A colloquio con Fiorenzo Angelini

I ricordi
dell'unico cardinale di Roma


di Mario Ponzi

È l'unico "romano de Roma" che oggi figura nel collegio cardinalizio. Novantaquattro anni da compiere il prossimo mese di agosto - solo tre porporati sono più anziani di lui - il cardinale Fiorenzo Angelini, mentre si racconta al nostro giornale, si mostra ancora oggi uomo di fede con una forte propensione all'agire. Anche se il passo è meno sciolto di un tempo, non rinuncia a organizzare, tenere conferenze, partecipare a eventi. Parlare con lui significa ripercorrere un tratto del cammino contemporaneo della Chiesa - lungo settanta anni, tanti sono quelli del suo sacerdozio, appena celebrati - e ancor più raccogliere il racconto lucido di un testimone dello snodarsi della storia del Novecento. Apre scenari in cui trovano spazio episodi che vanno dall'incontro con Pio xii, tra le macerie di Roma bombardata, all'attentato contro Giovanni Paolo II, al rapporto amichevole con Giulio Andreotti, Renato Guttuso e Luigi Longo. Dipinge ritratti nitidi e inconsueti di persone e personaggi, resoconti di viaggi in ogni parte del mondo. Offre ricostruzioni storiche vive ed efficaci, dal fascismo allo scontro tra Democrazia cristiana e Fronte popolare del primo dopoguerra, dal fermento sessantottino al crollo del muro di Berlino. Con la stessa intensità parla di calcio, del suo amore per la squadra, neppure a dirlo, della Roma. Nel salottino d'attesa del suo ufficio, accanto a un quadro dell'amico Renato Guttuso, c'è un pallone con le firme di giocatori italiani. Da Guttuso a Gattuso, ci viene da dire pensando al calciatore della nazionale italiana. "Qualsiasi espressione dell'ingegno e delle doti di un uomo - non si scompone affatto il cardinale - è arte e come tale va ammirata", anche se il suo punto di riferimento calcistico, ci tiene a precisarlo, è Francesco Totti.
La partecipazione del porporato cresce però quando parla della sua dedizione all'apostolato nel mondo della sofferenza, divenuta più profonda dopo l'incontro con Giovanni Paolo II. Una sofferenza che ha poi sublimato nell'iniziativa "Il volto dei volti" per promuovere la devozione al volto di Cristo.
Ha un solo cruccio e non esita a manifestarlo:  "hanno chiuso - dice con la solita schiettezza trasformata in quell'umoristica ironia che lo contraddistingue - la fucina nella quale siamo stati forgiati, noi vecchi romani e vecchi sacerdoti. Oggi è tutto all'acqua di rose" e per questo si professa "in dissonanza assoluta con la mentalità odierna".

Qualche rimpianto, dunque, eminenza?

No, rimpianti assolutamente no. Anzi se devo ripensare i miei novantaquattro anni di vita e i miei settanta di sacerdozio, non vedo alternative possibili alla mia scelta di essere sacerdote di Cristo e della sua Chiesa. Sono andato e vado avanti amando la vita e la Chiesa.

Quando e come è nato quest'amore?

È una storia lunga. Sono figlio di un emigrato negli Stati Uniti d'America il quale, rientrato in Italia, fu costretto a vivere in condizioni di vita più che modeste. Eravamo buoni parrocchiani di San Lorenzo in Lucina, abitavamo a Campo Marzio. Ricordo ancora gli occhi sbarrati del mio parroco quando gli manifestai l'intenzione di diventare sacerdote. Mi conosceva bene, sapeva del mio carattere, a dir poco esuberante. E mi disse, guardandomi dritto negli occhi:  "Tu puoi al massimo diventare canonico di piazza!". Anche mio padre si oppose all'inizio. Un po' perché non voleva lasciarmi andare via, un po' perché non avevamo abbastanza soldi per pagarmi gli studi. Ci pensò la provvidenza. Fui presentato a monsignor Alessandro Solari, canonico di Santa Maria Maggiore. Gli parlai del mio desiderio e lui mi affidò alla generosità di una dama straniera che abitava a Roma. Ci accolse con i miei genitori nel suo sontuoso appartamento. Ricordo di essere rimasto intimidito da tutta quella maestosità. Evidentemente suscitai nella signora una tenerezza talmente profonda che, da quel momento, pensò a tutto lei. Ne conservo grato il ricordo nel profondo del cuore.

