A colloquio con il rettore del Seminario Romano Maggiore

Il Papa incontra
i suoi seminaristi


di Nicola Gori

Consueta visita di Benedetto XVI al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Il Papa si reca tra i suoi seminaristi venerdì pomeriggio 12 febbraio, e, dopo la lectio divina, si ferma a cena con loro. L'occasione, come da tradizione, è la memoria liturgica della patrona, la Madonna della Fiducia. Quest'anno però c'è una novità:  il Papa incontra tutti gli alunni dei cinque seminari della diocesi.
La visita avviene in un momento di cambiamento nell'iter formativo dei futuri sacerdoti. Due le principali innovazioni. La più importante è l'introduzione di un anno pastorale, durante il quale i seminaristi potranno compiere un'esperienza diretta in parrocchia per quattro giorni alla settimana. La seconda riguarda la composizione delle classi che ospiteranno un numero inferiore di studenti, seguiti peraltro dagli stessi educatori per alcuni anni, in modo da facilitare la reciproca conoscenza e favorire la direzione spirituale, oltreché la formazione. Il rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, monsignor Giovanni Tani, parla di queste novità nell'intervista al nostro giornale.

La visita di Benedetto XVI al Pontificio Seminario Romano Maggiore è sempre un momento privilegiato per riscoprire l'appartenenza alla Chiesa universale. Come vivete questa esperienza?

La presenza del Papa è un privilegio, in quanto viene tra noi come vescovo di Roma nel suo seminario. La nostra comunità è composta da alunni non solo di Roma, ma anche di altre diocesi d'Italia e del mondo. Abbiamo 14 studenti non italiani; provengono dall'Argentina, da Haiti, da Paesi europei e dell'Est asiatico. Ci sono poi 44 alunni provenienti da tutta Italia, in rappresentanza di 20 diocesi. I seminaristi romani sono 28. Complessivamente la comunità conta 86 alunni. Vorrei sottolineare l'importanza del fatto che il Papa incontrerà i circa 200 alunni dei seminari della diocesi di Roma, dunque non solo quelli presenti nel nostro. Ve ne sono altri quattro:  il Pontificio Seminario romano minore, il Collegio diocesano Redemptoris Mater, l'Almo Collegio Capranica e il Seminario della Madonna del Divino Amore.

Quali novità ci sono nel progetto formativo del seminario di oggi?

È utile sottolineare due aspetti:  il primo, che dal prossimo anno gli studenti seguiranno un anno pastorale, cioè un periodo durante il quale ancora prima di aver ricevuto l'ordinazione diaconale, per quattro giorni alla settimana, dal giovedì alla domenica, presteranno servizio nelle varie parrocchie della città. Ciò servirà per fare un'esperienza di passaggio dal seminario alla parrocchia e per farsi conoscere dai parroci, i quali saranno coinvolti nel discernimento e nel far conoscere la realtà ecclesiale. La seconda novità è che anche per l'anno successivo, il settimo dell'iter formativo, quello dell'ordinazione diaconale, prevede quattro giorni di presenza nelle parrocchie. Ovviamente ciò comporta che, se si considera l'anno propedeutico obbligatorio, salgono a otto gli anni di permanenza complessiva in seminario. Al termine del settimo anno gli studenti avranno già concluso anche gli studi. E questo è un vantaggio. Un altro cambiamento importante è la suddivisione della comunità in piccoli gruppi. Le classi così ridotte verranno seguite da un educatore che sarà a contatto quotidiano con gli alunni. Una classe avrà per due anni lo stesso educatore per la filosofia e per tre anni un altro educatore per la teologia. L'intento è quello di favorire una conoscenza più approfondita degli studenti, in modo da offrire dei consigli e degli aiuti più appropriati.

Quali sono le principali difficoltà per un giovane che decide di entrare in Seminario?

Ci sono sicuramente delle difficoltà esterne, ma non le vedo come principali. Secondo me il punto focale è che quando un giovane ha ricevuto la chiamata, uno degli ostacoli è la troppa introspezione. Riscontro un'insistenza nel girare intorno al proprio sentire, che conduce al soggettivismo. Il giovane compie un'esperienza con diversi risvolti emotivi, pertanto quando l'emozione non conduce più in quel senso, si va un po' in crisi. Cosa manca? Manca una concezione di fede, una fede più solida, più basata sulla roccia. Occorre un cammino che regga agli urti della vita e che permetta di fidarsi di più della parola udita. Sarebbe importante riconoscere che più dell'ascolto di se stessi, occorre affidarsi alla Chiesa, all'aiuto del padre spirituale, cioè a chi è in grado di indicare in maniera più oggettiva il percorso da seguire.

L'Anno sacerdotale ha suscitato un risveglio vocazionale nella diocesi di Roma?

C'è stata una coincidenza tra l'Anno sacerdotale e quanto il cardinale vicario sta sollecitando già da più di un anno, cioè una riflessione diocesana sulla pastorale vocazionale. A partire da questa iniziativa, il Seminario ha promosso una serie di incontri a sfondo vocazionale per giovani. Queste conversazioni hanno due cadenze:  la prima comprende tre momenti nell'arco dell'anno, dove i giovani sono invitati a riflettere sulla vocazione e sul senso della vita. La seconda cadenza è mensile:  appuntamenti di meditazione e riflessione incentrati sulla lectio divina sul Vangelo di Giovanni, dove si narra dell'episodio del cieco nato. Vi partecipano un centinaio di giovani e in alcuni di loro si sta manifestando una chiamata vocazionale. Vorrei aggiungere che sul sito www.seminarioromano.it si possono trovare i programmi di questa attività.



(©L'Osservatore Romano 13 febbraio 2010)
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