La pista multietnica
di Singapore


di Cristian Martini

"I Governi passano le famiglie restano ecco la grande differenza tra noi e l'occidente, noi puntiamo tutto sulle famiglie, in occidente al contrario pensano che siano i Governi a dover risolvere ogni problema". Questo diceva qualche anno Lee Kuan Yew, primo ministro di Singapore per oltre 30 anni e attualmente ministro mentore, carica creata su misura nel 2004, quando suo figlio, Lee Hsien Loong, venne nominato primo ministro. In quello che potrebbe essere descritto come un Paese dal Governo ereditario - Lee Kuan Yew ha governato senza mai confrontarsi con una reale opposizione - la dichiarazione del ministro mentore potrebbe far sorridere, a maggior ragione se si pensa che, ancora negli anni Ottanta, i programmi introdotti dal Governo "a favore" delle famiglie prevedevano incentivi per limitare il numero dei figli nelle classi più povere e culturalmente svantaggiate. Qualsiasi conquista sociale di Singapore negli ultimi quaranta anni andrebbe letta - prima di suscitare facili entusiasmi - alla luce di questi fatti. La totale assenza di un'opposizione e di un dibattito pubblico è a sua volta causa di un generale appiattimento della coscienza critica, cosa che, dopo più decenni di partito unico, si traduce, soprattutto nelle nuove generazioni, in un freddo distacco dalla politica. Ciononostante, a cominciare dalle politiche scolastiche, volte al più assoluto e rispetto delle culture e delle confessioni religiose più diffuse, Singapore potrebbe presentarsi oggi come un grande laboratorio di studio per modelli di integrazione futuri o certamente alimentare un ampio dibattito sul tema.
Angela ha ventisette anni e insegna inglese alle scuole elementari. Nonostante il nome di origini latine, è una ragazza cinese, come il 75 per cento della popolazione. Il suo appartamento si trova al quindicesimo piano nella zona residenziale a est della città, appartamento che divide con una coppia, anche loro cinesi. Sulla porta d'ingresso c'è una croce di legno. Angela mi dice che i suoi coinquilini sono cristiani (qui costituiscono il 15 per cento della popolazione, come i musulmani, mentre gli indù sono circa il 5 per cento. Metà degli abitanti di Singapore è invece buddista e taoista). Angela è buddista, e nell'entrare nel piccolo appartamento, ammobiliato in modo minimale, si nota immediatamente un altarino con la statua della dea della misericordia che in candida veste siede sul classico fiore di loto. Mi dice che è lì che prega tutte le mattine. Sul davanzale opposto c'è una Bibbia.

Se c'è una cosa che stupisce di Singapore è lo straordinario miscuglio etnico e religioso. Qui c'è una little india, una china town, c'è il quartiere arabo, e il geylang sera, (il quartiere musulmani. Ma non avete problemi di convivenza?

Le uniche rivolte risalgono a più di quaranta anni fa. Quando Singapore era ancora parte della Malaysia. Lee Kuan Yew è stato abile nel creare le condizioni ottimali affinché quegli scontri non avvenissero più. La cosa più importante è stata l'introduzione dell'obbligo dell'inglese nelle scuole come lingua di base, e questo subito dopo l'indipendenza nel 1965, per cui già a partire dalla generazione seguente questo unico espediente è stato fondamentale per azzerare ogni conflitto tra le etnie, specialmente le più numerose, ossia quella cinese, malese e l'indiana. Se guardi in Malesia dove non c'è questa politica di una lingua neutrale per tutti, ma dove il malese è imposto come lingua obbligatoria, beh i conflitti etnici ci sono eccome, nelle scuole soprattutto. E poi la prima cosa che insegniamo qui a scuola è quella di rispettare la religione degli altri. Ognuno coltiva la sua, in privato come nel pubblico.

C'è un enorme tempio indù nel bel mezzo di china town...

Qui è normale. Il Governo finanzia la costruzione e il mantenimento sia di moschee che dei templi indiani e cinesi. A scuola ogni 21 luglio abbiamo la giornata della Racial Harmony. Succede che gli studenti cinesi devono vestire dei costumi tradizionali delle altre etnie e viceversa o recitare una poesia malese o rappresentare una danza indiana. Insomma ci educano alla diversità come un attributo di ricchezza culturale non di divisione, e questo già a sei anni.

A scuola avete anche l'obbligo di una seconda lingua, e spesso è la lingua parlata dal proprio gruppo etnico.

A scuola, quando c'è l'ora della lingua alternativa, ognuno va nella classe della lingua che ha scelto, che può essere o cinese o malese o tamil, ed è l'unico momento in cui ci si ritrova in classi etnicamente divise.

Anche la scelta dei nomi di battesimo sembra quasi un effetto delle politiche di integrazione più generali.

Noi tutti abbiamo quello che qui viene detto il nome cristiano, ma non chiedermi perché. Anche perché poi ci sono nomi che sembrano presi direttamente da una sit-com americana. Ho amici di nome Paul, Kevin, Mark, Samantha. Ognuno porta con sé anche il nome relativo alla propria origine etnica, per gli usi ufficiali, per cui avrai Samantha Chan, Angela Wen e così via.

Le stesse festività nazionali sono in qualche modo organizzate per ispirare un senso di unità e condivisione nelle differenze?

Qui il primo di gennaio festeggiamo il capodanno, come tutti. Poi abbiamo il capodanno cinese, il Deepavali, che è una festività indù, e poi a settembre e novembre - ma le date variano in accordo ai calendari musulmani - c'è l'Hari Raya Puasa e l'Hari Raya Haji che rispettivamente celebrano la fine del Ramadan e la fine del pellegrinaggio annuale alla Mecca. Anche se i musulmani sono solo il quindici per cento, le loro festività sono riconosciute a livello nazionale e valgono per tutti. Anche per i cristiani e gli indù. Certo solo i musulmani festeggiano l'Hari Raya ma quel giorno è comunque festa nazionale, nessuna lavora. Bisogna però dire che il coinvolgimento è generale, per esempio è tradizione che durante le celebrazioni del nuovo anno cinese si usi portare in dono ai propri amici delle arance, e questo anche se loro sono di origini malesi quindi per lo più musulmani e il dono non fa di certo parte della loro tradizione, eppure accettano di buon grado. Ho un vicino indù che ogni Deepavali - una delle feste più importanti per gli induisti - viene a casa ad omaggiarmi con dei regali.

Cosa pensi di Lee Kuan Yew e della politica nel tuo Paese?

"Lee Kuan Yew è quello che ci ha di fatto reso internazionali e indipendenti, cioè quello che tutti volevano in fondo. Ma sono totalmente scettica quando si parla di politica qui a Singapore. Qui non abbiamo mai avuto una reale opposizione, semplicemente non c'è mai stata.



(©L'Osservatore Romano 11-12 gennaio 2010)
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