Nella sua Roma si dice:  da allora "quant'acqua è passata sotto li ponti"...

Già. Ne è passata veramente tanta. E non era sempre acqua pulita.

Parliamo di inquinamento?

Sì, ma non di quello ambientalistico. Faccio un esempio. Ero un giovane seminarista quando fu firmata in Italia la Conciliazione fra Stato e Chiesa. Avevo solo tredici anni ma colsi il fatto che, soprattutto a livello popolare, quella soluzione di composizione tra Chiesa e regime fascista non fu ben presa da tutti. Anche se non se ne fece parola sui media di allora. Ma io non sapevo  che  la  stampa  non  era  completamente libera e che si pubblicava solo ciò che faceva comodo al regime. Persino "L'Osservatore Romano" degli anni 1926 e 1927 non riferì mai, per esempio, la vicenda dei parlamentari aventiniani, né l'arresto di Alcide De Gasperi. E molto forzata mi apparve successivamente  l'insistenza  dei  giornali sulle presunte benemerenze religiose di Mussolini. Le facevano risalire a una frase di Pio xi sul Duce, estrapolata da un discorso di altro tenore. Il Papa parlò di lui come dell'"uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare", ma il riferimento era esclusivamente alla questione della Conciliazione. Sfruttata ad arte dal regime, ingenerò nell'opinione pubblica la convinzione di una certa ammirazione per il regime fascista. Fu un luogo comune infondato che ci portammo addosso per qualche tempo. Negli anni a seguire venni poi a conoscenza di tante violenze.

Per esempio?

Per esempio quelle per le quali persino il giornale del Papa subì delle conseguenze. Mi riferisco alle azioni squadriste contro i circoli dell'Azione Cattolica in varie parti d'Italia. "L'Osservatore Romano" pubblicò un elenco dettagliato dei circoli che erano stati attaccati, informò sul palazzo vescovile di Verona e sui seminari di Rimini, di Padova e di Benevento presi di mira. La stampa di regime non ne fece mai cenno alcuno. "L'Osservatore Romano" invece continuò per giorni a dare queste notizie, tanto che alla fine, come è noto, la sua diffusione in Italia venne interdetta. Ma ne parlò solo "L'Avanti". Il giornale dedicò alla censura del quotidiano del Vaticano addirittura tutta una prima pagina [il cardinale si riferisce all'edizione settimanale de "L'Avanti" che il 14 giugno del 1931 titolò un articolo di prima pagina della edizione che si stampava a Parigi Tra fascismo e Vaticano]. Ricordo questo particolare perché il rettore del Seminario romano minore un giorno venne nella nostra classe - era la primavera del 1931 - e sventolando una copia de "L'Osservatore Romano" ci mise al corrente di quello che non esitava a definire un grande successo:  "Nonostante i tentativi di tappargli la bocca - ci disse - il giornale ha ormai raggiunto le centomila copie, rispetto alle quattromila del 1929. È la vittoria della verità e la sconfitta del silenzio". Solo qualche tempo dopo capii cosa era successo. Quando fu pubblicata l'enciclica Non abbiamo bisogno in difesa dell'Azione Cattolica in Italia, dalle pagine emergeva un'accusa precisa contro il regime per gli attacchi all'associazione.

È' per questo che, una volta sacerdote, per ben quindici anni ne è stato assistente ecclesiastico?

Non solo per questo. In cuor mio ho ammirato da sempre l'associazione, tanto che nella mia prima parrocchia, quella della Natività, fondai l'associazione maschile di Azione Cattolica Mater mea, fiducia mea. Anzi fu proprio in occasione della inaugurazione dell'associazione che incontrai l'uomo che mi doveva legare definitivamente all'Azione Cattolica, Luigi Gedda. Quando nel 1946 divenne presidente dell'unione nazionale degli uomini di Azione Cattolica, mi volle accanto a sé. E di lì iniziò la mia lunga avventura con l'associazione. Proprio per questa militanza sono rimasto molto scosso nell'ascoltare il cardinale Bagnasco che, nella sua relazione al consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, parlava del suo sogno di vedere una nuova generazione di laici cattolici impegnati in politica. Certo non avrebbe dovuto sognare se l'Azione Cattolica avesse mantenuto la sua forza propositiva.

