo è la formazione. Ricordo molto bene un cardinale africano che una volta con grande decisione chiedeva questa come priorità per gli aiuti a quel continente. Ne abbiamo parlato anche nel corso della nostra recente plenaria, affrontando la questione dal punto di vista di chi lavora per la carità nella Chiesa. Abbiamo potuto focalizzare l'attenzione sulla formazione:  professionale, culturale, spirituale. Infatti non possiamo dimenticare che ogni atto di carità è un incontro da persona a persona. Il Papa ha parlato nella Deus caritas est di formazione del cuore. Solo così possiamo venire incontro a quello che l'altro nel profondo desidera, non soltanto ai suoi bisogni immediati. La formazione del cuore mira alla testimonianza:  non si tratta solo di offrire un buon servizio, ma anche di offrire una testimonianza cristiana. Questo vuol dire:  mostrare il volto di Dio che agisce mediante le nostre povere persone.

Ma la carità non ha soltanto un volto cristiano.

Senza Cristo non conosceremmo la carità e non sapremmo neppure che Dio è amore. Dal cristianesimo essa si è poi trasfusa nelle diverse culture. Lo vediamo soprattutto in questo periodo natalizio, quando le iniziative caritative si moltiplicano in molti settori della società. Io non credo che quanti fanno donazioni, anche anonime, lo facciano esclusivamente per alleggerirsi la coscienza. Noi siamo creati da Dio, che ha lasciato in ogni uomo la sua traccia, pur offuscata dal peccato originale. Questo ce lo attesta la Scrittura, quando dice che l'uomo è fatto a immagine di Dio. A motivo di questa traccia presente in lui, nessun uomo può essere indifferente all'amore. Per questo il messaggio di Cristo è per ogni uomo. Ed è proprio dall'incontro con l'altro - debole, povero, solo - che possiamo riscoprire l'anelito profondo che abbiamo dentro, anche se a volte cerchiamo di nasconderlo dietro paure ed egoismi.

Quanto c'è di vero nella denuncia che viene da più parti a proposito di un certo "business della carità"?

Sono più propenso a parlare di ricerca a tutti i costi della visibilità. A volte sembra diventi un fattore determinante per la scelta di luoghi e modalità di intervento a favore di popolazioni bisognose. Certo, non si può neppure disattendere il ruolo positivo che i media svolgono, anche nel caso di catastrofi naturali:  l'esempio più eclatante e globale a suo tempo fu lo tsunami. Tuttavia è chiaro che per i nostri organismi la prima motivazione resta quella dell'amore gratuito che motiva a soccorrere il prossimo in difficoltà.

Lei ritiene che la perdurante crisi economica possa influire negativamente sul flusso caritatevole del prossimo anno?

Credo di sì. Perlomeno queste sono le indicazioni che negli ultimi mesi si raccolgono dagli organismi con cui siamo più in contatto. Sono diminuiti i fondi pubblici ed è diminuita anche la disponibilità di aziende a concorrere a progetti umanitari. Ha meno difficoltà chi vive di piccole elargizioni. Posso dire che l'"obolo della vedova" è quello che anche in questa occasione si mostra più resistente. Grazie a questo nella Chiesa si continua a realizzare una grande testimonianza di carità, che non è ristretta alle grandi occasioni, ma raggiunge nel quotidiano milioni di persone. E non si può non ringraziare chi rende possibile tutto questo.

Il Papa alla Fao ha denunciato lo scandalo degli sprechi a fronte della fame nel mondo. Perché si riesce a organizzare l'immediato invio di soccorsi a una popolazione solo in caso di grandi calamità, mentre cade nel disinteresse la morte quotidiana per denutrizione e si continua a mandare al macero la sovrapproduzione?

Andare alla radice di questa situazione è certo difficile. Noi possiamo solo ribadire che i mezzi per sfamare il mondo ci sono senza ombra di dubbio. Ma sono mal distribuiti. E questa è una costante che la Santa Sede non cessa di ripetere. Ne aveva fatto menzione il nostro Consiglio fin dal 1996 con un documento intitolato La fame nel mondo. Benedetto XVI nel suo discorso al vertice della Fao lo scorso 16 novembre ha invocato un'azione internazionale più forte basata su cooperazione, sussidiarietà e responsabilità, per contrastare nella pratica, e non solo a chiacchiere, proprio questo scandalo.

Cosa avete in programma per il prossimo anno?

L'iniziativa più importante sarà quella di ripetere l'esperienza dei corsi di esercizi spirituali formazione per presidenti e direttori di organismi caritativi cattolici. Quest'anno li abbiamo organizzati in Asia, a Taipei, dal 7 all'11 settembre, ed è stata veramente una grande occasione per approfondire il perché del nostro agire. Lo scorso anno li organizzammo in Messico, a Guadalajara, per il continente americano. Intuimmo subito che questi incontri avevano il merito di focalizzare l'attenzione su ciò che è all'origine della nostra azione. In sostanza chi deve trasmettere l'amore di Dio, deve prima di tutto nutrirsi lui stesso di quell'amore. Ora è in previsione un altro corso di esercizi a livello continentale.



(©L'Osservatore Romano 30 dicembre 2009)
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