Intervista al direttore del Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations

Se ebrei e cristiani si conoscessero meglio


da Betlemme Sara Fornari

Nel suo ufficio presso l'Istituto per gli studi ecumenici Tantur, che sorge su un'altura prospiciente Betlemme, alla periferia della città santa, il professor Daniel Rossing osserva pensoso i titoli dei giornali israeliani all'indomani della visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma. Una foto tra scritte ebraiche a lettere giganti rappresenta l'intenso scambio di sguardi tra il Papa e il rabbino Di Segni. Una foto che, commenta Rossing, "va oltre tante parole". Il direttore del Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations (Jcjcr), già capo del Dipartimento per le comunità cristiane del ministero israeliano per gli Affari religiosi, è profondo conoscitore della realtà del dialogo ebraico-cattolico in Israele e della presenza cristiana in Terra Santa. Così commenta la visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma:  "È stato commovente assistere a quest'evento. Ogni visita del Pontefice, capo della Chiesa cattolica, a una sinagoga ebraica ha un grande significato per il progresso delle relazioni, che negli ultimi sessanta-settanta anni si sono sviluppate positivamente. E questo è un ulteriore passo, un gesto molto bello da parte del Papa".

Pensa che le critiche della stampa locale rispecchino l'opinione degli israeliani?

Penso che uno dei problemi principali in Israele sia il fatto che, purtroppo, la maggior parte dell'opinione pubblica ebraica non è consapevole del processo storico, dei cambiamenti rivoluzionari che hanno avuto luogo nell'atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei e il giudaismo. Ciò è avvenuto non solo nei documenti ufficiali ma anche attraverso sforzi concertati e costanti. Purtroppo, l'unica cosa che la stampa israeliana riporta è che esistono dei problemi, fornendo un quadro distorto delle cose. Ma problemi ci sono in ogni relazione umana. Se però guardiamo come stanno veramente le cose, la realtà è che nei rapporti ebraico-cristiani stiamo assistendo a un continuo e grande progresso. Abbiamo quindi il compito - in modo particolare noi del Centro per i rapporti ebraico-cristiani di Gerusalemme - di rendere il popolo israeliano più consapevole dei grandi passi di avvicinamento compiuti dalla Chiesa cattolica anche attraverso il riesame degli insegnamenti tradizionali riguardanti gli ebrei. In questo Paese, abbiamo il grande compito educativo di informare meglio gli israeliani sulla Chiesa cattolica di oggi, distogliendo l'attenzione di qualcuno dal focalizzarsi sempre sul passato.

I giornali, comunque, sottolineano l'accoglienza calorosa della comunità ebraica e il fatto che il Papa abbia onorato la memoria delle vittime di due tragici eventi.

Io che lavoro in Terra Santa dove simboli e gesti giocano un ruolo preminente nelle relazioni tra i diversi gruppi, penso che nel mondo occidentale ci concentriamo troppo sulle parole, mentre bisogna concentrarsi di più sui gesti, sulle azioni. Per questo penso che il gesto di Benedetto XVI, che si è fermato davanti al memoriale della comunità ebraica di Roma, sia un segno che dice mille, diecimila volte più delle parole. Il fatto che il Pontefice sia andato in sinagoga è un gesto importante di per sé. Anche in Israele sarebbero auspicabili segnali di avvicinamento alla minoranza cristiana locale da parte della leadership ebraica.

Cosa l'ha colpita in particolare?

Ho trovato molto significativo il fatto che in sinagoga fossero presenti anche il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, l'arcivescovo di Akka dei Greco-Melkiti, Elias Chacour, il custode di Terra Santa, Pierbattista Pizzaballa, il nunzio apostolico in Israele e in Cipro, arcivescovo Antonio Franco, e il vicario patriarcale per Israele di Gerusalemme dei Latini, vescovo Giacinto Boulos-Marcuzzo. Questo mette in luce il fatto che la Chiesa locale di Terra Santa è parte della Chiesa universale e quindi anch'essa partecipa al miglioramento delle relazioni tra cattolici ed ebrei e lo Stato di Israele. Ed evidenzia il fatto che i rapporti ebraico-cattolici non possono basarsi soltanto sull'atteggiamento della Chiesa cattolica verso gli ebrei e il giudaismo ma anche su quello del mondo ebraico nei confronti dei cristiani. La presenza dei rappresentanti delle comunità cattoliche locali insieme al Papa sottolinea la necessità di assicurare il benessere della minoranza cristiana in Terra Santa, punto evidenziato dalla visita apostolica di Benedetto XVI nel maggio scorso.

Una recente sentenza del tribunale della comunità ebraica ultraortodossa di Gerusalemme ha fatto segnare passi avanti sulla strada del reciproco rispetto.

