A colloquio con il cardinale Jean-Louis Tauran sulle prospettive per questo nuovo anno

Libertà e reciprocità
alla base del dialogo tra le religioni


di Mario Ponzi

Nel segno del dialogo, ma nella reciprocità dei comportamenti. E nel rispetto del diritto - valido per tutti i popoli e ovunque istituzionalizzato - alla libertà religiosa. Non sembrano esserci altre strade per proseguire nella ricerca di un incontro costruttivo tra le religioni. Anche se ormai consegnata agli archivi della cronaca, la vicenda dei minareti svizzeri ha lasciato capire quanto cammino ci sia ancora da percorrere, prima di raggiungere livelli ottimali di convivenza tra gli uomini di diverse religioni. Ne abbiamo parlato con il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in questa intervista rilasciata al nostro giornale.

La recente controversia sui minareti in Svizzera può essere letta come un segnale delle difficoltà che ancora sussistono per assicurare un'armoniosa convivenza con i musulmani in Europa?

Non credo che quanto accaduto in Svizzera, meriti tanta più importanza di quella che effettivamente abbia. In assoluto va difeso il diritto di una comunità ad avere il proprio luogo di culto. Naturalmente è necessario armonizzare la costruzione con l'ambiente in cui viene ad inserirsi, con il paesaggio urbano, con il contesto culturale e con il complesso delle leggi e delle norme che regolano la vita della società. Per quanto riguarda invece il caso specifico, cioè il risultato del referendum tenutosi in Svizzera, secondo me suscita alcuni interrogativi che ritengo fondamentali. Innanzitutto chiama in causa la questione del ruolo dell'islam nell'Europa di oggi e in quella di domani. Per giustificare l'esito del referendum svizzero sono state dette tante cose. La più inquietante per me è stata quella di mettere in relazione il risultato negativo con un sentimento di paura nei confronti dell'islam. Mi domando se queste persone conoscono i musulmani, se hanno mai aperto il Corano. L'ignoranza è la madre di tutte le derive, e molto spesso è la causa di tante incomprensioni. Bisognerebbe prima conoscere, informarsi, cercare di capire.

Ma quali possono essere le difficoltà che la gente comune incontra nell'affrontare il dialogo con persone di altre religioni?

La mancanza di comprensione reciproca innanzitutto. Un principio valido in qualsiasi campo, anche non strettamente religioso. Ma fermiamoci alla questione dei musulmani europei. Intanto c'è da considerare la difficoltà, per la cultura islamica, del confronto con un contesto, come quello europeo, in cui vige una distinzione netta tra stato e religione, dunque tra leggi dello stato e precetti religiosi. I musulmani sono consapevoli che, vivendo in Europa, devono cercare di integrarsi il più possibile - tenendo naturalmente fede a quelli che sono i loro principi - con la società e con la cultura europea. Con quei grandi valori, cioè, che ne hanno fatto una terra di accoglienza e di dialogo. Dal canto loro gli europei hanno il dovere di accostarsi alla cultura musulmana per imparare a conoscerla. Quindi direi che la cosa principale da realizzare, in questo momento, è la mutua conoscenza. Conoscersi, dunque, spendere del tempo per acquistare familiarità, per portare avanti il dialogo per la vita. E vedere come si possa agire insieme, collaborando per il bene comune della società. Questo è il miglior progetto da portare avanti per il futuro immediato.

Nella sua recente visita in Indonesia lei ha fatto esperienza della convivenza pacifica tra maggioranza musulmana e minoranza cattolica.

Effettivamente l'Indonesia rappresenta un esempio particolare di convivenza pacifica tra le religioni. L'88 per cento della popolazione è musulmana; rappresenta il 22 per cento dei musulmani di tutto il mondo. Il 98 per cento è sunnita. Pochissime le frange estremiste. Tanto è vero che gli episodi di intolleranza religiosa sono molto rari. Nel Paese sostanzialmente si respira un clima di armoniosa integrazione istituzionale, che naturalmente coinvolge anche la piccola comunità cristiana, soltanto il 3 per cento della popolazione. Un'integrazione resa più facile in virtù della filosofia sulla quale si fonda la società indonesiana, la pancasila. Si basa su cinque principi essenziali:  un unico Dio, un'umanità riconciliata, l'unità dell'Indonesia, la democrazia, la giustizia sociale. Si tratta, ovviamente, di valori che favoriscono la convivenza. Riconoscersi in questi principi non è difficile. Io stesso ho esortato la minoranza cattolica indonesiana a continuare su questa strada. I risultati si vedono. Esemplari le quindici università cattoliche che arricchiscono il panorama formativo indonesiano:  sono considerate un fiore all'occhiello. Ho anche potuto toccare con mano la buona volontà di lavorare insieme dimostrata da una parte e dall'altra.

Un'esperienza dunque positiva?

