La missione vista dalla comboniana eritrea suor Elisa Kidanè

Osare nuovi cammini
che infrangano i muri tra i popoli


di Giulia Galeotti

Ascoltando il suo perfetto italiano, si coglie subito un aspetto affascinante di suor Elisa Kidanè, missionaria comboniana eritrea:  l'importanza che dà alle parole. Giornalista e poetessa, suor Elisa, che iniziò a comporre da bambina - "credevo fossero poesie:  in realtà mi piaceva andare a capo ogni tanto!" - mi riprende subito, con garbo ma decisa, quando parlo dei Paesi poveri del terzo mondo. "Non Paesi poveri, ma Paesi impoveriti. La ricchezza che c'è lì non c'è in nessun altro posto. E non terzo mondo:  Dio di mondo ne ha creato uno. Siamo noi che lo abbiamo diviso e che continuiamo a dividerlo, mentre dovremmo cercare d'andare sempre più verso l'unità".

Padre Comboni ebbe una grande attenzione per la donna. Nel 1867 fondò l'istituto missionario che sin dall'inizio volle maschile e femminile:  giacché la presenza della donna consacrata costituiva nel suo progetto "un elemento indispensabile e sotto ogni aspetto essenziale", nacque la congregazione delle Pie Madri della Nigrizia. D'altro canto, anticipando i programmi di tanti organismi internazionali, padre Comboni comprese che occorreva rivolgersi alle donne locali per ottenere qualche risultato.

L'intuizione profetica di Comboni di coinvolgere la donna la si coglie fin dalla prima redazione del Piano per la rigenerazione dell'Africa, in cui è scritto chiaramente che non c'è missione senza inclusione dell'elemento femminile. L'esperienza maturata durante la sua permanenza in Africa gli aveva dimostrato che era impossibile riuscire altrimenti a mettere in piedi la missione. "Molto prima avremmo dovuto pensare a inserire l'elemento femminile in questa opera", scrive. La sua fu un'intuizione profetica sul genio femminile, quel genio di cui, poi, avrebbe parlato Papa Wojtyla. Oggi la donna merita da parte nostra un'attenzione sempre maggiore perché tra i poveri e gli oppressi le donne, e i loro bimbi, sono in grande maggioranza, perché il fenomeno della schiavitù si ripercuote soprattutto sulla donna e perché puntando su di lei si punta sul miglior agente di evangelizzazione della famiglia e della società.

Essere la costola di un ordine maschile è un elemento di arricchimento o può rischiare di essere limitante?

Non siamo la costola di un ordine maschile. Non solo perché abbiamo una nostra autonomia, ma per il principio che sta all'origine della nostra fondazione, che è poi la chiave profetica:  Comboni ci ha ideate come donne capaci di camminare con i propri piedi. Agli inizi, certo, le due congregazioni avevano bisogno l'una dell'altra per potersi sostenere. Ma la presenza del ramo maschile ci completa, non ci limita. Due-tre volte l'anno, i due consigli generali s'incontrano per confrontarsi sulle problematiche e i sogni delle nostre missioni. Anche molte direzioni provinciali hanno questa buona prassi. E ci sono superiori e superiore provinciali che visitano insieme le comunità in cui vi sono comboniani e comboniane che lavorano nello stesso territorio. Abbiamo infine un progetto comune:  una radio in Sud Sudan la cui équipe è composta da padri e suore.

Un progetto, se non sbaglio, in perfetto spirito comboniano:  il fondatore scriveva che i mezzi da utilizzare per l'animazione missionaria della Chiesa e della società dovevano essere contatti personali, viaggi, corrispondenza e stampa.

È vero. L'idea nacque quando Comboni venne canonizzato e i due istituti si chiesero quale segno di gratitudine potessero realizzare insieme. Così è nata la radio del Sud Sudan, che opera ormai da tempo, con l'obiettivo di tessere la pace per la costruzione del Paese, dopo 30 anni di guerra.

