Intervista al vescovo Brian Farrell

Per l'unità
di due miliardi di cristiani


di Marta Lago

Due miliardi di cristiani. Ognuno con la sua parte di responsabilità nella costruzione dell'unità. Un'unità voluta da Cristo, nel quale tutti credono. Ecumenismo è una parola che s'identifica con difficoltà e sforzi, ma anche con la speranza della preghiera fiduciosa alla quale da un secolo ogni anno è dedicata una Settimana. Appuntamento ineludibile di preghiera condivisa e di conversione, perché l'unità è un dono di Dio che deve trovare cuori ben disposti. E perché da essa dipende l'impulso missionario. Un lavoro instancabile che, nella Chiesa cattolica, è promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, come spiega il suo segretario, il vescovo Brian Farrell, in questa intervista.

Qual è stata l'efficacia - se si può parlare in questi termini - della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani nel corso della sua storia?

La Settimana è da oltre un secolo un susseguirsi di sforzi; due anni fa abbiamo celebrato il centenario della Settimana di preghiera, che fu ideata da padre Paul Wattson, cofondatore della "Society of the Atonement" - anglicani che passarono al cattolicesimo. Con il sostegno di Leone xiii, l'ottavario assunse un ruolo importante nella Chiesa cattolica. Successivamente, con altri gruppi protestanti che già seguivano un'iniziativa simile per proprio conto, si decise che tale Settimana fosse preparata ogni anno in collaborazione con questo dicastero, in rappresentanza della Chiesa cattolica, e della Commissione fede e costituzione del Consiglio mondiale delle Chiese. Si pianifica annualmente in un Paese. Quest'anno è stata scelta la Scozia, dove cristiani di diverse Chiese hanno partecipato alla preparazione del suo testo base. Qui si celebrò la famosa Conferenza missionaria del 1910 nella quale più di 1.200 delegati di organizzazioni protestanti missionarie si chiesero:  come possiamo essere più efficaci nella missione visto che siamo divisi e per questo diamo scandalo come cristiani? Nacque un movimento spirituale-teologico di riflessione sul problema della divisione fra cristiani che portò, nel 1948, alla fondazione del Consiglio mondiale delle Chiese. Né ortodossi né cattolici erano presenti nel 1910 a Edimburgo. Attraverso il concilio Vaticano ii, la Chiesa cattolica entrò formalmente in questo movimento ecumenico. Oltre al suddetto centenario, quest'anno celebreremo i cinquant'anni di questo Consiglio pontificio incaricato di promuovere l'unità dei cristiani.

Come vi state preparando a queste "nozze d'oro"?

Pensiamo di celebrare il cinquantenario a novembre, in coincidenza con la nostra plenaria, per rendere grazie a Dio per quanto si è ottenuto - che è moltissimo - in questi cinque decenni nella Chiesa cattolica per far avvicinare il giorno della piena unità dei cristiani. Prevediamo inoltre un evento accademico per ricordare i motivi che diedero origini a questo "Segretariato" - così si chiamava allora - istituito da Giovanni xxiii alla vigilia del concilio Ecumenico Vaticano ii e che da allora ha avuto come guida i cardinali presidenti Bea, Willebrands, Cassidy e ora Kasper. Cinquant'anni dopo, andiamo avanti con un enorme lavoro consistente in dialoghi, contatti, delegazioni, visite reciproche e studi, per cercare di passare dalla comunione incompleta fra cristiani alla comunione completa che vuole il Signore.

È realistico affermare oggi che il cammino ecumenico può contare su più speranze che ostacoli?

Ritengo che abbiamo una consapevolezza più profonda della preghiera del Signore quando nell'ultima cena chiede al Padre che "tutti siano una cosa sola perché il mondo creda". Noi cristiani siamo oggi maggiormente convinti che la missione sia essenzialmente legata alla testimonianza dell'unità. Allo stesso modo, siamo più consapevoli del fatto che il mandato ricevuto dalla Chiesa di predicare il Vangelo a tutte le nazioni sarà sempre vittima di questa divisione, poiché non parliamo con una sola voce. Finché ciò accadrà, la missione sarà indebolita.