Tra i problemi per la minoranza cristiana locale c'è quello, deplorevole, degli ebrei ortodossi che sputano addosso a religiosi e sacerdoti, specialmente nella città vecchia di Gerusalemme. Sono contento che il tribunale della comunità ebraica ultraortodossa di Gerusalemme abbia pubblicato una sentenza molto chiara che condanna questo gesto come una diffamazione di Dio, invitando tutti ad agire, anche con la persuasione, per fermare tale deplorevole fenomeno. I giudici hanno dimostrato attenzione ai buoni rapporti, anche in Israele, tra le Chiese locali e le comunità ebraiche.

Il Papa ha parlato dei dieci comandamenti, sottolineando tre punti fondamentali:  la sacralità della famiglia, la santità della vita e il valore di ogni persona umana, la missione comune di ebrei e cristiani di risvegliare nella nostra società l'apertura alla dimensione trascendente.

Questi punti sono al centro del dialogo in corso tra i rappresentanti del Gran Rabbinato di Israele e della Chiesa cattolica, incontri che si svolgono alternativamente a Roma e a Gerusalemme. Nonostante le differenze, abbiamo bisogno di lavorare insieme per un mondo migliore, dove la famiglia sia un vincolo di unità, dove la vita umana sia garantita per tutti gli esseri umani, nel quale attingiamo al trascendente e alla potenza di Dio ed ebrei e cristiani possano lavorare nel rispetto reciproco. Vorrei menzionare che di recente, in un'importante rivista culturale israeliana ("Tchelet"), è stato pubblicato un editoriale che richiamava gli ebrei a riconsiderare il loro tradizionale atteggiamento sospettoso, e spesso negativo, nei confronti del cristianesimo, a cercare vie per lavorare insieme in un mondo che ha un bisogno disperato di valori umani, ispirati da fonti divine. Occorre maggiore sensibilità. Nel febbraio scorso, sul canale israeliano 10, è stato diffuso un programma che presentava una satira disgustosa nella grafica e nelle parole, blasfemica, sulla Madonna e su Gesù. Quando la rete televisiva ha presentato le sue scuse ai cristiani locali, ha detto:  "Non avevamo idea che fosse così offensivo!". Questo è il problema:  non si conosce abbastanza il prossimo da sapere ciò che può offenderlo. Gli ebrei non capiscono che gli scherzi che fanno possono essere tanto offensivi per i cristiani. Se si scherza su Mosè, questo non tocca molto gli ebrei, ma se si tocca la Shoah.

State lavorando molto per combattere questo deficit di conoscenza?

L'ignoranza è certo uno dei nostri peggiori nemici. Spesso insieme all'ignoranza e alla non-conoscenza dell'altro sorgono il sospetto e, peggio, pensieri negativi. Se non conosci gli altri, cominci a sospettare, poi li incontri e tutto cambia. Un esempio è quello che avviene negli incontri che organizziamo per i giovani. La prima volta che i bambini ebrei incontrano gli arabi cristiani capita di sentir dire ai genitori:  "Ma guarda, sono come noi!". Pensavano forse di incontrare dei terroristi, degli antisemiti. L'ignoranza che nasce dalla mancanza di contatto è molto pericolosa. Noi lavoriamo costantemente per facilitare l'incontro, affinché le persone abbiano l'opportunità di trovarsi l'uno davanti all'altro. Come nell'incontro tra Giacobbe ed Esaù nella Bibbia. È solo quando possiamo veramente vedere il volto dell'altro, senza intermediari, che scopriamo anche il volto di Dio. Da questo punto di vista, Gerusalemme è forse uno dei luoghi più difficili per l'incontro. Ma Gerusalemme racchiude tutto:  questa è la sua bellezza e la sua ricchezza.

Cosa si propone di fare il Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations?

Il Jcjcr si occupa di tutti gli aspetti dei rapporti tra la maggioranza ebraica in Israele e l'indigena e storica comunità cristiana di Terra Santa. Queste relazioni sono molto diverse da quelle esistenti per esempio in Francia, in Italia o in America, soprattutto per il rovesciamento del rapporto maggioranza-minoranza. Il nostro compito è cercare di superare i pregiudizi, gli stereotipi, l'ignoranza, ma anche di costruire e promuovere buoni rapporti, empatia. Svolgiamo dei programmi educativi e il 99 per cento del nostro lavoro è con ebrei, in quanto maggioranza, che aiutiamo a capire meglio la comunità cristiana locale. Siamo anche impegnati in un lavoro di incontro, soprattutto con i giovani, a volte ragazzi tra gli 11 e i 12 anni. Il programma per i giovani coinvolge attualmente sei scuole cattoliche dell'area di Nazaret, insieme ad altrettante scuole ebraiche. Ho lavorato in questo campo per quasi quarant'anni; il centro è nato nel 2003. Abbiamo iniziato con settecento persone; ora lavoriamo con quattromila persone ogni anno, su diversi piani. Il centro cresce progressivamente, è sempre più riconosciuto da responsabili e organizzazioni che ci domandano consigli e programmi. Ne sono molto contento, ma abbiamo ancora tanto lavoro da fare.



(©L'Osservatore Romano 23 gennaio 2010)
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