Dove operano e cosa fanno oggi le Pie Madri della Nigrizia?

Siamo in Africa, America Latina, Europa e Medio Oriente. Se ovunque è centrale a tutti i livelli l'evangelizzazione, ogni posto ha la sua priorità. Per esempio in Italia è importante l'animazione missionaria e la promozione vocazionale, sempre però con compresenze specifiche di pastorale. Siamo a Padova, dove abbiamo una casa in cui accogliamo giovani immigrate con difficoltà d'inserimento, a Palermo nella zona di Ballarò, a Napoli a Torre Annunziata. A Verona, per anni, una nostra sorella ha lavorato nel centro della Caritas, aiutando moltissime giovani strappate alla rete della prostituzione e della schiavitù. In Africa la prima priorità è l'evangelizzazione, che viene espletata in diversi modi a seconda dei Paesi. Ovunque siamo, le nostre comunità cercano, per quanto possibile, di essere composte da sorelle che svolgano funzioni nel campo della salute, della pastorale e dell'insegnamento, tentando di coprire i vari settori.

La missione qui, in Italia:  siamo abituati a pensare ai missionari che partono per andare lontano, invece anche alle nostre porte v'è bisogno di loro.

Certo. Del resto se alcuni istituti hanno due rami, il nostro, invece, è esclusivamente missionario:  la regola di vita è una. Ciò significa che ogni sorella, in qualsiasi punto dell'emisfero si trovi, deve vivere la missione.

Oltre che presenti in tutto il mondo, siete anche di provenienza geografica molto varia. Immagino, quindi, che dobbiate affrontare un lavoro non indifferente per amalgamarvi:  se le differenze culturali possono diventare arricchimento, certo non sarà subito facile.

Siamo di 34 nazionalità, presenti in 29 Paesi con 191 comunità sparse nei quattro continenti - esclusa l'Australia. La nostra presenza ha ovunque un carattere sovranazionale. La relazione è sempre positiva, anche se complessa. Fin dai primi tempi della formazione, puntiamo molto sull'aspetto internazionale e multiculturale:  le differenze vanno rispettate, ma ciò a cui tendiamo è la crescita nella comune cittadinanza comboniana. È lì che ci incontriamo. Sappiamo bene che le culture hanno sempre qualche cosa in comune:  dobbiamo esercitarci a scoprire ciò che ci unisce, piuttosto che ciò che potrebbe dividerci.

La difficoltà d'incontro immagino che la viviate anche con le comunità locali. Penso a due esempi della vostra storia. Per il passato, la vicenda di Teresa Grigolini, una delle prime comboniane partite per il Sudan nel 1877. Cinque anni dopo le missioni furono distrutte dalla rivoluzione del Mahdi e i missionari ridotti in schiavitù. Teresa accettò di sposare un commerciante greco per evitare che le consorelle, e lei stessa, finissero negli harem musulmani, gesto sofferto e al tempo non capito. Per oggi, invece, penso a Teresa dalle Pezze che, prima di essere uccisa, lavorava in Mozambico alle dipendenze del Governo:  come altre consorelle insegnanti e infermiere, dovette togliere il velo, giacché le autorità non tolleravano alcun segno religioso.

Sono difficoltà che fanno parte della vita. Ed è un aspetto scritto nelle nostre regole:  Comboni diceva che dobbiamo essere carne da macello, pronte anche al martirio. Un martirio cruento, ma anche un martirio continuo, come quello che ha vissuto suor Teresa. Ma siamo convinte che dove andiamo troviamo una ricchezza immensa! C'è una bella frase di Comboni che per noi è centrale:  "Fare causa comune". Dobbiamo entrare nei popoli con questo atteggiamento. Cerchiamo sempre di leggere la positività che ci sarà nell'incontro, che è poi il solo modo per impedire lo scontro di culture. Le nostre comunità dovrebbero essere vere fucine di allenamento, mettendoci in grado di incontrare nel profondo altri popoli.

