L'arcivescovo Vegliò sulla Giornata per le migrazioni

La Chiesa lotta contro
le nuove schiavitù


di Mario Ponzi

In un contesto internazionale segnato da accoglienza e integrazione, da episodi ricorrenti di xenofobia e razzismo, dissertazioni su assistenza e respingimenti di immigrati irregolari, discussioni sul diritto alla cittadinanza, la Chiesa celebra - domenica 17 gennaio - la novantaseiesima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Il Papa ha proposto come tema di riflessione "Migranti e i rifugiati minorenni" nell'intento di focalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sul fatto che le prime vittime di questo vasto dramma sociale sono proprio i bambini. È un fenomeno che riguarda diversi Paesi del mondo. Coinvolge non solo migranti e rifugiati, ma anche intere fasce di popolazioni e non poche istituzioni. Dal canto suo "la Chiesa lotta contro le nuove schiavitù - ha detto l'arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti - con il pensiero e l'azione, con i mezzi a sua disposizione, conformi alla sua natura e missione". Monsignor Vegliò, nell'intervista rilasciata al nostro giornale proprio alla vigilia di questa celebrazione, offre diversi spunti per una serena ed equilibrata riflessione.

Il fenomeno migratorio pone in questi giorni una questione che si specchia in diverse realtà internazionali, in particolare nei Paesi di prima accoglienza. Quale può essere il contributo della Chiesa in questo momento?

Vede, dal nostro punto di vista si tratta, non tanto di una questione socio-politica (che pure esiste), quanto piuttosto di un dramma umano che interpella la comunità internazionale, affinché globalizzi la solidarietà. In quest'ottica, la Chiesa ritiene che collocare la persona umana al centro dell'attenzione sia condizione e premessa per un approccio adeguato al fenomeno. Facendo eco alla voce del Papa e alla Dottrina sociale della Chiesa continuiamo a ribadire senza sosta che i nodi principali dell'attuale fenomeno migratorio mondiale, sui quali l'attenzione della comunità internazionale non deve abbassare la guardia sono l'emigrazione femminile, in particolare il traffico e la tratta di minori e di giovani donne, il ricongiungimento familiare e l'immigrazione irregolare.

È proprio l'immigrazione irregolare a preoccupare di più in questo periodo.

Effettivamente si tratta di una realtà che rappresenta una grande sfida per la sollecitudine pastorale della Chiesa. Le persone senza regolare permesso di soggiorno, infatti, vivono in costante precarietà, sono estremamente vulnerabili di fronte a malavitosi senza scrupoli e sono escluse da progetti di integrazione, che tutelino la loro dignità umana e promuovano lo scambio interculturale. La loro fiducia è spesso riposta in una sola istituzione:  la Chiesa, la quale è chiamata, con la sua azione pastorale e caritativa, a farsi portavoce dei più deboli soprattutto nel sensibilizzare e stimolare le autorità di governo, affinché si impegnino a individuare percorsi capaci di coniugare sicurezza e sviluppo, accoglienza e legalità, partecipazione e mutuo rispetto dei doveri e dei diritti di tutti.

Tra i diritti il Papa domenica 10 all'Angelus ha indicato la piena integrazione.

