Intervista a Roberto Vecchioni a due mesi dall'incontro del Papa con gli artisti

E in Sistina ho rischiato una figuraccia


di Silvia Guidi

La vita è bellissima proprio perché è terribilmente complicata, le canzoni arrivano quando decidono di arrivare, basta aspettarle, la Bellezza con la b maiuscola non lascia mai tranquilli; parlando del suo lavoro - ma sarebbe meglio usare il plurale, viste le tante modalità in cui si declina:  cantautore, narratore, poeta, professore di lettere nei licei, conferenziere, studioso di storia delle religioni - Roberto Vecchioni lascia affiorare fatti, circostanze, ricordi, ritratti di maestri e colleghi, frammenti di vita passati al vaglio dell'esperienza e illuminati dalla lente della letteratura, accanto alle piccole e grandi scoperte emerse in trent'anni di album, concerti, romanzi, incontri sulla musica con i ragazzi - dagli studenti, e sono tantissimi, che hanno assistito negli anni alle sue conferenze in Italia e in Francia - senza atteggiarsi a star e senza guardare l'orologio, con gli occhi che sorridono sopra una maglietta con il logo del Dottor House e un sigaro sempre acceso che graffia e abbassa la voce.
Non manca mai l'ironia o il contrasto sorprendente, il contrappunto del registro basso nelle sue ballate per voce e strumenti, ma con le parole non si scherza, ci tiene a precisare il professore, come lo chiamano i suoi, non sono passatempi senza importanza:  per Vecchioni, cronista e collaboratore dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana per quanto riguarda il lavoro dei colleghi oltre che interprete delle proprie opere, la canzone d'autore è un genere letterario ben preciso, fatto di musica, testo, interpretazione. Se vengono trattate senza il dovuto rispetto, in modo meccanico, casuale e convenzionale, le parole finiscono per non significare più nulla; un fenomeno descritto dalla prosa surreale de Il libraio di Selinunte (Torino, Einaudi, 2007) in cui i termini che designano le cose spariscono di colpo, svuotati o logorati dall'uso; perché l'eccesso di semplificazione, a cui il nostro tempo tende costantemente in quasi ogni aspetto della vita, non fa bene allo spirito e "se la scienza facilita la vita, l'arte ha il dovere di complicarla".
La chiacchierata si svolge nella Milano delle sue canzoni più antiche e allegramente naïves, quella delle periferie ovattate di nebbia e segnate dai tralicci della ferrovia di Luci a San Siro e Via Ferrante Aporti, in un loft pieno di libri e poster anni Settanta. Ma passiamo subito a parlare di Roma, dell'incontro di un mese fa, quando il Papa ha invitato gli artisti sotto il poema della creazione della Cappella Sistina per far ripartire un dialogo da tempo frenato quando non del tutto interrotto ed invitarli a prendere coscienza della grandezza del loro compito.

Cosa ricorda di quel giorno?

Prima di tutto che ho fatto una figuraccia terribile. Io che sono sempre metodico e preciso, sono arrivato in ritardo. Un imprevisto dopo l'altro:  il taxi ha avuto un incidente, poi l'autista dell'altra macchina mi riconosce e mi ferma per un autografo, attraverso correndo piazza San Pietro pienissima di gente, salgo le scale senza fiato per l'emozione e l'imbarazzo, sento gli applausi e per fortuna arrivo appena in tempo per il discorso del Papa. A parte queste notazioni marginali e grottesche, c'è in tutta questa operazione della grande umanità e della grande intelligenza, perché uno dei campi di opinione più alti e più forti è proprio quello degli artisti, che possono sovvertire la mentalità, far cambiare di posizione. È in mano a loro non solo la bellezza, ma il modo di pensare, e in questo hanno più influenza degli industriali e dei politici. Ci possono essere artisti che continuano a essere contro, tanto per farsi belli e atteggiarsi in un certo modo, e artisti che incominciano a vedere la fede e la speranza in un modo positivo, ed è su questi che una grande Chiesa, un'ecumene cattolica ha bisogno di poggiarsi.

"La bellezza scuote e risveglia" ha detto il Papa nel suo discorso.

È stato un gesto serio, sincero, non è stata una sviolinata agli invitati; il Papa ha delineato il posto che abbiamo nella storia ma non ha posto limiti, nel senso che l'artista può essere pro e contro, basta che sia coerente alla sua persona, che viva la sua condizione di uomo seriamente. Poi ha citato una frase bellissima di Braque, "l'arte è fatta per turbare, la scienza rassicura". Eravamo tutti attenti. Ci ha catturati tutti, con il suo bell'italiano ampio e semplice, né aulico né popolare.