Nel capitolo generale del 2004 avete approfondito una serie di aspetti mistici. Alcuni (l'annuncio, la pazienza e il perdono) sono chiari. Altri meno:  ci spiega innanzitutto la mistica dell'osare?

La prendiamo dallo spirito coraggioso di Comboni, che non s'è fermato di fronte a nulla. Ci siamo dette:  dinanzi a questa cultura che, mentre parla di globalizzazione, innalza muri e barriere, a questa cultura occidentale che fa riferimento alle sue radici cristiane senza però essere coerente con esse, come dobbiamo rapportarci in quanto missionarie comboniane? Innanzitutto osando. Osando cammini nuovi, osando infrangere i muri che impediscono la comunione dei popoli, osando atteggiamenti profetici. È una mistica che abbiamo preso approfondendo lo spirito di Comboni:  noi, come sue figlie, non possiamo assolutamente tirarci indietro in questo momento. Questa è la nostra ora.

C'è poi la mistica della pietra nascosta.

Il Vangelo ce lo dice:  diminuire perché l'altro possa crescere. La pietra nascosta è la pietra angolare che non si vede, ma che mantiene in piedi l'edificio. Nel nostro incontro con i popoli, non possiamo irrompere come bulldozer. Dobbiamo entrare a piedi nudi, con rispetto e capacità di metterci a fianco.

Infine, la mistica della compassione, parola che il mondo di oggi tende a fraintendere.

Sono appena tornata dal Congo dove veramente le sorelle vedono e vivono ogni giorno la fatica della gente. Potrebbe esserci la tentazione di farci il callo, tentazione che va assolutamente respinta. Dinnanzi alle sofferenze quotidiane delle persone, dobbiamo costantemente mantenere il nostro cuore capace di patire con, di far causa comune con. Questo ci dà non solo la forza, ma la gioia di rimanere con.

A questo proposito, in una lettera del 1871, Daniele Comboni scrive:  chi confida in se stesso, confida nel più grande asino di questo mondo.

Lui, che aveva una forte vena umoristica, usava queste espressioni molto gustose e concrete. Comboni diceva anche che il missionario e la missionaria non possono andar soli in paradiso. Soli andranno all'inferno. Per lui la collaborazione e il lavorare insieme sono determinanti. Non dimentichi che nel suo progetto erano centrali i laici, che egli considerava un elemento fondante:  tutti insieme, ognuno nella propria realtà, per un unico ideale.

I laici hanno ancora questo ruolo cruciale?

Ci stiamo provando, anche se forse dovremmo fare molto di più per non tradire il sogno e l'ideale comboniani. Abbiamo centinaia di amici che lavorano attorno a noi, però non siamo riuscite a far sì che divenga prassi uno spazio specifico dei laici all'interno del nostro ambito missionario. Dobbiamo sempre fare salti mortali per permettere la presenza di laici con un preciso ruolo collaborativo. Invece, Comboni aveva moltissimi laici accanto:  la nostra prima suora africana, suor Fortunata (sudanese), era stata una di loro. Fortunata fu infatti tra le prime giovanette ridotte in schiavitù che vennero comprate da don Mazza, riscattate e portate a Verona:  l'idea di don Mazza, che poi Comboni ha fatto sua, era quella di salvare l'Africa con l'Africa, istruendo e preparando i laici africani. L'educazione li avrebbe resi capaci d'essere protagonisti della loro stessa rinascita. Con altre venti ragazze, Fortunata venne portata a Verona per studiare. Una volta preparate, queste laiche africane partirono con Comboni, che, innanzitutto, le condusse in Egitto:  non a caso. Gli egiziani si sentivano superiori, considerando i sudanesi delle non-persone. Ebbene, permettendo a queste giovani laiche d'essere maestre degli egiziani, Comboni riuscì a dimostrare che, grazie all'istruzione, le sudanesi erano in grado di fare esattamente le stesse cose che poteva fare un egiziano! Comboni poi condusse alcune di queste laiche in Sudan, grazie alle quali poté aprire a El Obeid quella che lui chiamava con malcelato orgoglio "l'opera femminile del Kordofan".