Quest'anno il nucleo della Settimana è stato la testimonianza. Ma, prima d'essere testimoni, è necessaria un'esperienza d'incontro con Cristo. Non crede che bisognerebbe sottolineare maggiormente questo aspetto?

Di fatto, la Settimana è "di preghiera e di conversione". Conversione a Cristo. I discepoli, in cammino verso Emmaus, avevano bisogno dell'esperienza di Cristo risorto. E ciò li trasformò in messaggeri, in testimoni. Certamente anche oggi abbiamo un enorme bisogno, noi cattolici e tutti i cristiani, di un rinnovamento della nostra fede, di un'esperienza viva della presenza di Cristo risorto, dell'opera dello Spirito Santo che anima la missione.

In alcuni ambiti si potrebbe percepire la promozione dell'unità dei cristiani come un mero obiettivo per unire le forze.

L'unità dei cristiani non si basa su accordi o strategie, né sarà il frutto del conseguimento di un'intesa teologica migliore. L'unità dei cristiani è unità in Cristo, e quindi un dono della grazia. È la partecipazione ai doni che Cristo dà, attraverso il battesimo, a tutti i cristiani.

Come può un semplice fedele cattolico assumersi la propria responsabilità ecumenica?

In primo luogo partecipando alla grande preghiera per l'unità dei cristiani, soprattutto nella Settimana a essa dedicata. Ma dovrebbe anche riflettere sul suo atteggiamento verso gli altri:  se è aperto, se desidera conoscerli, se negli incontri viene riconosciuto, per il suo esempio, come un vero cristiano.

Quali  sono  i  rischi  del  cammino  ecumenico?

Il più grande è la rassegnazione. Il cammino ecumenico è lungo e complesso. Ed è facile che la prospettiva di una meta non ancora raggiunta susciti una certa frustrazione. Specialmente nella Chiesa cattolica, le speranze ecumeniche  attorno  al  concilio  Vaticano ii erano molto vive. Ora, a distanza di cinquant'anni, sappiamo che resta molto da fare, sia teologicamente sia nella purificazione interiore degli atteggiamenti. Sono necessarie pazienza e forza spirituale per perseverare.

Quali altre ripercussioni ha la Settimana "di preghiera e di conversione" per l'unità dei cristiani?

Si concretizza come incontro. La Settimana offre l'opportunità di molti momenti di preghiera e di riflessione, di lettura comune della Bibbia fra cristiani di diverse confessioni, e questo è sempre positivo. Reca frutti al di là di quanto si percepisce nell'immediato.

Settimana che si conclude con i secondi Vespri della solennità della conversione dell'Apostolo delle genti, che il Papa presiede nella basilica di San Paolo fuori le Mura.

Senza dimenticare che questa Settimana si celebra in tutte le diocesi del mondo. Lo stesso fa la diocesi di Roma. E la presenza del suo vescovo è già una grande tradizione nella conclusione della Settimana.

Alla celebrazione normalmente partecipano anche le altre comunità cristiane di Roma.

Sì, quest'anno è prevista la partecipazione del metropolita Gennadios di Venezia, rappresentante ortodosso del Patriarcato ecumenico, e di molti sacerdoti e studenti ortodossi; da parte anglicana, il rappresentante dell'arcivescovo di Canterbury, che è il direttore del centro anglicano di Roma, il canonico Richardson; il pastore luterano Milkau; il rappresentante della Chiesa apostolica armena, l'archimandrita Aren Shahinian e molti altri.

Celebrazione per la diocesi di Roma, ma con una portata universale. Piena di gesti che trasmettono a volte più delle parole.

A iniziare dalla partecipazione stessa di questi rappresentanti cristiani. La preghiera conclusiva di ogni salmo viene letta dal metropolita Gennadios, dal canonico Richardson e da Benedetto XVI; le letture da altri rappresentanti cristiani e le intercessioni da cattolici, ortodossi e altri membri delle comunità cristiane.

Possiamo definire San Paolo fuori le Mura come l'epicentro dell'ecumenismo?