Dopo due Premi Tenco alla carriera, adesso è la volta del Premio Carlo Betocchi del Gabinetto Vieusseux di Firenze. Come nasce la sua "poesia in musica"?

Un album si fa per rispondere a una necessità, è un'impellenza, qualcosa che urge dentro, una specie di alta pressione, non puoi fermarti. È quasi una magia, un miracolo. È davvero una cosa strana, finché non tiri fuori tutto stai male, sei nervoso e distratto, la vita privata viene messa in minoranza, ascolti meno la moglie, i figli, gli amici. Pensi, leggi, guardi e ogni cosa è una scintilla, anche alla fermata del tram, leggi una frase e la sottolinei, è uno stato di grazia particolare che non ha niente a che vedere con l'esistenza banale, come la chiamavano gli esistenzialisti. Un'esistenza normale e quotidiana che io non disprezzo affatto, anzi amo moltissimo, mi piace andare al cinema o giocare a Monopoli con i miei figli. È quell'attimo lì che ti prende. Almeno è quello che succede a me, non so agli altri, c'è molta gente che fa finta, forse, io ce l'ho come impegno vero quello di scrivere, sia quando cerco di essere surreale e grottesco nei romanzi che quando cerco di essere vivo e autentico nelle canzoni; lo penso come qualcosa che deve restare, sono capace di stare due mesi su un aggettivo. Quello di cui non ho paura mai è l'ispirazione; quando arriva, arriva, è come essere in balia di qualche cosa.

"L'inspiegabile, l'unico, arriva come a scuoterti, svegliarti da un sonno di ordinarie, concilianti abitudini (...) i bambini hanno ancora di queste intuizioni" scrive ne Il libraio di Selinunte.

Dopo la laurea ero assistente in Cattolica, ho studiato per due anni i canti degli aborigeni australiani, la loro cultura orale esprimeva una profonda sacralità, la convinzione che Dio ci dà il permesso ogni stagione di ricostruire la vita. Spesso mi chiedono qual è il segreto per intercettare parole e musica e fonderle insieme. Non è necessario essere tristi, si può anche descrivere una grande gioia, ma serve un esercizio costante di attenzione, quello che chiamerei l'essere "freneticamente vigili" davanti a quello che si vive, a quello che si vede e alle emozioni che si provano. I cantautori... bisognerebbe guardarli negli occhi mentre parlano, così capisci subito se stanno giocando o no, se lo fanno per mestiere o gli è rimasta la passione di scrivere qualche cosa. Ogni volta che incomincio un disco devo avere la convinzione che cambierà qualcosa in me o nel mondo, sennò non inizio proprio. Devo pensare "questo mancava, bisogna farlo".

Cosa significa insegnare, nella sua esperienza?

È un lavoro lentissimo e paziente. Senza cultura siamo barbari, magari attrezzati dal punto di vista tecnologico, ma sempre barbari. Adesso tutto è autoreferenziale, la politica spiega se stessa, lo sport spiega se stesso, è un gioco senza fine e inutile. È la conseguenza di quella che i greci chiamavano hýbris, siamo convinti che tutto ci è dovuto. Il nostro mondo meccanicista e terra terra, che bada al sodo, all'avere piuttosto che all'essere, mi ricorda Fantasia di Disney:  arriva sempre un momento in cui non riusciamo a fermare le scope, siamo apprendisti stregoni incapaci di usare al meglio gli strumenti che abbiamo. Ho visto a lungo i documentari di Pasolini sul paesaggio; la sua opera è stata la sentinella di quest'armonia minacciata, sapeva bene che il culturale è il momento dell'intelligenza della magia del naturale, lo deve valorizzare, migliorare e "proseguire", non si deve sovrapporre o sostituire in modo violento. Il mondo nasce come una visione magica e meravigliata di tutto quello che accade; il sogno di Pasolini era saper costruire nella cultura come la natura suggerirebbe. La natura è una grande consolazione nella vita, anche la cultura deve consolare.

Torniamo al suo lavoro sulla storia recente della musica leggera in Italia. Lei ha scritto che con Modugno nasce il cantautore (tesi che spiega analizzando la complessa struttura metrica di una canzone apparentemente semplice come Volare). E ancora:  De Andrè è il poeta della ballata discorsiva, Gino Paoli ha scritto belle canzoni proprio "perché non sapeva scrivere canzoni", Battisti è il pifferaio di Hamelin, in simbiosi perfetta con Mogol, Carmen Consoli è la Gaspara Stampa del rock, Luca Carboni il cantore della purezza e della tenerezza, Paolo Conte il cantautore più cosmopolita e meno italiano. Chi è invece Vecchioni?

Un ateo pieno di speranze, con una grande fede dentro; so che è una contraddizione, ma è così.



(©L'Osservatore Romano 21 gennaio 2010)
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