A colloquio con il presidente dei vescovi dell'Uganda

Una Chiesa in crescita
impegnata per la pace


di Nicola Gori

Un Paese cristiano, a maggioranza cattolica, con una Chiesa indigena in forte crescita, impegnata a confrontarsi con numerose sfide, tra le quali è destinata ad assumere importanza la ricostruzione del tessuto sociale nelle regioni settentrionali, sconvolte da un conflitto protrattosi per oltre vent'anni. È questa la realtà sociale e religiosa dell'Uganda descritta dal vescovo di Lugazi, monsignor Matthias Ssekamanya, presidente della Conferenza episcopale, in questi giorni a Roma per la visita ad limina Apostolorum. Il ruolo dei laici all'interno della comunità, gli sforzi fatti per riportare la pace nel Paese, e l'impegno nella lotta contro la povertà e per combattere la diffusione dell'Aids tra i principali argomenti affrontati in questa intervista.

La popolazione ugandese ha vissuto un periodo particolarmente difficile, sconvolta da guerre fratricide e dalla recrudescenza dell'Aids. Con quali forze la Chiesa ha potuto affiancare e sostenere il Paese nei suoi tentativi di uscire da queste situazioni?

Per grazia di Dio siamo un Paese cristiano e a maggioranza cattolica per cui abbiamo potuto mettere in campo diverse forze. Un aiuto fondamentale alla forza della Chiesa cattolica e del cristianesimo in genere vanno attribuiti all'attività dei primi missionari, che mentre annunciavano la Parola insegnavano a leggere e a scrivere, portavano un messaggio di fraternità e di speranza. La gente associava quindi il cristianesimo a messaggi positivi, all'istruzione, vista come opportunità di sviluppo. Del resto anche i catechisti sono stati formati come insegnanti. E con il cristianesimo è arrivata anche l'assistenza sanitaria. Hanno provveduto agli altri servizi sociali per dimostrare la loro attenzione verso i poveri. Una volta piantato il seme della fede, questa è stata trasmessa alle generazioni successive grazie al potere dello Spirito Santo e all'azione di Dio nella conversione del nostro popolo.

Dunque i laici impegnati in Uganda hanno un ruolo di primo piano all'interno della Chiesa?

Essi partecipano attivamente e in sintonia con le indicazioni del concilio Vaticano II svolgono il loro ministero nei villaggi attraverso vari movimenti:  Legio Mariae, gruppi di preghiera, apostolato giovanile. I catechisti sono in prima linea laddove scarseggiano i sacerdoti, e soprattutto i laici condividono il governo della Chiesa nei Consigli pastorali, diocesani, parrocchiali e nelle comunità cristiane di base. In particolare sono il braccio amministrativo e la Chiesa li ha incoraggiati a usare le loro professioni per svolgere un ruolo attivo nella società. La promozione della famiglia, per esempio, è direttamente collegata alla partecipazione dei laici alla vita della Chiesa.

Cosa fate per combattere la povertà?

Siamo molto attivi con corsi di formazione in agricoltura sostenibile e d'imprenditoria locale nelle 19 diocesi del Paese, al fine di aumentare la produzione alimentare delle famiglie.

Si parla tanto del cosiddetto "modello" ugandese per contrastare la diffusione dell'Aids. Qual è la realtà?

Nel 1995, la Conferenza episcopale ha istituito l'"hiv/aids focal point" per aiutare il popolo. Secondo il "National hiv zero behavioral survey" del 2004/5, un milione di persone sono state infettate dal virus in Uganda. Molto è stato fatto per educare la popolazione, ma preoccupa l'alto numero di nuovi contagi. L'indagine più recente sulle modalità di trasmissione indica che ci sono oltre centomila nuove infezioni ogni anno. Dopo una prima fase di rapida diffusione dal 1980 al 1992, con un tasso superiore al 18 per cento, e quella di calo fino al 6, 4 per cento tra il 1992 e il 2002, siamo ora in una fase di stabilizzazione, con all'orizzonte minacce di un nuovo incremento.

Iniziative concrete?

Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo dei fondi a livello mondiale e nazionale. Abbiamo visto la messa in opera del Fondo globale per la lotta all'aids, la tubercolosi e la malaria. L'Uganda ne ha beneficiato e il "focal point" ha lavorato instancabilmente per aiutare le diocesi e le altre istituzioni della Chiesa ad accedere autonomamente a queste risorse, attraverso la condivisione delle informazioni, la valutazione delle domande di finanziamento e altre consulenze. Ha peraltro rilevato con preoccupazione che alcune delle somme stanziate non sono state usate in modo corretto, a causa degli elevati livelli di corruzione nel Paese.

Ma non sono mancati gli aspetti positivi?