Effettivamente è ora di pensare seriamente all'integrazione dei migranti. Busseranno sempre più numerosi alle porte delle società del benessere. Anche per essi, dunque, deve aprirsi la via della cittadinanza con pieni diritti, nel rispetto dei giusti doveri e nell'ambito della legalità, delle istituzioni, delle norme e delle tradizioni locali. Le società di accoglienza, viceversa, sono interpellate a vivere la piena carità, nel rispetto della dignità di ogni persona e nel trattamento equo dei lavoratori migranti. Sono convinto che un lavoratore migrante, con regolare impiego, che paga le tasse, rispetta le leggi e le tradizioni del Paese che lo ospita, ne impara la lingua e desidera integrarsi nel tessuto sociale che ormai sente proprio, certamente ha tutte le condizioni per aspirare a partecipare attivamente anche alla vita amministrativa e politica di quel Paese, che è la sua nuova patria. Quanto ai tempi e alle modalità, comunque, è ovvio che spetta a ogni singolo Stato legiferare in materia. Lo scorso mese di novembre, durante un congresso in Vaticano, ho avuto modo di ribadire l'urgenza di tendere la mano a tutti i migranti e ai membri delle loro famiglie, regolarizzando quanti si trovano in situazioni di precarietà e incoraggiando la partecipazione di tutti agli spazi di gestione sociale e civile. A livello nazionale e locale, poi, tocca ai responsabili dell'amministrazione civile e politica individuare le corrette strategie per tradurre nella quotidianità ciò che costituisce valore non negoziabile e verità da tutelare, nell'assunzione di doveri e nella difesa di diritti per tutti, senza distinzione.

Il messaggio del Papa per la Giornata propone l'attenzione sui minori.

Per quanto riguarda il Messaggio pontificio bisogna riconoscere che è di pressante attualità e davvero mi auguro che non venga disatteso dalla comunità internazionale. Sicuramente offre grande ispirazione al mondo cattolico e fa appello alle donne e agli uomini di buona volontà affinché si ponga maggiore attenzione alla tutela dei minori. Non è un caso che in esso, il primo elemento da sottolineare sia il richiamo al rischio, purtroppo oggi abbastanza evidente, che i diritti dei minorenni siano meno tutelati e promossi rispetto a quelli degli adulti, trattandosi di categorie di persone in condizioni di particolare debolezza e precarietà, del tutto dipendenti dal mondo degli adulti. L'umanità si trova oggi al banco di prova di una coscienza matura e sull'attenzione ai minori migranti si gioca la costruzione di una civiltà più ricca di valori, dove l'incontro dei popoli diventa autentica scelta di civiltà. Il futuro, infatti, passa per l'impegno interetnico, a partire dalla formazione delle giovani generazioni. E naturalmente le istituzioni scolastiche sono in prima linea nella formazione di giovani capaci di elaborare nuove mediazioni tra mondi culturali diversi, verso il completamento reciproco dei frammenti di verità. Per espletare efficacemente la sua missione, la scuola deve poter contare su rinnovati investimenti nella ricerca e nell'insegnamento sui temi riguardanti, per esempio, la democrazia, i diritti umani, la pace, l'ambiente, la cooperazione e la comprensione internazionale, la lotta alla povertà, il dialogo interreligioso e tutte le questioni connesse allo sviluppo sostenibile.

Ma quali percorsi di formazione si possono ritenere giusti?

Io ritengo che si debba partire dal rispetto e dal dialogo delle diversità. È una sfida importante. Per quanto riguarda la scuola è necessaria anche un'adeguata preparazione del corpo docente. Ma bisogna soprattutto aver presenti i diritti di questi bambini. Fa pena vedere chi emigra in giovane età, soprattutto per costrizione e, in ogni caso, senza possibilità di esprimere libera volontà. Senza dire, poi, che molti bambini sono reclutati, in alcune aree del mondo, per diventare soldati nei conflitti insensati degli adulti e dei potenti. Non si contano le bambine sfruttate, maltrattate e violate. Così, bambini e adolescenti spesso affrontano l'avventura o, meglio, le sventure dell'emigrazione, con o senza accompagnamento dei grandi, invece di dedicarsi al gioco, alla formazione educativa e alla crescita sana in un ambiente di serenità e sicurezza. I bambini migranti si ritrovano improvvisamente grandi senza aver vissuto la fanciullezza e la giovinezza, defraudati del diritto primario alla gioia, alla spensieratezza, alla speranza e al futuro. I nostri bambini sono curati in ogni loro necessità e desiderio:  perché i bambini migranti sono invece privati di carezze e sorrisi, di protezione e di svago? Non sono i medesimi bambini, ovunque nel mondo?



(©L'Osservatore Romano 17 gennaio 2010)
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