Sì. Anche perché Giovanni Paolo ii approvò un nuovo statuto per la basilica nel quale definì chiaramente il suo carattere ecumenico. È un luogo fondamentale perché accoglie la tomba del grande apostolo e teologo dell'unità del Corpo mistico di Cristo e quindi di una figura che attrae tutti i cristiani.

Qual è la testimonianza comune che possono dare due miliardi di cristiani?

Viviamo in una società sempre più secolarizzata:  ci si dimentica della presenza di Dio. Noi cristiani possiamo contare sui fondamenti della nostra fede comune, sulla stessa dottrina trinitaria, cristologica. Dobbiamo quindi rendere testimonianza della nostra fede in Dio e possiamo inoltre collaborare alla promozione di moltissimi valori evangelici, come la dignità della persona, i diritti umani e il rispetto per la famiglia. Certamente oggi dobbiamo affrontare nuove questioni etiche sulle quali i cristiani divergono; su questo punto dobbiamo continuare a dialogare e a ricercare il significato più profondo del messaggio evangelico per superare queste nuove divergenze.

Qual è l'orizzonte attuale del lavoro del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani?

Si orienta sempre a creare nuovi rapporti con tutti i cristiani, Chiese e comunità. È un'opera di dialogo, di contatto, d'incontro personale che si realizza in numerosissimi forum internazionali. Una parte importantissima del lavoro del dicastero consiste nell'organizzazione e nel proseguimento dei dialoghi teologici. In questo momento sono in corso quindici dialoghi formali con diverse Chiese o Comunioni mondiali. Bisogna sottolineare che la promozione dell'unità dei cristiani passa attraverso l'animazione ecumenica all'interno della stessa Chiesa cattolica, poiché esiste il rischio di dimenticare che non possiamo vivere nell'autosufficienza. La Chiesa cattolica ha una responsabilità particolare, non solo perché è la più numerosa, ma anche perché al centro del suo ministero e della testimonianza del Successore di Pietro c'è la ricerca dell'unità.

E Benedetto XVI ha fatto dell'ecumenismo uno dei punti forti del suo pontificato.

Certamente. Come tutti i Papi dal concilio Vaticano ii. Benedetto XVI ha un interesse particolare perché già quando era giovane sacerdote, partecipava formalmente ai dialoghi, in Germania con i luterani, a livello internazionale con gli ortodossi. Conosce la materia a fondo e quindi collabora personalmente alla promozione di tali dialoghi.

Può suggerire una parola di incoraggiamento per l'itinerario ecumenico?

Non c'è motivo di dubitare del cammino che stiamo seguendo. In cinquant'anni le cose sono radicalmente migliorate. Dalla carenza di contatti con gli altri cristiani e l'inesistente partecipazione alle grandi riunioni ecumeniche siamo passati attualmente a una forte presenza della Chiesa cattolica in tutti gli incontri. Abbiamo percorso già un lungo tratto del cammino. Ancor meno ci sono motivi per pensare che lo Spirito Santo smetterà di infondere nella Chiesa la luce e la forza per raggiungere poco a poco nuove mete in questo lungo tragitto.

Torniamo al punto di partenza di questa Settimana, Edimburgo.

A giugno vi si celebrerà il centenario di questa celebre Conferenza missionaria. È importante sottolineare, perché forse pochi lo sanno, che da vari anni la Chiesa cattolica, in diverse parti del mondo, attraverso facoltà teologiche, seminari o università, sta partecipando a un grande processo di studio sul rapporto fra ecumenismo e missione. L'appuntamento di giugno a Edimburgo sarà prima di tutto un'occasione per avvicinare tutti questi studi e offrire un contributo efficace alla coscienza missionaria di tutti i cristiani. A Edimburgo ci saranno momenti di studio e altri di celebrazione liturgica e vi giungeranno delegati di tutto il mondo in rappresentanza delle Chiese e delle comunità cristiane. Noi cattolici vi parteciperemo con una delegazione composta da dodici membri, di vari Paesi e della stessa Chiesa in Scozia. Vi parteciperanno anche esponenti del suddetto processo di studio per presentare i frutti di tale sforzo. E speriamo che i cattolici saranno in molti a interessarsi a tutto ciò.



(©L'Osservatore Romano 25-26 gennaio 2010)
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