Intervista al presidente della Caritas locale

Gli haitiani temono
di essere abbandonati


di Alessandro Trentin

"Ora i sopravvissuti hanno bisogno soprattutto di sentire che siamo loro vicini, hanno bisogno di incoraggiamento e di speranza. Hanno bisogno di sentire dire:  Siamo in piedi e vogliamo restare in piedi!". Dalla devastata terra di Haiti giunge forte e determinata l'invocazione del presidente della Caritas locale, il vescovo di Anse-à-Veau et Miragoâne, Pierre-André Dumas. Il presule racconta, in un'intervista a "L'Osservatore Romano", del gigantesco piano di mobilitazione messo in atto dalla rete delle Caritas per favorire una celere ricostruzione del Paese e, in particolare, sottolinea la necessità che non vada perduta la speranza in un futuro migliore.

Da Haiti giungono notizie riguardanti alcune polemiche circa la gestione dell'emergenza. Qual è la situazione?

Se ci sono polemiche, certamente queste non riguardano la Chiesa cattolica. Per quello che compete a noi, la macchina dei soccorsi gestita dalle Caritas è a regime. Io personalmente, assieme a un funzionario della Caritas Internationalis, coordino gli interventi e sono il referente anche di altre organizzazioni umanitarie non religiose. Quello che osserviamo, tuttavia, è che far giungere dal cielo, paracadutandoli sui villaggi, i sacchi di cibo e altro materiale, come hanno programmato i soldati americani, non ci pare la soluzione più idonea. Noi abbiamo scelto di inviare direttamente dei camion con i generi di soccorso, senza farli attendere nei depositi, come è peraltro accaduto, provocando caos nei collegamenti.

Quante sono le Caritas attualmente impegnate ?

Per il momento una quindicina. Ci sono quelle dell'America Latina, dell'Italia, della Germania e della Svizzera. La Caritas del Messico, tra le altre, ha anche inviato un'equipe di soccorritori muniti di cani che si stanno rilevando molto utili per trovare le persone ancora vive sotto le macerie. La Chiesa, tramite l'impegno delle Caritas, sta dando prova di vera leadership e di forte unità. Questa è la migliore risposta alle polemiche e a quanti vogliono che l'emergenza diventi una gara a chi fa meglio e prima. Essere migliori significa scoprire Dio nel volto sofferente di ogni persona e rendere concretamente l'aiuto tempestivo ed efficace, senza perdersi in inutili questioni.

Di che cosa ha bisogno soprattutto la popolazione ?

Servono naturalmente i generi di primo soccorso:  cibo, acqua, tende e kit igienici. Ma, mi permetto di dire, la popolazione ha bisogno soprattutto di non sentirsi abbandonata. Il timore è che tutto si risolva in un'ondata di aiuti materiali, senza che a questi segua un serio piano di ricostruzione. Il rischio è che si speculi sull'emergenza, mentre occorre innanzitutto manifestare una prossimità spirituale umana e fraterna. Il popolo haitiano ha già sofferto per lotte fratricide e altre calamità naturali. Per questo ha bisogno di non perdere la fiducia, ha bisogno di sentirsi dire:  "Siamo e resteremo in piedi!".

Intanto, la comunità ecclesiale piange le sue vittime.

Il 23 gennaio celebreremo i funerali dell'arcivescovo di Port-au-Prince, Joseph Serge Miot e del vicario generale, Charles Benoît. La sepoltura avverrà provvisoriamente presso la struttura che ospita la Conferenza episcopale. Alle due vittime si devono aggiungere sei sacerdoti diocesani, quarantacinque religiosi, quaranta seminaristi e quindici giovani che si stavano preparando alla professione religiosa. Ma temiamo che i morti siano di più.



(©L'Osservatore Romano 23 gennaio 2010)
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