Sono nate reti di collaborazione che, in linea con la politica di decentramento posta in essere dal Governo, hanno permesso di migliorare il coordinamento, ma anche di accrescere la visibilità dei servizi cattolici per l'Aids. Come testimonia l'accresciuta rappresentanza del personale diocesano del "focal point" nelle Commissioni distrettuali per la lotta contro l'Aids. Il "focal point" ha anche partecipato alla costituzione del network contro l'Aids della Caritas internationalis decisa in occasione dell'ultima Conferenza internazionale sull'Aids svoltasi in Messico. Sebbene le cure contro la malattia siano diventate negli ultimi sei anni più accessibili, la Chiesa e altri partner hanno dovuto fare molto di più per prevenire nuovi contagi. A tal fine, si è imposta una più stretta collaborazione tra tutte le diocesi sul fronte della prevenzione. Dieci diocesi hanno potuto accedere a sovvenzioni a tal fine, per ampliare la copertura e l'entità dei servizi offerti.

E veniamo alla riconciliazione con i ribelli del "Lord's Resistance Army" che hanno combattuto il Governo per più di venti anni.

Il conflitto nella parte nord-orientale del Paese ha causato danni incalcolabili in termini di vite umane. La Chiesa ha contribuito agli sforzi per la pacificazione della regione e alla fine della guerra, iniziata nel 1986. I vescovi sono preoccupati dalla perdita di tante vite umane, dalla mutilazione e deturpazione di tante persone, dalla scomparsa di bambini piccoli e innocenti, dalla distruzione di proprietà e dalla conseguente povertà che rappresentano una vergogna per la coscienza della Nazione. Nel 2007 l'Uganda joint christian council (Ujcc), organizzazione ecumenica che riunisce cattolici, anglicani e ortodossi, ha pubblicato il documento congiunto "Una cornice per il dialogo. Sulla riconciliazione e la pace in Nord Uganda". A Lira si sono tenute tre riunioni consultive a cui hanno partecipato parlamentari, funzionari governativi, capi religiosi che hanno preparato i colloqui di pace di Juba nel 2006 per porre fine alla guerra, anche se com'è noto si registrano ancora focolai accesi.

Cos'ha fatto la Chiesa?

È stata in costante contatto con i capi tradizionali delle etnie Acholi, Karamajong, Lango e Iteso perché esercitassero la loro influenza per fermare l'attività dei ribelli. I vescovi hanno visitato la regione e hanno fatto appello ai donatori per garantire assistenza umanitaria alla popolazione. Varie diocesi hanno inviato cibo e sono state elevate preghiere in tutto il Paese per chiedere a Dio di porre fine a questo flagello. Nel 2009 l'Ujcc e altri organismi hanno dato vita a una Conferenza sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace sostenibile.

Lei ha accennato all'Uganda Joint Christian Council. Come sono i rapporti con le altre Chiese e comunità cristiane?

Buoni. Nel 1963 è stato istituito l'Ujcc, cui aderiscono la Chiesa cattolica, la Chiesa anglicana e quella ortodossa, che insieme costituiscono il 75 per cento della popolazione. Costituito in un momento di forti tensioni tra le Chiese cristiane in Uganda, mira ad approfondire l'amicizia, a promuovere l'ecumenismo, l'unità dei cristiani e ad analizzare le questioni di interesse comune, come la democrazia, la pace, la salute, l'istruzione, la pari dignità tra uomo e donna, la giustizia sociale ed economica. L'Uganda Joint Christian Council ha anche un canale di collegamento con il Parlamento per mantenere le Chiese aggiornate sui progetti di legge in discussione e per trovare un terreno comune sulle questioni nazionali e religiose al centro del dibattito pubblico. Non abbiamo invece rapporti formali con le Chiese evangeliche, che però di recente hanno chiesto di essere ammesse all'Ujcc.

Come va il dialogo con l'islam?

Nel 2000 è stato istituito il Consiglio interreligioso dell'Uganda (Ircu) cui aderiscono cristiani e musulmani. L'Ircu ha avviato vari programmi nel campo della lotta all'Aids, della pace, dei diritti umani, del buon governo, della comunicazione, dell'informazione pubblica. Tutti questi sforzi hanno l'approvazione della Chiesa cattolica.

E con le religioni tradizionali africane?

La Chiesa cerca di mantenere buoni rapporti attraverso la sua Commissione per il dialogo interreligioso. I valori positivi delle religioni tradizionali africane non vengono respinti, ma sono utilizzati per promuovere l'inculturazione del cristianesimo in Uganda. Aspetti negativi come la poligamia, la stregoneria e sacrifici umani non sono invece accettati. La Chiesa è cosciente del fatto che, anche se il nostro popolo è cristiano, rimangono alcuni retaggi incompatibili.

Nel 2000 il suicidio collettivo di 400 adepti di una setta religiosa nei pressi di Kanungu accese i riflettori sul problema delle sette.

Non abbiamo informazioni per valutare se esse oggi sono in aumento. Sappiamo solo che la loro libertà di culto - con musiche e danze - hanno una forte presa su alcuni cattolici. Di conseguenza, dobbiamo lavorare per fare in modo che le nostre liturgie siano apprezzate dal popolo. Inoltre per conquistare seguaci le sette usano denaro e beni materiali, finti ministeri di guarigione e cercano di mettere in cattiva luce la Chiesa cattolica.



(©L'Osservatore Romano 5 marzo 2010)
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