Cosa è cambiato secondo lei?

Dal concilio Vaticano ii è uscita una figura di laicato molto, molto importante, elevata a una grandissima dignità. Stranamente in Italia si è registrato un fenomeno contrario, che a poco a poco ci ha portato alla paradossale situazione odierna, segnata da politici che si dicono cattolici ma che non sanno nulla o quasi nulla della dottrina della Chiesa cattolica. E questo pur vivendo a Roma e vicino al Santo Padre. Io credo che alla Chiesa manchi qualcosa dell'Azione Cattolica nel senso pieno e tradizionale della sua missione, quell'apostolato di massa che ci caratterizzava. C'è tanto frazionamento. I movimenti sono certamente una benedizione del Signore, ma essi dovrebbero trasformarsi insieme in un elemento di spinta e di guida dell'intero laicato cattolico. Invece oggi ciò non accade. Sono divisi. A volte percorrono sentieri paralleli ma distinti. Manca una forza capace di coesione. E questa è una carenza che fa male alla Chiesa. In tanti si dicono e si sentono laici cattolici, si riempiono la bocca di questo termine. Ma nei fatti...

Nei fatti?

Nei fatti mi dica lei dove sono questi laici che nella vita pubblica si comportano da cristiani, da cattolici? Quanti ce ne sono nelle istituzioni internazionali? Quanti nel Parlamento italiano e nella politica in generale? Dove sono i luminari che attirano i giovani? Dov'è un Enrico Medi, dov'è un Giorgio La Pira? Gente che si alzava in Parlamento per citare la Parola di Dio, per parlare della Madonna e tutti, anche quelli che non erano cristiani, restavano incantati nel sentire questi "sacerdoti laici". Dove sono oggi? Perché non escono fuori e non si ribellano davanti all'immoralità, all'inganno, alla spasmodica ricerca del dio denaro che sembra essere l'unico orientamento della politica? Ho ancora negli occhi la celebrazione del trentesimo anniversario dell'Azione Cattolica Uomini. Presidente era Gedda, io assistente ecclesiastico generale. Centomila uomini, solo uomini, vennero a Roma e riempirono tutta piazza San Pietro. Il giorno dopo in Parlamento Giuseppe Saragat, prima ancora che divenisse presidente della Repubblica, disse:  "Ieri, mescolato tra la folla degli uomini dell'Azione Cattolica in piazza San Pietro, ho dovuto constatare che la Chiesa ha veramente con sé tanti lavoratori". Dove sono oggi? Forse che uno tsunami delle coscienze ha trascinato via tutto? Oppure noi abbiamo abdicato davanti a una mal concepita libertà di pensiero a proposito dei dogmi della fede, della coscienza religiosa, dei valori della nostra fede? È valido ancora il concetto di vita veramente umana e veramente cristiana? Queste sono le domande che agitano oggi la mia coscienza.

Eppure lei ha lavorato a stretto contatto con tanti laici, per la verità non tutti rigorosamente cattolici o comunque cristiani.

È vero. E con questi ultimi, quelli non cattolici, ho avuto la possibilità di fare il prete. Tutti sanno delle mie amicizie con tanti personaggi pubblici, non ho nulla da nascondere. Andreotti è il più caro. Con lui ragionavamo della nostra fede. Longo quello con il quale ho più dovuto argomentare, Guttuso l'uomo del quale ho raccolto la confessione di fede in punto di morte. E potrei citarne tanti, tanti altri. Soprattutto quelli che ho incontrato nella mia missione di Vescovo al servizio della Chiesa di Roma prima e della Curia romana successivamente. Per questo se mi lamento per quanto vedo oggi, ne ho ben motivo.

Tra le cose che "sanno tutti", come lei dice, c'è anche la sua amicizia con Pio xii, il vostro primo incontro tra le macerie di Roma appena bombardata.

