La realtà della Chiesa in Romania illustrata dall'arcivescovo Ioan Robu, presidente della Conferenza episcopale

La cattolicità
vissuta nella pluralità


di Nicola Gori

"Veramente viviamo la cattolicità nella sua pluralità" in un territorio abitato da comunità di credenti appartenenti a diversi ceppi linguistici, che si tramandano una molteplicità di tradizioni ecclesiali. È un'ampia visione generale della situazione della Chiesa in Romania quella delineata nell'intervista al nostro giornale da monsignor Ioan Robu, arcivescovo di Bucarest e presidente della Conferenza episcopale romena, in questi giorni a Roma per la visita ad limina apostolorum. Il presule affronta anche i temi del dialogo con gli ortodossi, dell'immigrazione di tanti romeni e dell'integrazione del Paese nell'Unione europea, con i risvolti economici che essa comporta.

I cattolici, nei due riti latino e bizantino-romeno, rappresentano una minoranza nel Paese. Costituiscono comunque una ricchezza nella diversità?

Lo spazio romeno è sempre stato un ambito in cui, alla costante presenza di un popolo, che affonda le proprie radici nell'età romana e che ha avuto una sua specifica vicenda religiosa nel contesto dell'ecumene cristiana, si sono associate ulteriori esperienze ecclesiali e culturali, talvolta legate all'insediarsi di altre popolazioni in momenti diversi della storia. Anche attualmente in territorio romeno si ritrovano, con consistenza evidentemente diversa, comunità di credenti appartenenti a ceppi linguistici molteplici - romeni, ungheresi, tedeschi, italiani, slovacchi, polacchi, ucraini, armeni - che condividono la comunione cattolica, vivendola secondo una pluralità di tradizioni ecclesiali:  bizantina, latina, armena. Veramente viviamo la cattolicità nella sua pluralità.

Come pensa si possa risolvere la scottante questione della restituzione degli edifici sacri alla Chiesa cattolica confiscati dal regime nel 1948?

La soluzione sarebbe molto semplice:  restituire ai greco-cattolici le loro cattedrali e alcuni monasteri; quanto ai villaggi, là dove prima del 1948 esistevano due edifici di culto, uno ortodosso l'altro greco-cattolico, riconsegnare quest'ultimo alla comunità unita, cioè greco-cattolica, e dove l'edificio di culto era ed è rimasto unico - perché originariamente la comunità era esclusivamente greco-cattolica - permettere alle due comunità di celebrare in esso a orari distinti.

Qual è l'apporto della comunità greco-cattolica alla vita del Paese?

La Chiesa unita ha offerto un umile, ma concreto esempio di resistenza al totalitarismo e di affermazione di libertà interiore di fronte alla brutalità del potere, in nome della dignità della persona e dell'inviolabilità della sua coscienza. Partendo da questa eredità la Chiesa unita, benché decimata, benché ancora in una situazione di emergenza, che tende a impedirle di riprendere serenamente la sua collocazione nella società, assume un significato fondamentale per l'oggi e per il futuro del Paese. Si tratta di un significato che prescinde dagli stessi aspetti demografici, consistendo anzitutto in un messaggio ideale di valore universale - rispetto della persona, appello alla responsabilità individuale - estremamente prezioso nel contesto della ricostruzione del Paese e della sua proiezione nel complesso contesto europeo.

L'ingresso della Romania nell'Unione europea ha favorito un miglioramento delle condizioni sociali ed economiche o si è trasformato in un incentivo al consumismo e al materialismo?

La Romania ha vissuto per quasi mezzo secolo sotto un regime totalitario. La liberazione del 1989 ha significato per il popolo romeno tornare a respirare, sebbene non si sia subito riusciti a far fruttificare in modo compiuto il bene prezioso della libertà. In questo senso, l'entrata in Europa nel 2007 è stata considerata, in un certo qual modo, la compiuta liberazione dal comunismo. Nei confronti del processo d'integrazione nell'Unione europea, i romeni hanno nutrito grandi speranze e aspettative, che peraltro non hanno trovato totale conferma. L'Europa era un modello, sotto molti aspetti; ma talvolta si sono recepiti esclusivamente la legge di mercato e il consumismo. Gli sconvolgimenti comportati dalla conversione dell'economia di Stato in una vita economica fondata sulla libertà d'impresa, la conseguente chiusura d'interi complessi industriali obsoleti e improduttivi hanno spinto - in un contesto di acquisita libera circolazione - alla ricerca di lavoro all'estero, sicché la migliore mano d'opera romena si trova attualmente sparsa in tutta Europa. Da questi emigrati fluiscono risorse economiche fondamentali per le rispettive famiglie, con riflessi anche per lo Stato romeno. In questo senso si può dire che la nuova situazione ha significato per molte persone un miglioramento della situazione materiale. Peraltro la migrazione ha prodotto anche gravi problemi sociali:  nuclei familiari smembrati, figli abbandonati, traffico di persone per lavoro o per la prostituzione, diffusione della droga. La situazione della Romania è attualmente assai delicata e non sarà facile risolvere i gravi problemi connessi a disoccupazione e migrazione. In ogni caso l'Unione, non soltanto permette a molti giovani qualificati di trovare a livello europeo un posto di lavoro, ma consente loro di sentirsi dovunque a casa nel vecchio continente.