Una scelta davvero coraggiosa, considerando la mentalità del tempo.

Coraggiosissima e lungimirante. Comboni voleva preparare ragazzi e ragazze capaci di formare famiglie cattoliche. L'idea era geniale! Così, quando arrivarono le comboniane, trovarono che già molte laiche lavoravano sul posto. Dopo un po' di tempo, una di loro, Fortunata, chiese d'entrare nella congregazione.

Il fondatore scriveva che "i mali gravissimi" dell'Africa erano la mancanza di fede, la tratta degli schiavi, la povertà, le malattie e l'ignoranza. Sono ancora questi?

Sono questi. Sono rimasti tali e quali. Fintanto che il tasso d'analfabetismo resta all'80 per cento, significa che ci sono Governi che mantengono deliberatamente nell'ignoranza i loro popoli onde poterli facilmente depauperare e distruggere. Non a caso, i militari più armati sono in Africa. Per la salute e l'educazione, i nostri Governi non spendono niente (al contrario delle armi):  è il modo di mantenere il popolo nell'incapacità di potersi difendere. Sono gli stessi mali di allora che impediscono oggi all'Africa d'alzarsi e di camminare.

Diceva che è appena tornata dal Congo, che forse oggi è uno dei Paesi più a rischio.

Sì, specie al Nord, perché ci sono interessi politici ed economici enormi. Perdo il sonno ogni volta che torno da questi Paesi che so essere straricchi, mentre la popolazione vive nella miseria nera. Dico sempre alle sorelle:  l'importante è stare con la gente, senza però tenere la scala al ladro, avendo, cioè, il coraggio di denunciare gli abusi di cui le persone sono vittime. Però sappiamo che certe problematiche ci superano. Oggi, ad esempio, è pieno di cinesi:  prima l'occidente, poi l'islam, adesso i cinesi. Quest'Africa quando riuscirà a venirne fuori? Quando riuscirà a fare quello che le ha quasi ordinato il sinodo:  alzati e cammina? Se continuiamo a metterle sulle spalle tutti questi gravami, sarà molto dura per lei. Ma la speranza c'è!

Nell'enciclica Caritas in veritate il Papa scrive che "lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione". Secondo lei, si stanno facendo reali passi in questa direzione?

Credo che dappertutto ci sia la volontà di camminare insieme. La società civile c'è, la buona volontà c'è, la voglia di mettersi insieme e di crescere come famiglia anche. Poi ci sono forze maligne e diaboliche che impediscono l'avanzata di questo popolo che si dirige verso il regno dei cieli. Quella del Papa non è una frase a effetto:  al fondo si percepisce che c'è questa comunità che vuole camminare insieme.

In Occidente si avverte uno scollamento tra ciò che la grande informazione vuole farci credere e ciò che invece si percepisce tra la gente.

È verissimo. La televisione ha il suo lato positivo. Io sono giornalista:  guai se non ci fossero i mezzi di comunicazione! Ma un certo tipo d'informazione davvero tenta di creare la cultura del male e della diffidenza. Se la sera in trenta milioni ascoltano la televisione dire che il marocchino, l'albanese o il rom hanno derubato la vecchietta, l'indomani al primo straniero che s'incontra, ci si stringerà la borsa. Perché ormai il sospetto e la paura sono passati attraverso questi messaggi.

C'è una frase terribile che, ne Il libro dell'inquietudine, Pessoa fa scrivere a Bernardo Soares:  "Gli altri non sono per noi altro che paesaggio".

