A colloquio con il vescovo Rudolf Deng Majak, vescovo di Wau
e presidente della Conferenza episcopale del Sudan in visita "ad limina Apostolorum"

Reciproca comprensione nella diversità per un futuro di pace


di Nicola Gori

La vera sfida della Chiesa nel Sudan è insegnare a vivere nella diversità e "accettarsi reciprocamente senza pregiudizi", a parlare insieme in un dialogo sereno, fondato sul presupposto "che ognuno è quello che è non per scelta personale" ma perché così è stato voluto "dall'unico Dio che veneriamo". Del resto sono i presupposti per costruire una pace duratura nel Paese, dilaniato da lunghi anni di una guerra fratricida che non ha risparmiato neppure i bambini. Ne è convinto monsignor Rudolf Deng Majak, vescovo di Wau e presidente della Conferenza episcopale del Sudan, a Roma per la visita ad limina Apostolorum. Ne parla nell'intervista rilasciata al nostro giornale alla vigilia dell'incontro con il Papa.

Quali prospettive si presentano per il futuro della Chiesa in un Paese nel quale si cerca di imporre la legge della sharia?

È una questione che riguarda soprattutto il nord del Paese perché il sud del Sudan è libero dalla sharia. Non siamo in grado di anticipare quale sarà la reazione dei non musulmani del nord e quali saranno gli effetti che questa imposizione sortirà. I non musulmani di Khartoum dovrebbero essere al contrario trattati in modo tale da fargli percepire il senso di appartenenza al Sudan e di fargli capire come dall'unità del Paese potrebbero trarre vantaggi. Per rendere l'unità attraente bisogna riconoscere le diversità e i diritti di tutti, anche se non tutti hanno la stessa cultura, la stessa religione e le stesse tradizioni. Io credo che l'introduzione della sharia potrà mettere a rischio proprio il compito di rendere attraente l'unità nella diversità.

Come pensa possa uscire il Sudan dai conflitti che lo affliggono?

Ripeto, si tratta fondamentalmente di una questione di accettazione reciproca. Purtroppo non tutti si accettano. Molti non accettano il fatto che si possa essere sudanesi e non cristiani oppure sudanesi e non musulmani. È molto difficile perché non tutti sono convinti che proveniamo da un'unica fonte, che è Dio. Nessuno di noi ha scelto i propri genitori. Io non ho scelto di essere nero né altri hanno scelto di essere bianchi. Siamo quello che siamo a motivo di ciò che ha condizionato la nostra nascita. Questo è il problema. Alcuni sperano che il Sudan divenga un luogo in cui tutti siano cristiani oppure tutti musulmani. Diciamo loro in modo onesto e amichevole che questo non è possibile. Quindi se vogliamo un Sudan che aperto a tutti, che sia casa per tutti quelli che ci vivono, allora dobbiamo accettare di essere differenti dal punto di vista razziale, culturale e religioso e lavorare insieme affinché il Sudan sia una casa per tutti. Abbiamo bisogno di coraggio, umiltà, generosità di cuore per accettarci reciprocamente.

Dall'11 al 18 aprile si svolgeranno le elezioni generali. Si tratterà delle prime elezioni multipartitiche dopo 24 anni. Cosa ci si attende?

Spero che i vincitori coltivino l'idea di un Sudan accogliente e magari organizzato in piccoli Stati federati come accade in Svizzera, in Brasile, negli Stati Uniti e in India, nel quale tutte le persone si sentono a casa e accettate indipendentemente dalla razza, dalla religione, dal sesso, dalla cultura. Noi tutti saremo come a casa nostra se si realizzerà questo tipo di società. Vivremo insieme in una nazione donataci da Dio, in pace con se stessa e che accetta i suoi figli così come sono.

Quali interventi adotta la Chiesa di fronte alla violazione dei diritti umani, come avviene per esempio nel Darfur?

Cerchiamo di formare innanzitutto la gente a capire il senso della giustizia e della pace. In ogni diocesi c'è un'apposita Commissione di giustizia e pace, a questo fine. Del resto è nella nostra tradizione cattolica. C'è soprattutto nei documenti ufficiali della Chiesa, in quella che chiamiamo dottrina sociale della Chiesa. I Pontefici hanno molto insistito sulla formazione, un diritto per tutti, poiché tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, a prescindere dal nostro essere cristiani o non. La Chiesa dalla fine dell'ultima guerra, che si è conclusa nel 2005, ha molto operato in questo senso, proprio tramite la Commissione di giustizia e pace nelle diocesi. Abbiamo così potuto raggiungere le famiglie in tutti i villaggi. L'idea è quella di avere una società umana con queste comunità cristiane e con coloro che sono fedeli agli insegnamenti e all'esempio del nostro Divino Maestro. Stiamo dialogando con il governo del Darfur e fondamentalmente stiamo spiegando che la visione del cristianesimo è quella di una società libera, in cui le persone desiderano la verità, la vita, la santità e la pace per tutti. E tutti gli esseri umani che cercano la verità, che cercano l'insegnamento di Cristo, vedranno realizzarsi tutte le loro aspirazioni. Non imponiamo nulla a un Governo non cristiano, ma proponiamo solamente. Proponiamo Gesù come Via, Verità e Vita, e chiunque lo accetti non perde niente, ma si ritrova arricchito. Questa è la nostra fede.

Qual è il senso della presenza della Chiesa nel campo dell'assistenza sanitaria e caritativa?

In tutte le nostre parrocchie, in tutte le nostre diocesi siamo impegnati in programmi di lotta contro la diffusione dell'Hiv/Aids. Gestiamo un ospedale, lo stiamo completando adesso e abbiamo fondato centri sanitari in tutte le nostre parrocchie, perché sappiamo che la persona umana è costituita di spirito e di corpo. E sappiamo che anche il Signore Gesù si è preso cura pure del corpo quando ha potuto farlo, perché attraverso il corpo ci prendiamo cura anche dello spirito. Sono passati solo quattro anni dalla lunga guerra, durata 22 anni, dunque c'è molto da fare ma siamo tutti coinvolti nell'opera di ricostruzione. Nelle nostre scuole cattoliche ospitiamo 10.000 alunni. Come Conferenza episcopale cattolica abbiamo aperto anche una scuola nella quale si stanno formando dei paramedici per migliorare ancora di più l'opera di assistenza ai malati nei nostri sette centri sanitari. Vorremmo fare molto di più, ma per il momento è tutto quello che possiamo dare.



(©L'Osservatore Romano 13 marzo 2010)
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