Quando tra le mani mi capita quella foto che ha fatto il giro del mondo, nella quale compaio accanto a Pio XII mentre prega tra le vittime del bombardamento della città, rivivo un momento emozionante, che ha indubbiamente segnato la mia vita. Ho conosciuto un uomo, un sacerdote, un vescovo, un Papa eccezionale. Io so, perché l'ho vissuto in prima persona, quello che egli ha fatto in quel periodo. Ricordo quanto raccomandava a noi sacerdoti e parroci di Roma, ho raccolto il senso dei suoi patimenti per non compromettere quel che si faceva nascostamente. A lui, alla sua testimonianza devo molto della mia anima sacerdotale. Chi mai si sarebbe aspettato l'umiltà di un Pontefice come lui nell'accettare il consiglio di un giovanissimo e sconosciuto sacerdote della sua diocesi in un momento tanto tragico, come può essere quello dopo un bombardamento? La storia l'ho raccontata tante volte. Aveva chiesto a Montini di distribuire tra i presenti i soldi che aveva portato con sé per aiutarli a superare quel momento. Mi permisi di suggerire di affidare quei soldi ai due parroci del quartiere perché li consegnassero a quanti ne avevano più bisogno:  a chi in quel momento magari non era lì perché stava scavando sotto le macerie per tentare di salvare un genitore o un figlio. Dette retta al più piccolo dei suoi, a me. Ne sono rimasto segnato per tutta la vita.

In che modo?

Intanto nell'ascoltare quanto ci raccomandava. Anche se dovevo sopportare conseguenze e correre pericoli. Ancora oggi mi tremano le gambe al ricordo dell'arrivo nella parrocchia della Natività, dove ero viceparroco, di cinque tedeschi armati di tutto punto, decisi ad arrestarmi. Avevano saputo che davo ospitalità a fuggiaschi e ricercati, ebrei e non. Avevo organizzato una piccola mensa nella quale distribuivamo un pasto caldo a chiunque bussasse alla porta. Non chiedevamo certo documenti, anzi eravamo felici di aiutare tutti, indistintamente. Facevo lo spaccalegna, il cuoco, il cameriere. Distribuivamo anche duemila minestre al giorno. Davamo fastidio a qualcuno. Per questo mi cercavano. Riuscii a scamparla uscendo dalla canonica di soppiatto. Cose che oggi si vedono grazie a vecchie pellicole. Ma le assicuro che non rappresentano affatto quello che realmente abbiamo vissuto in prima persona.

Fu questa sua esperienza tra i sofferenti a suggerire al Papa di affidarle, a guerra finita, la pastorale dei malati e dei sofferenti a Roma?

Effettivamente nessuno aveva mai pensato prima che, in una città come Roma, i malati e le famiglie dei malati costituivano una diocesi nella diocesi. Da un calcolo approssimativo di allora - si era intorno al 1955 - si constatò che almeno un milione e mezzo di persone faceva ricorso agli ospedali e agli altri luoghi di cura della diocesi. Pio xii, che aveva molto a cuore le persone sofferenti, avvertì la necessità di offrire a costoro un servizio pastorale privilegiato e specifico. Mi affidò l'incarico. Fui ordinato vescovo il 28 giugno 1956 e da quel giorno iniziai a occuparmi dei malati ininterrottamente, si può dire sino ad oggi.

Dove l'ha portata questa missione?

Intanto mi ha portato in tutti i luoghi di ricovero e cura, non solo romani. Ho girato il mondo per incontrare i malati dovunque essi fossero, per vedere dove e come erano assistiti e, nel caso, cosa fare per aiutarli. Ma mi ha portato anche e soprattutto a incontrare il personale, gli operatori sanitari, in ogni contesto. Mi ricordo che i primi tempi giravo a Roma con l'elenco telefonico per capire dove fossero ospedali e cliniche. Sentivo di dover andare e andavo. Il primo incarico nazionale lo ricoprii sotto il pontificato di Giovanni xxiii:  fondai l'associazione dei medici cattolici d'Italia e ne divenni assistente ecclesiastico nel 1959. La svolta in questa missione ci fu però con l'elezione alla cattedra di Pietro di Giovanni Paolo II. Pochi sanno della felice coincidenza che ci unì in modo particolare. Scoprimmo che tutto quello che io facevo a Roma in termini di pastorale sanitaria, altrettanto faceva lui a Cracovia. Intenderci, dunque, fu questione di un attimo:  il suo amore per i malati era il mio. Non a caso appena si affacciò, dopo l'elezione, alla Loggia della Benedizione, salutò i malati e si rimise alle loro preghiere. E la sua prima uscita, il giorno dopo l'elezione, ebbe come meta il Policlinico Gemelli, più precisamente il letto di sofferenza del suo amico monsignor Deskur. Il suo amore per i sofferenti lo portò poi all'istituzione di un dicastero per la pastorale degli operatori sanitari, cioè per tutti quelli che vivevano e vivono accanto ai malati. Dicastero al quale ho dato per tanti anni tutto me stesso.