È veramente triste. L'altro, invece, è relazione, è persona. A volte anche tra noi suore, ci passiamo accanto senza sorriderci:  eppure siamo tutte appassionate di Cristo! Basterebbe dirsi anche solo buon giorno! In fondo siamo le testimoni del Risorto. Tante volte invece sembra che siamo ancora lì a piangere il Cristo morto. Ricordo le prime volte a Verona, salutavo le persone la mattina:  la gente era spaventata! Un giorno una signora mi chiede:  suora, ma lei mi conosce? No, le dico, ma è così bello salutarsi al mattino. Sennò davvero diventiamo paesaggio. Un paesaggio che a volte ci disturba, a volte ci è indifferente.

Oggi esiste un'enorme incapacità non solo di accettare la Croce, ma direi, prima ancora, di comprenderla.

Perché la Croce è una cosa difficile. Comboni diceva:  "Signore, dammi le croci". Ma Comboni era Comboni! Io non sono arrivata a quell'altezza. Io dico:  Signore quella che ho, se puoi, spostamela un pochino più in là. Ma la mistica della pietra nascosta significa anche accettare la sofferenza, e saperla vivere con una certa serenità. I mezzi di comunicazione ci fanno sognare famiglie bellissime che ridono e scherzano:  ma dove sono? La realtà d'ogni giorno è difficile. A volte la Croce è assumersi semplicemente la realtà.

Credo che l'idea diffusa che i popoli impoveriti siano più capaci di comprendere la Croce sia uno stereotipo che fa comodo a noi occidentali.

Sì, è uno stereotipo. Non è che accettano la Croce:  non possono farne a meno. Non hanno alternativa. Credere diversamente, significa sminuire il valore della loro sofferenza.

Cos'è oggi la vocazione missionaria?

Credo sia ancora quella di sempre:  annunciare la certezza che il regno dei cieli, il regno di giustizia e di pace, è possibile. Lo dicevamo ieri, e lo diciamo a maggior ragione oggi dove c'è bisogno d'una nuova evangelizzazione anche in Europa. È inutile che ci vantiamo delle radici:  abbiamo bisogno di avere frutti! È comodo fare affidamento su di esse, delegare:  ma il cristianesimo non vive di rendita. È una scelta personale. Si sceglie d'essere cristiano o di non esserlo. È da come ti comporti, che io so se tu sei veramente cristiano. Altrimenti rimane solo un simbolo che abbiamo svuotato d'ogni significato. La vocazione missionaria è ancora quella d'annunciare a gran voce che il regno dei cieli è qui, che si può costruire oggi, e non chissà quando. Lavorare perché vi sia la giustizia, la comunione tra i popoli, perché si abbattano le barriere che, invece, andiamo continuamente costruendo. Per questo credo sia ancora una vocazione molto attuale e concreta. Del resto, guardi, la mia vocazione personale nasce dall'esempio. Provengo da una famiglia cattolica eritrea e ho studiato dalle comboniane ad Asmara fino a 14 anni. Poi, dopo essermi allontanata, ventenne ho ribussato alla loro porta. Da piccola leggevo con foga la rivista "Raggio" - oggi "Combonifem" -:  ricordo che m'ero innamorata soprattutto del Brasile! Fu questa volontà di andare dall'Eritrea in Brasile a spingermi verso la congregazione. Ho fatto il postulantato e il noviziato ad Asmara, rimanendovi altri due anni dopo la professione. Poi sono venuta in Italia e dopo un corso di catechesi all'Urbaniana, mi hanno chiesto:  davvero vuoi andare in Brasile? Risposi che ormai avevo compreso che uno deve essere disponibile ad andare dove lo mandano, e così passai sette anni in America latina:  Ecuador, Perú e Costa Rica, ma niente Brasile! Tornata in Italia, dopo un corso di giornalismo a Vicenza, sono entrata a lavorare nella nostra rivista. Nel 2004, al capitolo sono stata eletta nel Consiglio".



(©L'Osservatore Romano 10 marzo 2010)
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