Il dialogo con la Chiesa ortodossa a volte incontra serie difficoltà. Il problema principale è la presenza della Chiesa uniate greco-cattolica. Quali sono le possibili modalità di intervento?

La domanda comporta anzitutto una precisazione lessicale. La Chiesa, che la Cancelleria asburgica chiamò greco-cattolica per distinguerla dalla Chiesa greco-orientale, nelle fonti ecclesiastiche d'ambito transilvano si designava quale Chiesa pravoslavnica, ossia ortodossa, "unita", mentre gli stessi ortodossi definivano la propria Chiesa "ortodossa orientale non-unita (neunita)". "Uniate" è termine formatosi in ambito linguistico slavo e successivamente assunto anche in altri contesti per riproporvi la connotazione negativa, che marcatamente fin dall'origine lo caratterizzava nella polemica confessionale. Il termine appare spesso inconsapevolmente utilizzato in Occidente, ma è di fatto improprio e - come tutte le espressioni polemiche - risulta sostanzialmente fuorviante.
Detto questo, ritengo opportuno riaffermare che anche, e direi soprattutto, in Romania tutti i credenti che condividono la comunione cattolica avvertono intimamente l'urgenza del dialogo ecumenico. In ambito cattolico, nelle aule dei seminari come dai pulpiti, qualsiasi tono polemico è stato bandito, e si cerca di trasmettere ai fedeli gli elementi che uniscono cattolici e ortodossi - ma non solo - da un punto di vista dottrinale, e ancor più da un punto di vista spirituale e nella vita vissuta. Abbiamo tante, tantissime famiglie miste - ortodossi-cattolici, romeni-ungheresi, ortodossi-uniti - che vivono serene e felici, senza avvertire problemi, e educano i loro figli all'amore, al rispetto e alla tolleranza verso l'altro, che può appartenere ad altra tradizione ecclesiale o essere portatore di altra convinzione. Nella vita quotidiana delle nostre famiglie già ora il dialogo si vive fattivamente, con serenità e nella pace dell'animo.
La Chiesa unita, cioè greco-cattolica, continuerà a offrire la sua testimonianza di fonte alle Chiese di Romania e all'intera ecumene cristiana:  è una testimonianza di cui la persecuzione ha evidenziato il profondo e permanente significato. Se tale Chiesa, in nome dell'unità indissolubile del Corpo di Cristo non ha dubitato di affrontare il martirio, con altrettanta fermezza, in una situazione che appariva senza sbocco, ha rifiutato l'ipotesi, che fu avanzata dal regime, di recuperare la legalità inquadrandosi nella Chiesa latina. In questo essa ha proclamato che il proprio sangue era stato versato non soltanto per affermare il principio dell'unità della Chiesa, ma anche per ribadire che tale unità è costitutivamente multiforme. La testimonianza della Chiesa unita è pertanto un messaggio di valore, a un tempo cristologico e pneumatologico, che travalica lo spazio romeno ed entra fattivamente in dialogo con tutte le Chiese sinceramente impegnate nel cammino verso l'unità.

I lunghi anni di ateismo hanno ancora conseguenze nella vita culturale ed etica del Paese?

L'ateismo è stato forte, penetrante, ma non è riuscito a oltrepassare le barriere della coscienza di tante persone. Lo ha mostrato la grande schiera di testimoni e di martiri, ma anche il fatto che nel nostro Paese, alla caduta del regime, si vide che non vi era un numero significativo di non battezzati, poiché tutti, anche i più accaniti attivisti di partito, clandestinamente si ricordavano delle feste religiose e battezzavano i loro figli. È vero che non furono battezzati i bimbi degli orfanotrofi. Ma nella società romena la fede non fu mai cancellata, e i romeni non cessarono di identificarsi nella loro fede.

Spesso la presenza di emigrati romeni all'estero viene associata sistematicamente a comportamenti illegali o comunque violenti. Perché pensa che ciò avvenga?

Tra gli emigrati romeni vi sono persone con elevati titoli di studio e ottima qualificazione professionale. Nel contesto di una migrazione selvaggia, quale si è avuta, vi sono anche disperati, con precedenti penali e condanne nel loro Paese, che - andando in altri Paesi - vi portano la loro disperazione e la loro marginalità. Qualsiasi generalizzazione è fuori luogo. Peraltro la presenza della diaspora romena nell'Unione, ma non solo, pone il problema di un servizio di accompagnamento religioso e di formazione spirituale, che eviti o limiti al massimo fenomeni di sradicamento e atteggiamenti di contrapposizione rispetto al contesto ospitante. In questo senso risulta fondamentale il compito missionario dei sacerdoti romeni, e in particolare dei sacerdoti greco-cattolici operanti nelle diverse regioni dell'Unione al servizio delle comunità di immigrati. Questi sacerdoti, infatti, hanno la possibilità di confermare i fedeli nella loro tradizione ecclesiale, educandoli peraltro a considerarla una ricchezza spirituale distinta rispetto alla tradizione religiosa dell'ambiente in cui vivono, tuttavia non dialetticamente alternativa rispetto a quest'ultima, ma a essa armonicamente complementare:  un patrimonio prezioso che gli immigrati stessi portano in dono alla società in cui esigenze molteplici li hanno condotti a vivere.



(©L'Osservatore Romano 12 febbraio 2010)
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