Che effetto le fa vedere quello che succede oggi in diverse parti del mondo proprio nel campo della sanità?

Provo una grande tristezza. Soprattutto provo tristezza perché chi parla non si prende mai la briga di andare negli ospedali senza clamore, per vedere realmente le loro condizioni. Guardi cosa accade negli Stati Uniti dove si gioca il futuro del Paese sulla sanità. E non parliamo di cosa accade in Italia con la sanità.

Eminenza, abbiamo cominciato con Roma e con Roma concludiamo.

La mia città, e lo dico con dolore, ha perso molto del suo splendore nel senso cristiano. Anche io sono pronto, nel mio piccolo, ad assumermi le mie responsabilità. L'immagine che di questa città diffondiamo nel mondo non è certo esempio edificante di come si prega, di come si sta in chiesa, ma neppure di come si vive. E con rammarico ripenso a quello che diceva Pio xii:  "Roma vale l'Italia, l'Italia vale il mondo". Comunque amo molto questa città.

Quanto la sua squadra di calcio?

Questa è una passione e non si discute. Le racconto un episodio. Ai tempi del seminario giocavo a pallone su un campetto sterrato. Giocavamo con la tonaca nera tirata su fino alla cintola. Non avevamo magliette e non sapevo come fare per indossare qualcosa di giallo-rosso, i colori della mia Roma. Mi feci portare una cinta giallo-rossa con la quale sorreggevo la tonaca. Ero felice.

In quale ruolo giocava?

Sono sempre stato un attaccante, per natura. Quando mi regalarono un bel paio di scarpini, da indossare di nascosto sotto la tonaca, cominciai a segnare gol a valanga. Da parroco fondai anche una squadra nel 1942, si chiamava Florentia, la maglia era gialla. Giocammo la prima partita al Gelsomino, dove oggi sorge l'Oratorio San Pietro. Il nostro portiere era Ugo Zatterin.

Riconosce nel calcio di oggi lo spirito della Florentia?

Una volta si giocava a palletta, con qualsiasi tipo di scarpe. Un giorno un ragazzino si presentò al campo con scarpe da balletto. Zatterin indossava negli allenamenti scarpe di cuoio bianche, ma più che scarpini erano scarponi con i tacchetti sotto. Eppure ci si divertiva veramente tanto e il tifo era genuino, simpatico, campanilistico ma sempre garbato e contenuto. Oggi capisco il tifoso che dice "la Roma è una fede", perché so la passione che c'è dietro. Tornano dallo stadio "ingrugnati", come si dice a Roma, se hanno perso, felici ed inebriati se hanno vinto. Eppure c'è qualcosa che ha distrutto la bellezza, la poesia, la verità dello sport. Lo sport è diventato un'industria e dunque l'ideale di De Coubertin è stato stravolto; oggi l'importante è vincere, non partecipare. Quando lei pensa che in una squadra - non voglio fare nomi per non suscitare polemiche - giocano solo giocatori di altre nazionalità e anche gli allenatori, quando non gli stessi proprietari e presidenti, sono stranieri, allora lei capisce bene che per quanti hanno vissuto la purezza di questo sport non può essere la stessa cosa. E le assicuro che qui non c'entra nulla il razzismo né la xenofobia, anche se non riescono più a tenere fuori dagli stadi neppure questi atteggiamenti. Se scrive queste cose diranno che sono un vecchio arroccato su posizioni passate e sepolte, che sono fuori del tempo. Io non rinnego i valori per i quali ho vissuto una vita intera. E poi amo così tanto il dono della vita che mi ha fatto il buon Dio da sentirmi perennemente giovane in lui. È una buona medicina. La consiglio a tutti.



(©L'Osservatore Romano 27 febbraio 2010)
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