Sì. Sicuramente da alimentare. Tanto è vero che ho proposto ai vescovi cattolici del Paese di dedicare almeno una domenica all'anno proprio al dialogo tra le religioni. Alle autorità musulmane ho chiesto di rivedere un po' i testi scolastici, perché spesso il cristianesimo viene presentato in maniera non sufficientemente corretta.

Questo suo viaggio in Indonesia rientra nella ricerca di un incontro con tutte le altre religioni del mondo?

Sì. Fa parte di un progetto avviato dal Pontificio Consiglio che presiedo proprio per dimostrare che non siamo solo alla ricerca del dialogo con il mondo islamico. Accanto all'islam vi sono altre religioni. E ognuna altrettanto degna della nostra attenzione. Sono stato in Kazakhstan, in India, in Giappone e quest'anno appunto in Indonesia. Ho anche tenuto recentemente una conferenza all'università di Tunisi su questo argomento.

Ha potuto verificare quali effetti abbia avuto il forum cristiano-musulmano, svoltosi in Vaticano dal 4 al 6 novembre dello scorso anno, e concluso dal Papa?

Sicuramente ha portato a una migliore conoscenza reciproca, a relazioni più fiduciose, ma anche e soprattutto alla convinzione che possiamo fare molte cose insieme. Importante è aver sottoscritto un comunicato congiunto, nel quale tra l'altro si affermava che cristiani e musulmani riconoscono la pari dignità e gli stessi diritti tra uomo e donna, che ogni persona ha il diritto di praticare la propria religione sia in privato sia in pubblico, che i simboli e i riti religiosi debbono comunque essere assolutamente rispettati e fatti rispettare, che non ci si deve servire della religione per favorire o giustificare il terrorismo e il fondamentalismo. Aver potuto scrivere insieme tutto ciò, non è cosa da poco. Fra due anni ripeteremo una simile esperienza, questa volta in Giordania.

Come sono state accolte queste novità dai musulmani?

Purtroppo una parte consistente della stampa araba ha ignorato l'incontro di Roma e i suoi ottimi risultati. Dunque difficile sapere quale sia stato il livello di penetrazione del messaggio. Resta anche da vedere se il miglioramento di cui abbiamo sinora parlato sia entrato realmente nell'anima musulmana al punto da coinvolgere anche le singole persone.

Nel mese di ottobre del prossimo anno si terrà l'Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi. Sarà in grado offrire alle comunità cristiane di quelle terre nuove motivazioni per fermarne l'esodo?

Il Sinodo per il Medio Oriente ha certamente tanti obiettivi. Sarà tuttavia un'assemblea di tenore eminentemente pastorale. Dunque io credo che alla fine sarà in grado di suggerire linee pastorali, orientamenti e strumenti validi per aiutare i cristiani del Medio Oriente a vivere e a testimoniare la fede restando nelle loro terre. Non so se la riflessione potrà sfiorare anche le questioni più strettamente sociali. Quel che è certo è che sarebbe insensato attendersi dal Sinodo una soluzione politica per la convivenza tra israeliani e palestinesi.

Tra i motivi che spingono i cristiani a fuggire da quelle terre, oltre all'insicurezza fisica, ci sono l'intolleranza religiosa e la mancanza di libertà di culto. Sono questi i veri ostacoli al dialogo?

Non solo questi. Tuttavia è certo che bisogna fare ancora molti passi in avanti in tal senso. Noi non possiamo tollerare, per esempio, che i nostri luoghi di culto siano ridotti, in alcuni Paesi islamici, a semplici musei. Ovunque i cristiani sono sempre disposti a collaborare con tutte le forze al raggiungimento della pace. Questo vale soprattutto nella regione mediorientale. Come per gli ebrei è importante disporre di una sinagoga o per i musulmani di una moschea, così per i cristiani è importante avere una chiesa. Altra cosa è poi la libertà di religione. È un diritto che dovrebbe essere definitivamente riconosciuto dalle legislazioni di tutte le società, senza distinzioni. Dovrebbe diventare un diritto civile. Attualmente la libertà di culto è assicurata in diversi Paesi islamici, per esempio in quelli del Golfo, a eccezione dell'Arabia Saudita dove quasi due milioni di cristiani non hanno alcuna possibilità di riunirsi per le loro celebrazioni o per pregare. Per questo hanno la sensazione, più netta in certi Paesi, di non essere considerati veri cittadini. Si sentono tollerati piuttosto che partner in un dialogo pubblico. E ciò non fa bene a nessuno. Per superare questo stato di cose è molto importante continuare sulla strada del dialogo, aprendosi alla conoscenza reciproca, per migliorare le nostre relazioni. Semmai c'è da capire in quale modo questo miglioramento, oggi quasi palpabile a livelli elitari, possa poi giungere alla base. È la vera sfida da raccogliere per assicurare quella "convivenza pacifica" invocata dal Papa nel suo recente messaggio natalizio alla città e al mondo.



(©L'Osservatore Romano 4-5 gennaio 2010)
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